Carl Wilhelm Friederich Oesterly (1805–1891), Dante e Beatrice (1845), olio su tela

 

Quando il settentrion[1] del primo cielo,

che né occaso mai seppe né orto[2]

né d’altra nebbia che di colpa velo,

 

e che faceva lì ciascun accorto

di suo dover, come ’l più basso face

qual temon gira per venire a porto,

 

fermo s’affisse[3]: la gente verace,

venuta prima tra ’l grifone ed esso,

al carro volse sé come a sua pace;

 

e un di loro, quasi da ciel messo,

‘Veni, sponsa, de Libano’ cantando

gridò tre volte, e tutti li altri appresso.

 

Quali i beati al novissimo[4] bando

surgeran presti ognun di sua caverna,

la revestita voce alleluiando[5],

 

cotali in su la divina basterna[6]

si levar cento, ad vocem tanti senis,

ministri e messaggier[7] di vita etterna.

 

Tutti dicean: ‘Benedictus qui venis!’,

e fior gittando e di sopra e dintorno,

‘Manibus, oh, date lilia plenis!’[8].

 

Io vidi già nel cominciar del giorno

la parte oriental tutta rosata,

e l’altro ciel di bel sereno addorno;

 

e la faccia del sol nascere ombrata,

sì che per temperanza di vapori

l’occhio la sostenea lunga fiata:

 

così dentro una nuvola di fiori

che da le mani angeliche saliva

e ricadeva in giù dentro e di fori,

 

sovra candido vel cinta d’uliva[9]

donna m’apparve, sotto verde manto

vestita di color di fiamma viva.

 

E lo spirito mio, che già cotanto

tempo era stato ch’a la sua presenza

non era di stupor, tremando, affranto,

 

sanza de li occhi aver più conoscenza,

per occulta virtù che da lei mosse,

d’antico amor sentì la gran potenza.

 

Tosto che ne la vista mi percosse

l’alta virtù che già m’avea trafitto

prima ch’io fuor di puerizia fosse,

 

volsimi a la sinistra col respitto[10]

col quale il fantolin corre a la mamma

quando ha paura o quando elli è afflitto,

 

per dicere[11] a Virgilio: ‘Men che dramma

di sangue m’è rimaso che non tremi:

conosco i segni de l’antica fiamma’.

 

Ma Virgilio n’avea lasciati scemi

di sé, Virgilio dolcissimo patre,

Virgilio a cui per mia salute die’mi;

 

né quantunque perdeo l’antica matre,

valse a le guance nette di rugiada,

che, lagrimando, non tornasser atre.

 

«Dante[12], perché Virgilio se ne vada,

non pianger anco, non pianger ancora;

ché pianger ti conven per altra spada[13]».

 

Quasi ammiraglio che in poppa e in prora

viene a veder la gente che ministra

per li altri legni, e a ben far l’incora;

 

in su la sponda del carro sinistra,

quando mi volsi al suon del nome mio,

che di necessità qui si registra,

 

vidi la donna che pria m’appario

velata sotto l’angelica festa,

drizzar li occhi ver’ me di qua dal rio.

 

Tutto che ’l vel che le scendea di testa,

cerchiato de le fronde di Minerva,

non la lasciasse parer manifesta,

 

regalmente ne l’atto ancor proterva

continuò come colui che dice

e ’l più caldo parlar dietro reserva:

 

«Guardaci[14] ben! Ben son, ben son Beatrice.

Come degnasti[15] d’accedere al monte?

non sapei tu che qui è l’uom felice?».

 

Li occhi mi cadder giù nel chiaro fonte;

ma veggendomi in esso, i trassi a l’erba,

tanta vergogna mi gravò la fronte.

 

Così la madre al figlio par superba,

com’ella parve a me; perché d’amaro

sente il sapor de la pietade acerba.

 

Ella si tacque; e li angeli cantaro

di subito ‘In te, Domine, speravi’;

ma oltre ‘pedes meos’ non passaro.

 

Sì come neve tra le vive travi[16]

per lo dosso d’Italia si congela,

soffiata e stretta da li venti schiavi[17],

 

poi, liquefatta, in sé stessa trapela,

pur che la terra che perde ombra[18] spiri,

sì che par foco fonder la candela;

 

così fui sanza lagrime e sospiri

anzi ’l cantar di quei che notan sempre

dietro a le note de li etterni giri;

 

ma poi che ’ntesi ne le dolci tempre

lor compatire a me, par che se detto

avesser: ‘Donna, perché sì lo stempre[19]?’,

 

lo gel che m’era intorno al cor ristretto,

spirito e acqua fessi, e con angoscia

de la bocca e de li occhi uscì del petto.

 

Ella, pur ferma in su la detta coscia

del carro stando, a le sustanze pie

volse le sue parole così poscia:

 

«Voi vigilate ne l’etterno die[20],

sì che notte né sonno a voi non fura

passo che faccia il secol[21] per sue vie;

 

onde la mia risposta è con più cura

che m’intenda colui che di là piagne,

perché sia colpa e duol d’una misura.

 

Non pur per ovra de le rote magne,

che drizzan ciascun seme ad alcun fine

secondo che le stelle son compagne,

 

ma per larghezza di grazie divine,

che sì alti vapori hanno a lor piova,

che nostre viste là non van vicine,

 

questi fu tal ne la sua vita nova[22]

virtualmente, ch’ogne abito destro

fatto averebbe in lui mirabil prova.

 

Ma tanto più maligno e più silvestro

si fa ’l terren col mal seme e non cólto[23],

quant’elli ha più di buon vigor terrestro.

 

Alcun tempo il sostenni col mio vólto:

mostrando li occhi giovanetti a lui,

meco il menava in dritta parte vòlto[24].

 

Sì tosto come in su la soglia fui

di mia seconda etade e mutai vita,

questi si tolse a me, e diessi altrui.

 

Quando di carne a spirto era salita

e bellezza e virtù cresciuta m’era,

fu’ io a lui men cara e men gradita;

 

e volse i passi suoi per via non vera,

imagini di ben seguendo false,

che nulla promession rendono intera.

 

Né l’impetrare ispirazion mi valse,

con le quali e in sogno e altrimenti

lo rivocai; sì poco a lui ne calse!

 

Tanto giù cadde, che tutti argomenti

a la salute sua eran già corti,

fuor che mostrarli le perdute genti.

 

Per questo visitai l’uscio d’i morti[25]

e a colui che l’ha qua sù condotto,

li prieghi miei, piangendo, furon porti.

 

Alto fato di Dio sarebbe rotto,

se Leté si passasse e tal vivanda

fosse gustata sanza alcuno scotto

 

di pentimento che lagrime spanda».

 

[1] Si tratta della costellazione dell’Orsa minore, detta per metonimia «settentrion» dalla forma latina septem triones («sette buoi da lavoro»), perché così era anche detta dai romani tale costellazione. Poiché, come si sa, l’ultima stella di questa costellazione (la cosiddetta «stella polare») indica il nord, tale definizione passò ad indicare appunto il nord o settentrione.

[2] Ancora una volta la particolare solennità di un passo è sottolineata anche dall’uso di latinismi dotti, come – in questo caso – «occaso» (< verbo óccido, -ere, «cadere») per indicare l’occidente ed «orto» (< orior, -iri, «sorgere») per l’oriente.

[3] Espressione pleonastica, visto che in Dante il verbo «affiggersi» vuol già di per sé dire «fermarsi».

[4] Termine del linguaggio teologico per indicare «ultimo» (cfr. i «novissimi», cioè gli ultimi avvenimenti relativi alla fine del mondo: morte, giudizio, inferno, paradiso). Qui, attributo di «bando», va inteso come «ultima chiamata».

[5] Costruzione simile all’ablativo assoluto latino, col gerundio del verbo intransitivo «alleluiare» (presente, nella Commedia, solo in questo passo), col valore di «mentre la rivestita voce intonerò l’alleluia». Il verbo ha però talora anche il valore transitivo di «glorificare (qualcuno o qualcosa) col canto dell’alleluia»

[6] Termine del latino medievale che significa «lettiga», usata specialmente dalle matrone; qui indica il carro descritto già nel canto precedente.

[7] Gli angeli sono sia inviati («messaggier») di Dio che suoi servitori («ministri»).

[8] Si tratta del verso 883 del canto vi dell’Eneide virgiliana. Il fatto che il verso di un autore profano latino sia inserito in un contesto che presenta vocaboli e formule cristiane, scritturali e liturgiche (come ad es. Benedictus qui venis!) indica come molti autori classici (Virgilio in primis) possano stare alla pari – nel pensiero medievale e specie dantesco – con i testi sacri.

[9] La corona d’ulivo è simbolo – in questo contesto – non di pace, ma di sapienza, in quanto pianta sacra a Minerva (cfr. infra, v. 68).

[10] Gallicismo (cfr. prov. respeit, «desiderio», e franc. ant. respit, «attesa, indugio») che indica qui  «ansiosa attesa». Tale etimo è anche del «rispetto», una forma poetica popolaresca tipica del tempo.

[11] Forma arcaica, ma anche aulica, per «dire» (cfr. lat. dico, -ere), ancora viva d’altronde (così come anche «facere») in parecchie parlate dell’Italia meridionale.

[12] È la prima ed unica volta in cui nel poema compare esplicitamente il nome del poeta. Anche se pochi versi dopo egli si premurerà di dichiarare che tale riferimento è fatto «di necessità».

[13] Metonimia, di chiara origine scritturale, per «dolore». Il pensiero va alla spada che trafiggerà l’anima di Maria (Lc 2, 35).

[14] L’enclitica -ci vale «qui»: e quindi «guarda qui bene».

[15] Il verbo «degnasti» è stato inteso da alcuni commentatori nel suo senso vero e proprio («come ti sei ritenuto degno di»; cfr. prov. denhar, «essere capace»), mentre da altri con valore ironico («finalmente ti sei degnato di»).

[16] Metafora per indicare gli alberi, che sono quindi delle travi (cioè pezzi di legno) ancora vive. Tale immagine è già presente in vari scrittori classici.

[17] Venti provenienti dalla Schiavonia (Slavonia), e quindi slavi, in quanto soffiano sull’Italia da Nord-Est.

[18] Perifrasi per indicare l’Africa (la terra povera di ombra), da cui soffiano i venti caldi.

[19] Il verbo «stemprare» significa, letteralmente, «togliere la tempra, il vigore» e quindi, in senso figurato, «avvilire, mortificare».

[20] Il latinismo «die» ha il suo valore originario latino di «luce del giorno» e pertanto, valendo «luce», significa qui Dio, la luce eterna.

[21] Il termine ha qui il valore religioso-scritturale di «mondo, uomini, vita associata», da cui deriva la formula, ancor oggi utilizzata, di «clero secolare», che vive cioè il suo ministero nella vita di tutti i giorni, di contro al «clero regolare».

[22] Il termine, che troviamo anche nel titolo dell’altra opera dantesca Vita Nova, vale «giovanile».

[23] Dal latino cultus (a sua volta dal verbo colo, -ere), significa «coltivato», e non «raccolto», che deriva invece da «cogliere» (< latino colligo, -ere).

[24] Con la ò aperta (dal verbo «volgere») è in rima equivoca con «vólto» (con la ó chiusa), cioè il «viso» (dal latino vultus).

[25] Trasposizione dal latino portae inferi: è l’inferno.

 

 

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