Adeodato Malatesta (1806-1891), Dante incontra Sapìa nel Purgatorio (1839 ca.)

 

Noi eravamo al sommo de la scala,

dove secondamente si risega

lo monte che salendo altrui[1] dismala[2].

 

Ivi così una cornice lega

dintorno il poggio, come la primaia;

se non che l’arco suo più tosto piega.

 

Ombra non lì è né segno che si paia[3]:

parsi la ripa e parsi la via schietta

col livido color de la petraia.

 

«Se qui per dimandar gente s’aspetta»,

ragionava il poeta, «io temo forse

che troppo avrà d’indugio nostra eletta[4]».

 

Poi fisamente al sole li occhi porse;

fece del destro lato a muover centro,

e la sinistra parte di sé torse.

 

«O dolce lume a cui fidanza i’ entro

per lo novo cammin, tu ne conduci»,

dicea, «come condur si vuol quinc’entro.

 

Tu scaldi il mondo, tu sovr’esso luci[5];

s’altra ragione in contrario non ponta,

esser dien[6] sempre li tuoi raggi duci».

 

Quanto di qua per un migliaio si conta,

tanto di là eravam noi già iti[7],

con poco tempo, per la voglia pronta;

 

e verso noi volar furon sentiti,

non però visti, spiriti parlando

a la mensa d’amor cortesi inviti.

 

La prima voce che passò volando

‘Vinum non habent’ altamente disse,

e dietro a noi l’andò reiterando.

 

E prima che del tutto non si udisse

per allungarsi, un’altra ‘I’ sono Oreste’

passò gridando, e anco non s’affisse.

 

«Oh!», diss’io, «padre, che voci son queste?».

E com’io domandai, ecco la terza

dicendo: ‘Amate da cui male aveste’.

 

E ’l buon maestro: «Questo cinghio sferza

la colpa de la invidia, e però sono

tratte d’amor le corde de la ferza.

 

Lo fren vuol esser del contrario suono;

credo che l’udirai, per mio avviso,

prima che giunghi al passo del perdono.

 

Ma ficca li occhi per l’aere ben fiso,

e vedrai gente innanzi a noi sedersi,

e ciascuno è lungo la grotta assiso».

 

Allora più che prima li occhi apersi;

guarda’mi innanzi, e vidi ombre con manti

al color de la pietra non diversi.

 

E poi che fummo un poco più avanti,

udia gridar: ‘Maria, òra per noi’:

gridar ‘Michele’ e ‘Pietro’, e ‘Tutti santi’.

 

Non credo che per terra vada ancoi[8]

omo sì duro, che non fosse punto

per compassion di quel ch’i’ vidi poi;

 

ché, quando fui sì presso di lor giunto,

che li atti loro a me venivan certi,

per li occhi fui di grave dolor munto.

 

Di vil ciliccio mi parean coperti,

e l’un sofferia l’altro con la spalla,

e tutti da la ripa eran sofferti.

 

Così li ciechi a cui la roba falla

stanno a’ perdoni a chieder lor bisogna,

e l’uno il capo sopra l’altro avvalla,

 

perché ’n altrui pietà tosto si pogna,

non pur per lo sonar de le parole,

ma per la vista che non meno agogna.

 

E come a li orbi non approda[9] il sole,

così a l’ombre quivi, ond’io parlo ora,

luce del ciel di sé largir non vole;

 

ché a tutti un fil di ferro i cigli fóra

e cusce sì, come a sparvier selvaggio

si fa però che queto non dimora.

 

A me pareva, andando, fare oltraggio,

veggendo altrui, non essendo veduto:

per ch’io mi volsi al mio consiglio[10] saggio.

 

Ben sapev’ei che volea dir lo muto;

e però non attese mia dimanda,

ma disse: «Parla, e sie breve e arguto».

 

Virgilio mi venìa da quella banda

de la cornice onde cader si puote,

perché da nulla sponda s’inghirlanda;

 

da l’altra parte m’eran le divote

ombre, che per l’orribile costura

premevan sì, che bagnavan le gote.

 

Volsimi a loro e «O gente sicura»,

incominciai, «di veder l’alto lume

che ’l disio vostro solo ha in sua cura,

 

se tosto grazia resolva le schiume

di vostra coscienza sì che chiaro

per essa scenda de la mente il fiume,

 

ditemi, ché mi fia grazioso e caro,

s’anima è qui tra voi che sia latina;

e forse lei sarà buon s’i’ l’apparo».

 

«O frate mio, ciascuna è cittadina

d’una[11] vera città; ma tu vuo’ dire

che vivesse in Italia peregrina».

 

Questo mi parve per risposta udire

più innanzi alquanto che là dov’io stava,

ond’io mi feci ancor più là sentire.

 

Tra l’altre vidi un’ombra ch’aspettava

in vista; e se volesse alcun dir ‘Come?’,

lo mento a guisa d’orbo in sù levava.

 

«Spirto», diss’io, «che per salir ti dome,

se tu se’ quelli che mi rispondesti,

fammiti conto[12] o per luogo o per nome».

 

«Io fui sanese», rispuose, «e con questi

altri rimendo qui la vita ria,

lagrimando a colui che sé ne presti.

 

Savia non fui, avvegna che Sapìa[13]

fossi chiamata, e fui de li altrui danni

più lieta assai che di ventura mia.

 

E perché tu non creda ch’io t’inganni,

odi s’i’ fui, com’io ti dico, folle[14],

già discendendo l’arco d’i miei anni.

 

Eran li cittadin miei presso a Colle

in campo[15] giunti co’ loro avversari,

e io pregava Iddio di quel ch’e’ volle.

 

Rotti[16] fuor quivi e vòlti ne li amari

passi di fuga; e veggendo la caccia,

letizia presi a tutte altre dispari,

 

tanto ch’io volsi in sù l’ardita faccia,

gridando a Dio: «Omai più non ti temo!»,

come fé ’l merlo per poca bonaccia.

 

Pace volli con Dio in su lo stremo

de la mia vita; e ancor non sarebbe

lo mio dover per penitenza scemo,

 

se ciò[17] non fosse, ch’a memoria m’ebbe

Pier Pettinaio in sue sante orazioni,

a cui di me per caritate increbbe.

 

Ma tu chi se’, che nostre condizioni

vai dimandando, e porti li occhi sciolti,

sì com’io credo, e spirando ragioni?».

 

«Li occhi», diss’io, «mi fieno ancor qui tolti,

ma picciol tempo, ché poca è l’offesa

fatta per esser con invidia vòlti.

 

Troppa è più la paura ond’è sospesa

l’anima mia del tormento di sotto,

che già lo ’ncarco di là giù mi pesa».

 

Ed ella a me: «Chi t’ha dunque condotto

qua sù tra noi, se giù ritornar credi?».

E io: «Costui ch’è meco e non fa motto.

 

E vivo sono; e però mi richiedi,

spirito eletto, se tu vuo’ ch’i’ mova

di là per te ancor li mortai piedi».

 

«Oh, questa è a udir sì cosa nuova»,

rispuose, «che gran segno è che Dio t’ami;

però col priego tuo talor mi giova.

 

E cheggioti, per quel che tu più brami,

se mai calchi la terra di Toscana,

che a’ miei propinqui tu ben mi rinfami[18].

 

Tu li vedrai tra quella gente vana

che spera in Talamone, e perderagli[19]

più di speranza ch’a trovar la Diana;

 

ma più vi perderanno li ammiragli[20]».

 

 

[1] Con valore pronominale impersonale: significa semplicemente «qualcuno», «un individuo». Uso piuttosto frequente in Dante.

[2] Verbo di coniazione dantesca: denominativo da «male» preceduto dal prefisso dis- (< lat. de ex) indicante allontanamento. Il significato del verbo è dunque «allontanare, liberare dal male».

[3] Semplicemente «appaia». Come il «parsi» del verso successivo («si paia») è espresso con  il «si» pleonastico.

[4] Si tratta del participio passato del verbo «eleggere», dal latino eligere, cioè «scegliere» (cfr. fr. ant. eslite, mod. élite).

[5] Dal verbo «lucere», cioè «far luce, illuminare».

[6] Forma arcaica per «devon».

[7] Forma arcaica (< lat. ire) per «andati»; uso ancora vivo in moti dialetti centro-meridionali.

[8] Dal tardo latino hinc hodie («oggi»), da cui, in vari dialetti settentrionali, la forma ancheuj, con lo stesso valore.

[9] Denominativo da «proda», vale «giungere, pervenire» più che non il moderno «approdare», detto di nave che giunge in porto.

[10] Forma consueta nell’italiano arcaico per «consigliere».

[11] Qui l’articolo indeterminativo ha il valore del latino unus, -a, -um, cioè «uno solo, unico».

[12] Dal latino cognitum (part. pass. di cognosco), vale qui «noto, conosciuto», come, ancora nell’uso moderno, la forma «render conto», cioè «rendere noto» (da non confondere con «conto» < comptum, cioè «somma, insieme», da cui anche «compitare» («contare, leggere lettera per lettera»).

[13] Dal verbo latino sapere («essere saggio»). Si tratta di un caso, consueto nel medioevo, in cui si mette in relazione il nome proprio di una persona con un termine che in qualche modo renderebbe l’intrinseco carattere della persona stessa, come (ancora in Dante, Paradiso xii) i nomi di San Domenico (< Dominus, cioè «appartenente al Signore») e di suo padre Felice (< felix, «fortunato»). Tale interpretazione, per cui nomina sunt consequentia rerum, vale specialmente con nomi quali Vittorio, Pio, Fortunato, Benedetto ac similia.

[14] Col valore, abbastanza comune in Dante, di «folle», con una forte sfumatura di empietà.

[15] Col valore militare di «luogo del combattimento», da cui anche la locuzione – già vista – «tenere il campo», cioè «essere vincitore».

[16] Così come il successivo «caccia» (inseguimento) è vocabolo del linguaggio militare e vale «sconfitti».

[17] Costruzione, ad imitazione del latino, con la prolessi (cioè l’anticipazione) del pronome dimostrativo neutro («ciò»), spiegato poi, nel secondo membro della proposizione, con la congiunzione dichiarativa «che».

[18] Altro verbo coniato da Dante: denominale dal sostantivo «fama» che, preceduto dalla doppia preposizione «re» (nuovamente) e «in» (col senso di «aggiungere», da non confondere con «in» negativo > «infamare, parlare male» ed «infame», cioè maledetto); vale dunque «tu mi dia nuovamente buona fama».

[19] «Gli» ha qui valore di avverbio locativo, cioè «vi perderà».

[20] Secondo gli antichi commentatori «ammiragli» vale qui «appaltatori, impresari».

 

 

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