San Miniato al Monte, Firenze

 

Di pari, come buoi che vanno a giogo,

m’andava io con quell’anima carca,

fin che ’l sofferse[1] il dolce pedagogo.

 

Ma quando disse: «Lascia lui[2] e varca;

ché qui è buono con l’ali e coi remi,

quantunque può, ciascun pinger sua barca»;

 

dritto sì come andar vuolsi rife’mi

con la persona, avvegna che i pensieri

mi rimanessero e chinati e scemi.

 

Io m’era mosso, e seguia volontieri

del mio maestro i passi, e amendue

già mostravam com’eravam leggeri[3];

 

ed el mi disse: «Volgi li occhi in giùe:

buon ti sarà, per tranquillar la via,

veder lo letto de le piante tue».

 

Come, perché di lor memoria sia,

sovra i sepolti le tombe terragne

portan segnato quel ch’elli eran pria,

 

onde lì molte volte si ripiagne

per la puntura de la rimembranza,

che solo a’ pii dà de le calcagne[4];

 

sì vid’io lì, ma di miglior sembianza

secondo l’artificio, figurato

quanto per via di fuor del monte avanza.

 

Vedea[5] colui che fu nobil creato

più ch’altra creatura, giù dal cielo

folgoreggiando[6] scender, da l’un lato.

 

Vedea Briareo, fitto dal telo

celestial giacer, da l’altra parte,

grave a la terra per lo mortal gelo.

 

Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte,

armati ancora, intorno al padre loro,

mirar le membra d’i Giganti sparte.

 

Vedea Nembròt a piè del gran lavoro

quasi smarrito, e riguardar le genti

che ’n Sennaàr con lui superbi fuoro.

 

O Niobè, con che occhi dolenti

vedea io te segnata in su la strada,

tra sette e sette tuoi figliuoli spenti!

 

O Saùl, come in su la propria spada

quivi parevi morto in Gelboè,

che poi non sentì pioggia né rugiada!

 

O folle Aragne, sì vedea io te

già mezza ragna[7], trista in su li stracci

de l’opera che mal per te si fé.

 

O Roboàm, già non par che minacci

Quivi ’l tuo segno; ma pien di spavento

nel porta un carro, sanza ch’altri il cacci.

 

Mostrava ancor lo duro pavimento

come Almeon a sua madre fé caro

parer lo sventurato addornamento.

 

Mostrava come i figli si gittaro

sovra Sennacherìb dentro dal tempio,

e come, morto lui, quivi il lasciaro.

 

Mostrava la ruina e ’l crudo scempio

che fé Tamiri, quando disse a Ciro:

«Sangue sitisti, e io di sangue t’empio».

 

Mostrava come in rotta si fuggiro

li Assiri, poi che fu morto Oloferne,

e anche le reliquie del martiro[8].

 

Vedeva Troia in cenere e in caverne[9];

o Ilión, come te basso e vile

mostrava il segno che lì si discerne!

 

Qual di pennel fu maestro o di stile[10]

che ritraesse l’ombre e ’ tratti[11] ch’ivi

mirar farieno uno ingegno sottile?

 

Morti li morti e i vivi parean vivi:

non vide mei di me chi vide il vero,

quant’io calcai, fin che chinato givi.

 

Or superbite, e via col viso altero,

figliuoli d’Eva, e non chinate il volto

sì che veggiate il vostro mal sentero!

 

Più era già per noi del monte vòlto

e del cammin del sole assai più speso

che non stimava l’animo non sciolto,

 

quando colui che sempre innanzi atteso

andava, cominciò: «Drizza la testa;

non è più tempo di gir sì sospeso.

 

Vedi colà un angel che s’appresta

per venir verso noi; vedi che torna

dal servigio del dì l’ancella sesta.

 

Di reverenza il viso e li atti addorna,

sì che i diletti[12] lo ’nviarci in suso;

pensa che questo dì mai non raggiorna[13]!».

 

Io era ben del suo ammonir uso

pur di non perder tempo, sì che ’n quella

materia non potea parlarmi chiuso.

 

A noi venìa la creatura bella,

biancovestito e ne la faccia quale

par tremolando[14] mattutina stella.

 

Le braccia aperse, e indi aperse l’ale;

disse: «Venite: qui son presso i gradi,

e agevolemente omai si sale.

 

A questo invito vegnon molto radi:

o gente umana, per volar sù nata,

perché a poco vento così cadi?».

 

Menocci ove la roccia era tagliata;

quivi mi batté l’ali per la fronte;

poi mi promise sicura l’andata.

 

Come a man destra, per salire al monte

dove siede la chiesa che soggioga

la ben guidata[15] sopra Rubaconte,

 

si rompe del montar l’ardita foga

per le scalee che si fero ad etade

ch’era sicuro il quaderno e la doga;

 

così s’allenta la ripa che cade

quivi ben ratta da l’altro girone;

ma quinci e quindi l’alta pietra rade.

 

Noi volgendo ivi le nostre persone,

‘Beati pauperes spiritu!’ voci

cantaron sì, che nol diria sermone.

 

Ahi quanto son diverse quelle foci

da l’infernali! ché quivi per canti

s’entra, e là giù per lamenti feroci.

 

Già montavam su per li scaglion santi,

ed esser mi parea troppo[16] più lieve

che per lo pian non mi parea davanti.

 

Ond’io: «Maestro, dì, qual cosa greve

levata s’è da me, che nulla quasi

per me fatica, andando, si riceve?».

 

Rispuose: «Quando i P che son rimasi

ancor nel volto tuo presso che stinti,

saranno, com’è l’un, del tutto rasi,

 

fier li tuoi piè dal buon voler sì vinti,

che non pur non fatica sentiranno,

ma fia diletto loro esser sù pinti».

 

Allor fec’io come color che vanno

con cosa in capo non da lor saputa,

se non che ’ cenni altrui sospecciar fanno;

 

per che la mano ad accertar s’aiuta,

e cerca e truova e quello officio adempie

che non si può fornir per la veduta;

 

e con le dita de la destra scempie

trovai pur sei le lettere che ’ncise

quel da le chiavi a me sovra le tempie:

 

a che guardando, il mio duca sorrise.

 

 

 

[1] Latinismo, col valore di «permettere, tollerare».

[2] Maschile concordato a senso con «anima» del v. 2.

[3] Nella lingua del tempo questo aggettivo ha spesso, come qui, il valore di «agile, veloce».

[4] Metafora tratta dal linguaggio dell’equitazione. Vale «spinge, sprona».

[5] La struttura della descrizione degli esempi di superbia punita è stilisticamente e retoricamente costruita in modo rigoroso. Gli esempi sono tredici ed occupano ciascuno una terzina, di cui le prime quattro iniziano col termine «vedea», le successive quattro con la particella vocativa «o» e le quattro ancora successive con «mostrava»; infine, l’ultima ripete queste tre parole iniziali, in principio però di ciascuno dei suoi tre versi, formando in tal modo l’acrostico v o m, cioè, nella grafia maiuscola del tempo, la parola uom, a ricordare l’essere per natura più incline alla superbia.

[6] «Scendere, precipitare con la velocità di una folgore».

[7] Latinismo, da aranea (femm.), cioè «ragno», termine che è anche il nome proprio della protagonista del mito (Aracne), da cui in italiano abbiamo il vocabolo dotto «aracnofobia», cioè la paura ossessiva dei ragni.

[8] Usato col valore tecnico di «massacro» (e sarebbe pertanto un gallicismo: fr. ant. martire; prov. martir) o, forse meglio, di «decapitazione». L’espressione «reliquie del martiro» intenderebbe dunque il tronco decapitato.

[9] Termine variamente inteso: probabilmente vale «case distrutte, rovinate».

[10] Vocabolo del linguaggio tecnico della pittura: era una sorta di matita per disegnare. «Maestro di stile» vale dunque «disegnatore», contrapposto a «maestro di pennello», cioè «pittore».

[11] «Ombre» e «tratti» sono altri due termini tecnici del linguaggio dell’arte. Il primo indica le «figure» ed il secondo i «lineamenti»; insieme possono significare la tecnica «a chiaroscuro» o «a bassorilievo».

[12] «I», dal latino ei («a lui»), vale «gli». Quindi l’espressione «i diletti» significa «gli piaccia».

[13] Questo giorno non è destinato a tornare; «raggiorna», hapax.

[14] Il verbo «tremolare» (con esempi anche in Leopardi ed in altri poeti) vale «scintillare».

[15] È detto, per antifrasi ironica, di Firenze: si dice cioè il contrario di ciò che è veramente.

[16] Nell’italiano antico, così come ancora in alcuni dialetti specie centro-meridionali, «troppo» valeva semplicemente «molto».

 

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