Francesco Scaramuzza (1803-1886), Dante sogna di essere afferrato da un’aquila (1836-1842), Sala di lettura Biblioteca Palatina di Parma

 

 

La concubina di Titone antico

già s’imbiancava al balco d’oriente,

fuor de le braccia del suo dolce amico;

 

di gemme la sua fronte era lucente,

poste in figura del freddo animale

che con la coda percuote la gente;

 

e la notte, de’ passi con che sale,

fatti avea due nel loco ov’eravamo,

e ’l terzo già chinava in giuso l’ale;

 

quand’io, che meco avea di quel d’Adamo,

vinto dal sonno, in su l’erba inchinai

là ’ve già tutti e cinque sedavamo[1].

 

Ne l’ora che comincia i tristi lai

la rondinella presso a la mattina,

forse a memoria de’ suo’ primi guai,

 

e che la mente nostra, peregrina

più da la carne e men da’ pensier presa,

a le sue vision quasi è divina[2],

 

in sogno mi parea veder sospesa

un’aguglia nel ciel con penne d’oro,

con l’ali aperte e a calare intesa;

 

ed esser mi parea là dove fuoro

abbandonati i suoi da Ganimede,

quando fu ratto al sommo consistoro.

 

Fra me pensava: “Forse questa fiede[3]

pur qui per uso, e forse d’altro loco

disdegna di portarne suso in piede”.

 

Poi mi parea che, poi rotata un poco,

terribil come folgor discendesse,

e me rapisse suso infino al foco.

 

Ivi parea che ella e io ardesse;

e sì lo ’ncendio imaginato cosse,

che convenne che ’l sonno si rompesse.

 

Non altrimenti Achille si riscosse,

li occhi svegliati rivolgendo in giro

e non sappiendo là dove si fosse,

 

quando la madre da Chirón a Schiro

trafuggò lui dormendo[4] in le sue braccia,

là onde poi li Greci il dipartiro;

 

che mi scoss’io, sì come da la faccia

mi fuggì ’l sonno, e diventa’ ismorto,

come fa l’uom che, spaventato, agghiaccia.

 

Dallato m’era solo il mio conforto,

e ’l sole er’alto già più che due ore,

e ’l viso m’era a la marina torto.

 

«Non aver tema», disse il mio segnore;

«fatti sicur, ché noi semo a buon punto;

non stringer, ma rallarga ogne vigore.

 

Tu se’ omai al purgatorio giunto:

vedi là il balzo che ’l chiude dintorno;

vedi l’entrata là ’ve par digiunto.

 

Dianzi, ne l’alba che procede al giorno,

quando l’anima tua dentro dormia,

sovra li fiori ond’è là giù addorno

 

venne una donna, e disse: «I’ son Lucia;

lasciatemi pigliar costui che dorme;

sì l’agevolerò per la sua via».

 

Sordel rimase e l’altre genti[5] forme;

ella ti tolse, e come ’l dì fu chiaro,

sen venne suso; e io per le sue orme.

 

Qui ti posò, ma pria mi dimostraro

li occhi suoi belli quella intrata aperta[6];

poi ella e ’l sonno ad una se n’andaro».

 

A guisa d’uom che ’n dubbio si raccerta

e che muta in conforto sua paura,

poi che la verità li è discoperta,

 

mi cambia’ io; e come sanza cura

vide me ’l duca mio, su per lo balzo

si mosse, e io di rietro inver’ l’altura.

 

Lettor, tu vedi ben com’io innalzo

la mia matera, e però con più arte

non ti maravigliar s’io la rincalzo.

 

Noi ci appressammo, ed eravamo in parte,

che là dove pareami prima rotto,

pur come un fesso che muro diparte,

 

vidi una porta, e tre gradi di sotto

per gire ad essa, di color diversi,

e un portier ch’ancor non facea motto.

 

E come l’occhio più e più v’apersi,

vidil seder sovra ’l grado sovrano,

tal ne la faccia ch’io non lo soffersi;

 

e una spada nuda avea in mano,

che reflettea i raggi sì ver’ noi,

ch’io drizzava spesso il viso[7] in vano.

 

«Dite costinci[8]: che volete voi?»,

cominciò elli a dire, «ov’è la scorta?

Guardate che ’l venir sù non vi nòi[9]».

 

«Donna del ciel, di queste cose accorta»,

rispuose ’l mio maestro a lui, «pur dianzi

ne disse: «Andate là: quivi è la porta».

 

«Ed ella i passi vostri in bene avanzi»,

ricominciò il cortese portinaio:

«Venite dunque a’ nostri gradi innanzi».

 

Là ne venimmo; e lo scaglion primaio

bianco marmo era sì pulito e terso,

ch’io mi specchiai in esso qual io paio.

 

Era il secondo tinto più che perso,

d’una petrina ruvida e arsiccia,

crepata per lo lungo e per traverso.

 

Lo terzo, che di sopra s’ammassiccia,

porfido mi parea, sì fiammeggiante,

come sangue che fuor di vena spiccia.

 

Sovra questo tenea ambo le piante

l’angel di Dio, sedendo in su la soglia,

che mi sembiava pietra di diamante.

 

Per li tre gradi sù di buona voglia

mi trasse il duca mio, dicendo: «Chiedi

umilemente che ’l serrame scioglia».

 

Divoto mi gittai a’ santi piedi;

misericordia chiesi e ch’el m’aprisse,

ma tre volte nel petto pria mi diedi.

 

Sette P ne la fronte mi descrisse

col punton de la spada, e «Fa che lavi[10],

quando se’ dentro, queste piaghe», disse.

 

Cenere, o terra che secca si cavi,

d’un color fora col suo vestimento;

e di sotto da quel trasse due chiavi.

 

L’una era d’oro e l’altra era d’argento;

pria con la bianca e poscia con la gialla

fece a la porta sì, ch’i’ fu’ contento.

 

«Quandunque[11] l’una d’este chiavi falla,

che non si volga dritta per la toppa»,

diss’elli a noi, «non s’apre questa calla.

 

Più cara è l’una; ma l’altra vuol troppa

d’arte e d’ingegno avanti che diserri,

perch’ella è quella che ’l nodo digroppa.

 

Da Pier le tegno; e dissemi ch’i’ erri

anzi ad aprir ch’a tenerla serrata,

pur che la gente a’ piedi mi s’atterri».

 

Poi pinse l’uscio a la porta[12] sacrata,

dicendo: «Intrate; ma facciovi accorti

che di fuor torna chi ’n dietro si guata».

 

E quando fuor ne’ cardini distorti

li spigoli di quella regge sacra,

che di metallo son sonanti e forti,

 

non rugghiò sì né si mostrò sì acra[13]

Tarpea, come tolto le fu il buono

Metello, per che poi rimase macra.

 

Io mi rivolsi attento al primo tuono,

e ‘Te Deum laudamus’ mi parea

udire in voce mista al dolce suono.

 

Tale imagine a punto mi rendea

ciò ch’io udiva, qual prender si suole

quando a cantar con organi si stea;

 

ch’or sì or no s’intendon le parole.

 

 

[1] Desinenza arcaica usata anche per la II e la III coniugazione (per “sedevamo”).

[2] Col valore di “divinatrice”, cioè “indovina”. Era credenza già del mondo antico che i sogni fatti nelle ore della notte più vicine all’alba fossero veritieri.

[3] Dal verbo “fedire” (arcaico per “ferire”, nel senso di “colpire, gettare”) da cui deriva anche il sostantivo “feditore”, cioè “soldato dotato di arma da getto”. Qui vale “piombare a volo per far preda”.

[4] Gerundio usato come participio presente, con valore predicativo dell’oggetto (riferito a “lui”): “mentre dormiva”.

[5] Gallicismo (prov. gen; fr. ant.: gent) per “gentili, nobili”.

[6] Con valore predicativo rispetto ad “intrata”: “entrata che è aperta”.

[7] Metonimia per “sguardo”.

[8] Letteralmente “di laggiù”, cioè senza muovervi da dove siete.

[9] Con la ò aperta. Congiuntivo presente del verbo “noiare” (“disturbare; arrecare noia, danno”).

[10] Costruzione di imperativo, attenuato, alla latina: fac ut + congiuntivo.

[11] Dal latino quandocumque, cioè “ogni volta che”.

[12] “Uscio” designa il battente, mentre “porta” indica l’insieme di tutti gli elementi (stipiti, soglia, battente).

[13] Forma dotta (< lat. acer, acris, acre) per quella popolare “agra”.

 

 

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