Ritratto di Calliope (1798) di Charles Meynier (1768-1832)

 

Per correr miglior acque alza le vele[1]

omai la navicella[2] del mio ingegno,

che lascia dietro a sé mar sì crudele;

 

e canterò di quel secondo regno

dove l’umano spirito si purga

e di salire al ciel diventa degno.

 

Ma qui la morta[3] poesì resurga,

o sante Muse, poi che vostro sono;

e qui Caliopè[4] alquanto surga,

 

seguitando[5] il mio canto con quel suono

di cui le Piche misere sentiro

lo colpo tal, che disperar perdono.

 

Dolce color d’oriental zaffiro,

che s’accoglieva nel sereno aspetto

del mezzo[6], puro infino al primo giro,

 

a li occhi miei ricominciò diletto,

tosto ch’io usci’ fuor de l’aura morta

che m’avea contristati li occhi e ’l petto.

 

Lo bel pianeto che d’amar conforta[7]

faceva tutto rider l’oriente,

velando i Pesci ch’erano in sua scorta.

 

I’ mi volsi a man destra, e puosi mente

a l’altro polo, e vidi quattro stelle

non viste mai fuor ch’a la prima gente.

 

Goder pareva ’l ciel di lor fiammelle:

oh settentrional vedovo[8] sito,

poi che privato se’ di mirar quelle!

 

Com’io da loro sguardo fui partito[9],

un poco me volgendo a l’altro polo,

là onde il Carro già era sparito,

 

vidi presso di me un veglio solo,

degno di tanta reverenza in vista,

che più non dee a padre alcun figliuolo.

 

Lunga la barba e di pel bianco mista

portava, a’ suoi capelli simigliante,

de’ quai cadeva al petto doppia lista.

 

Li raggi de le quattro luci sante

fregiavan sì la sua faccia di lume,

ch’i’ ’l vedea come ’l sol fosse davante.

 

«Chi siete voi che contro al cieco fiume

fuggita avete la pregione etterna?»,

diss’el, movendo quelle oneste[10] piume.

 

«Chi v’ha guidati, o che vi fu lucerna,

uscendo fuor de la profonda notte

che sempre nera fa la valle inferna?[11]

 

Son le leggi d’abisso così rotte?

o è mutato in ciel novo consiglio[12],

che, dannati, venite a le mie grotte?[13]».

 

Lo duca mio allor mi diè di piglio,

e con parole e con mani e con cenni

reverenti mi fé le gambe e ’l ciglio.

 

Poscia rispuose lui: «Da me non venni:

donna scese del ciel, per li cui prieghi

de la mia compagnia costui sovvenni.

 

Ma da ch’è tuo voler che più si spieghi

di nostra condizion com’ell’è vera,

esser non puote il mio che a te si nieghi.

 

Questi non vide mai l’ultima sera;

ma per la sua follia le fu sì presso,

che molto poco tempo a volger era.

 

Sì com’io dissi, fui mandato ad esso

per lui campare[14]; e non lì[15] era altra via

che questa per la quale i’ mi son messo.

 

Mostrata ho lui tutta la gente ria;

e ora intendo mostrar quelli spirti

che purgan sé sotto la tua balìa[16].

 

Com’io l’ho tratto, saria lungo a dirti;

de l’alto scende virtù che m’aiuta

conducerlo[17] a vederti e a udirti.

 

Or ti piaccia gradir la sua venuta:

libertà va cercando, ch’è sì cara,

come sa chi per lei vita rifiuta.

 

Tu ’l sai, ché non ti fu per lei amara

in Utica la morte, ove lasciasti

la vesta ch’al gran dì sarà sì chiara.

 

Non son li editti etterni per[18] noi guasti,

ché questi vive, e Minòs me non lega;

ma son del cerchio ove son li occhi casti

 

di Marzia tua, che ’n vista ancor ti priega,

o santo petto, che per tua la tegni:

per lo suo amore adunque a noi ti piega.

 

Lasciane andar per li tuoi sette regni;

grazie riporterò di te a lei,

se d’esser mentovato là giù degni».

 

«Marzia piacque tanto a li occhi miei

mentre ch’i’ fu’ di là», diss’elli allora,

«che quante grazie volse da me, fei.

 

Or che di là dal mal fiume dimora,

più muover[19] non mi può, per quella legge

che fatta fu quando me n’usci’ fora.

 

Ma se donna del ciel ti muove e regge,

come tu di’, non c’è mestier lusinghe:

bastisi ben che per lei mi richegge[20].

 

Va dunque, e fa che tu costui ricinghe

d’un giunco schietto e che li lavi ’l viso,

sì ch’ogne sucidume[21] quindi stinghe[22];

 

ché non si converria[23], l’occhio sorpriso[24]

d’alcuna nebbia, andar dinanzi al primo

ministro, ch’è di quei di paradiso.

 

Questa isoletta intorno ad imo ad imo,

là giù colà dove la batte l’onda,

porta di giunchi sovra ’l molle limo;

 

null’altra pianta che facesse fronda

o indurasse, vi puote aver vita,

però ch’a le percosse non seconda.

 

Poscia non sia di qua vostra reddita;

lo sol vi mosterrà[25], che surge omai,

prendere il monte a più lieve salita».

 

Così sparì; e io sù mi levai

sanza parlare, e tutto mi ritrassi

al duca mio, e li occhi a lui drizzai.

 

El cominciò: «Figliuol, segui i miei passi:

volgianci in dietro, ché di qua dichina

questa pianura a’ suoi termini bassi».

 

L’alba vinceva l’ora mattutina

che fuggia innanzi, sì che di lontano

conobbi il tremolar de la marina.

 

Noi andavam per lo solingo pian

com’om che torna a la perduta strada,

che ’nfino ad essa li pare ire in vano.

 

Quando noi fummo là ’ve la rugiada

pugna col sole, per essere in parte

dove, ad orezza[26], poco si dirada,

 

ambo le mani in su l’erbetta sparte

soavemente ’l mio maestro pose:

ond’io, che fui accorto di sua arte,

 

porsi ver’ lui le guance lagrimose:

ivi mi fece tutto discoverto

quel color che l’inferno mi nascose.

 

Venimmo poi in sul lito diserto,

che mai non vide navicar sue acque

omo, che di tornar sia poscia esperto[27].

 

Quivi mi cinse sì com’altrui piacque:

oh maraviglia! ché qual elli scelse

l’umile pianta, cotal si rinacque

 

subitamente là onde l’avelse.

 

 

[1] Per la sua materia più elevata, rispetto a quella della prima cantica, il Purgatorio presenta al suo aprirsi (a differenza dell’Inferno) una sorta di proemio, sull’esempio dei poemi epici classici, proemio che – sempre sull’esempio classico – si distingue nettamente, ed equilibratamente, in una prima parte di “argomento”, cioè la definizione della materia trattata (vv. 1-6), ed una seconda di “invocazione” alla divinità, nel caso specifico alle Muse (vv. 7-12). Entrambe le sezioni, poi, si possono a loro volta suddividere ancora in due parti: il contrasto son l’argomento precedente (vv. 1-3) e la presentazione di quello attuale (vv. 4-6); l’invocazione vera e propria alle Muse (vv. 7-9) ed il richiamo mitologico all’episodio delle Piche (o Pieridi; vv. 10-12).

[2] Consueta metafora, per cui l’ingegno dello scrittore è paragonato ad una barca e la materia della sua opera ad un mare da solcare.

[3] La poesia è detta “morta” per ipallage, in quanto non morta essa stessa, ma “morti” (spiritualmente e moralmente, oltre che in senso materiale) i personaggi di cui essa ha fin qui trattato, cioè i dannati dell’inferno.

[4] Dopo l’invocazione generale alle nove Muse, ci si rivolge nello specifico a Calliope, patrona della poesia epica. Le nove Muse, figlie di Zeus e di Mnemosyne (cioè la Memoria), ebbero ciascuna una materia specifica di cui essere protettrici solamente a partire dall’età ellenistica, mentre in età classica esse erano divinità protettrici “in solido” di tutte le arti e le discipline intellettuali.

[5] Col valore di “accompagnando, e favorendo”.

[6] Termine tecnico filosofico per indicare l’atmosfera, cioè ciò che sta “in mezzo” tra il soggetto percipiente e l’oggetto percepito (specie per ciò che attiene al senso della vista).

[7] Da notare sia il significato del verbo “conforta” (“sollecita”) sia la sua costruzione col genitivo (“d’amar”) invece che col dativo (“ad amar”).

[8] Termine di uso biblico per intendere “deserto, privo”.

[9] Con omissione della particella pronominale riflessiva “mi” vale “mi fui allontanato, distolto”.

[10] Col valore del latino honestus, cioè “degno di rispetto, di onore”, mentre l’italiano “onesto” in latino è probus; gli honestiores, nella scena politica romana, erano le persone appartenenti alle classi più elevate e degne di rispetto.

[11] Aggettivo per indicare la “conca (valle) inferiore”, cioè sotterranea. Ad un certo punto, poi, l’aggettivo “(luogo)  inferno” si trasformerà in sostantivo.

[12] Col valore del latino consilium, cioè “decisione, legge”.

[13] Nel significato di “rocce, balze” è già stato usato da Dante nell’inferno (cc. XIV e XXI).

[14] Con il valore transitivo di “salvare”, cosa abbastanza normale nella lingua dei secoli XIII/XIV.

[15] È l’avverbio di luogo, col valore di “non vi era altra via”.

[16] Col valore, positivo, di “custodia, tutela” e non con quello attuale, negativo, di “essere in potere di”. Con questo termine è anche da connettere la denominazione della carica politico-militare medievale di “balivo” (governatore, custode).

[17] Costruzione, simile al francese, del verbo più infinito senza la presenza della preposizione (“m’aiuta <a> conducerlo”).

[18] Con il consueto valore di complemento d’agente (“da”).

[19] Cioè “commuovere”.

[20] Forma, non inconsueta, nell’italiano antico di congiuntivo con desinenza -e (per -a), dovuta anche alla necessità di rima con l’indicativo “regge” (cfr. anche il “ricinghe” del verso successivo).

[21] Forma toscana con metatesi per “sudiciume” (cfr. anche “interpetrare” per “interpretare” ed altre forme).

[22] Dal verbo “stingere”, col significato di “cancellare, eliminare”, regge “quindi”, avverbio di luogo (e non di tempo), cioè “di lì” (dal viso).

[23] Forma arcaica di condizionale presente, costruita a partire dalla forma perifrastica di infinito più imperfetto del verbo avere (convenire avia).

[24] Costruzione a somiglianza dell’ablativo assoluto latino (“essendo l’occhio offuscato”).

[25] Forma toscana arcaica per il più comune “mostrerà”.

[26] Letteralmente “all’ombra”, a meno che si legga (come fanno alcuni commentatori) “adorezza” come un’unica parola, e cioè voce del verbo “adorezzare” (essere all’ombra), aggiungendo però una “e” dopo “sole” del verso precedente.

[27] Nel suo senso etimologico, dal participio passato latino “expertus” (< experior), cioè “colui che ha fatto la prova, l’esperienza”.

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