I falsari (1861) di Paul Gustave Doré (1832-1883)

 

La molta gente e le diverse[1] piaghe

avean le luci mie sì inebriate,

che de lo stare a piangere eran vaghe.

 

Ma Virgilio mi disse: «Che pur[2] guate?

perché la vista tua pur si soffolge[3]

là giù tra l’ombre triste smozzicate?

 

Tu non hai fatto sì a l’altre bolge;

pensa, se tu annoverar le credi,

che miglia ventidue la valle volge.

 

E già la luna è sotto i nostri piedi:

lo tempo è poco omai che n’è concesso,

e altro è da veder che tu non vedi».

 

«Se tu avessi», rispuos’io appresso,

«atteso a la cagion perch’io guardava,

forse m’avresti ancor lo star dimesso[4]».

 

Parte sen giva, e io retro li andava,

lo duca, già faccendo la risposta,

e soggiugnendo: «Dentro a quella cava

 

dov’io tenea or li occhi sì a posta,

credo ch’un spirto del mio sangue[5] pianga

la colpa che là giù cotanto costa».

 

Allor disse ’l maestro: «Non si franga[6]

lo tuo pensier da qui innanzi sovr’ello.

Attendi ad altro, ed ei là si rimanga;

 

ch’io vidi lui a piè del ponticello

mostrarti, e minacciar forte, col dito,

e udi’ ’l nominar Geri del Bello.

 

Tu eri allor sì del tutto impedito

sovra colui che già tenne Altaforte,

che non guardasti in là, sì fu partito».

 

«O duca mio, la violenta morte

che non li è vendicata ancor», diss’io,

«per alcun che de l’onta sia consorte,

 

fece lui disdegnoso; ond’el sen gio

sanza parlarmi, sì com’io estimo:

e in ciò m’ha el fatto a sé più pio».

 

Così parlammo infino al loco primo

che de lo scoglio l’altra valle mostra,

se più lume vi fosse, tutto ad imo[7].

 

Quando noi fummo sor[8] l’ultima chiostra

di Malebolge, sì che i suoi conversi

potean parere a la veduta nostra,

 

lamenti saettaron me diversi,

che di pietà ferrati avean li strali;

ond’io li orecchi con le man copersi.

 

Qual dolor fora[9], se de li spedali,

di Valdichiana tra ’l luglio e ’l settembre

e di Maremma e di Sardigna i mali

 

fossero in una fossa tutti ’nsembre[10],

tal era quivi, e tal puzzo n’usciva

qual suol venir de le marcite membre[11].

 

Noi discendemmo in su l’ultima riva

del lungo scoglio, pur da man sinistra;

e allor fu la mia vista più viva

 

giù ver lo fondo, la ’ve la ministra

de l’alto Sire infallibil giustizia

punisce i falsador che qui registra.

 

Non credo ch’a veder maggior tristizia

fosse in Egina il popol tutto infermo,

quando fu l’aere sì pien di malizia,

 

che li animali, infino al picciol vermo,

cascaron tutti, e poi le genti antiche,

secondo che i poeti[12] hanno per fermo,

 

si ristorar di seme di formiche;

ch’era a veder per quella oscura valle

languir li spirti per diverse biche.

 

Qual sovra ’l ventre, e qual sovra le spalle

l’un de l’altro giacea, e qual carpone

si trasmutava[13] per lo tristo calle.

 

Passo passo andavam sanza sermone,

guardando e ascoltando li ammalati,

che non potean levar le lor persone.

 

Io vidi due sedere a sé poggiati,

com’a scaldar si poggia tegghia a tegghia[14],

dal capo al piè di schianze macolati;

 

e non vidi già mai menare stregghia

a ragazzo aspettato dal segnorso[15],

né a colui che mal volontier vegghia,

 

come ciascun menava spesso il morso

de l’unghie sopra sé per la gran rabbia

del pizzicor, che non ha più soccorso;

 

e sì traevan giù l’unghie la scabbia,

come coltel di scardova le scaglie

o d’altro pesce che più larghe l’abbia.

 

«O tu che con le dita ti dismaglie»,

cominciò ’l duca mio a l’un di loro,

«e che fai d’esse talvolta tanaglie,

 

dinne s’alcun Latino è tra costoro

che son quinc’entro, se l’unghia ti basti

etternalmente a cotesto lavoro».

 

«Latin siam noi, che tu vedi sì guasti

qui ambedue», rispuose l’un piangendo;

«ma tu chi se’ che di noi dimandasti?».

 

E ’l duca disse: «I’ son un che discendo

con questo vivo giù di balzo in balzo,

e di mostrar lo ’nferno a lui intendo».

 

Allor si ruppe lo comun rincalzo;

e tremando ciascuno a me si volse

con altri che l’udiron di rimbalzo.

 

Lo buon maestro a me tutto s’accolse,

dicendo: «Dì a lor ciò che tu vuoli»;

e io incominciai, poscia ch’ei volse[16]:

 

«Se la vostra memoria non s’imboli[17]

nel primo mondo da l’umane menti,

ma s’ella viva sotto molti soli,

 

ditemi chi voi siete e di che genti;

la vostra sconcia e fastidiosa pena

di palesarvi a me non vi spaventi[18]».

 

«Io fui d’Arezzo, e Albero da Siena»,

rispuose l’un, «mi fé mettere al foco;

ma quel per ch’io mori’ qui non mi mena.

 

Vero è ch’i’ dissi lui, parlando a gioco:

«I’ mi saprei levar per l’aere a volo»;

e quei, ch’avea vaghezza e senno poco,

 

volle ch’i’ li mostrassi l’arte; e solo

perch’io nol feci Dedalo, mi fece

ardere a tal che l’avea per figliuolo.

 

Ma nell’ultima bolgia de le diece

me per l’alchìmia[19] che nel mondo usai

dannò Minòs, a cui fallar non lece[20]».

 

E io dissi al poeta: «Or fu già mai

gente sì vana come la sanese?

Certo non la francesca sì d’assai! ».

 

Onde l’altro lebbroso, che m’intese,

rispuose al detto mio: «Tra’mene Stricca

che seppe far le temperate spese,

 

e Niccolò che la costuma[21] ricca

del garofano prima discoverse

ne l’orto dove tal seme s’appicca;

 

e tra’ne la brigata in che disperse

Caccia d’Ascian la vigna e la gran fonda[22],

e l’Abbagliato suo senno proferse.

 

Ma perché sappi chi sì ti seconda

contra i Sanesi, aguzza ver me l’occhio,

sì che la faccia mia ben ti risponda:

 

sì vedrai ch’io son l’ombra di Capocchio,

che falsai li metalli con l’alchìmia;

e te dee ricordar, se ben t’adocchio,

 

com’io fui di natura buona scimia».

 

[1] Come di consueto in Dante, ha il valore di “strane, insolite” o addirittura “mostruose, orribili”.

[2] Con valore intensivo a rafforzare un verbo (guatare) che già di per sé ha un valore rafforzativo: “perché continui a guardare con insistenza?”.

[3] Dal verbo “soffolgersi” che può avere due etimi: o dal latino suffulcire (“puntellare, sorreggere, sostenere”) o dall’aggettivo “soffolto” (arcaico per “folto”), e quindi col valore di “infoltarsi, entrare/mettersi nel folto” o, metaforicamente, “indugiare”.

[4] Dal verbo latino demittere col valore di “concedere, permettere”.

[5] Metonimico per “famiglia, stirpe”.

[6] O col valore di “non si interrompa, non si spezzi” o di “non si intenerisca, non si fiacchi”.

[7] Nel senso di “fino in fondo”.

[8] Forma arcaica per “sovra”: la troviamo ancora oggi come prefisso in composti del tipo “sorprendere, sorvolare, sorpassare” ecc.

[9] Dal congiuntivo imperfetto latino arcaico foret (= esset): vale “sarebbe”.

[10] Forma arcaica o, secondo alcuni, francesismo schietto (cfr. ensemble; spagnolo ensembra) per “insieme”.

[11] Desinenza toscana abbastanza consueta nella derivazione dai neutri latini in -a.

[12] Plurale per il singolare (sineddoche). Si parla di “poeti” al plurale, ma in realtà la fonte è il poeta latino Ovidio (Metamorfosi VII, v. 623).

[13] Dal verbo latino transmutare: vale “si trasferiva, si trascinava” (cfr. anche il piemontese tramudé/tramuvé, “spostarsi, traslocare”).

[14] Dal tardo latino tegula, in italiano moderno “teglia”.

[15] Uso del sostantivo (segnor) seguito dal possessivo enclitico (-so, cioè suo), diffuso, oltre che nel toscano antico (esempi pure in Machiavelli), anche in molti dialetti meridionali moderni (mogliema, soreta, patremo…).

[16] Forma arcaica per “volle”, in rima equivoca col “volse” di v. 98 che ha il significato di “volgersi, girarsi”.

[17] Forma arcaica per “s’involi”, con scambio tra le fricative b/v (cfr. anche parabola > paravola > parola). Per il verbo “imbolare”, cfr. anche Boccaccio nella novella: “Bruno e Buffalmacco imbolano un porco a Calandrino” (VIII, 6), nel senso di “rubare, portar via” (cfr. francese voler, “rubare”).

[18] Usato col valore del verbo latino deterrere, nel senso di “trattenere, distogliere” (cfr. in it. moderno “deterrente”, cioè qualcosa che distolga, impedisca).

[19] Dall’arabo al-kimiya (letteralmente “la pietra filosofale “); dallo stesso termine, ma senza l’articolo “al-“, deriva anche il vocabolo “chimica”.

[20] Dal latino non licet: “non è possibile”.

[21] Uso raro ed arcaico del femminile “costuma” per “costume”, col valore di “uso, abitudine” (cfr. in piemontese, ancora oggi, costuma per “abitudine, modo di fare”).

[22] La lezione testuale “fonda” è più testimoniata e per di più difficilior (e quindi più probabile) della vulgata “fronda”. “Fonda” vale (cfr. “costuma”, al v. 127, per l’uso del femminile per il maschile) come “fondo”, cioè terreno coltivabile: infatti, messo in relazione nello stesso verso con “vigna”, appare più coerente che non “fronda”, cioè semplicemente “ramo” o al massimo, metonimicamente, “albero”.

 

 

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