Il 21 gennaio 2021, giorno in cui la Chiesa ogni anno fa memoria della piccola martire Sant’Agnese, ma anche giorno anniversario del martirio di Luigi XVI, Re di Francia, Papa Francesco ha decorato con la palma del martirio il giovane Don Giovanni Fornasini, il cui nome si lega ad un toponimo, Marzabotto, divenuto celebre in tutto lo stivale. La risonanza di tale località è stata dettata da motivazioni più che altro belliche, ma ora siamo invitati a riscoprirla come luogo di testimonianza suprema della Fede in Cristo.

Don Giovanni Fornasini nacque a Pianaccio di Lizzano in Belvedere (Bologna) il 23 febbraio 1915 da Angelo e Maria Guccini. Nel 1925 la famiglia si trasferì a Bagni della Porretta (attuale Porretta Terme), in una casetta sul Rio Maggiore, presso le Terme alte. Terminate le scuole elementari frequentò la scuola di Avviamento Commerciale presso il Collegio Albergati. A Porretta Giovanni prestò servizio come chierichetto vestendo solo la cotta bianca perché non si trovava una veste nera abbastanza lunga per lui, magro e molto alto. Qui maturò la sua vocazione e nell’ottobre del 1931 entrò nel Seminario di Borgo Capanne. Successivamente frequentò gli studi prima presso il Seminario Arcivescovile di Villa Revedin, poi nel Pontificio Seminario Regionale di Bologna.

Venne ordinato diacono nel 1941 e nel medesimo anno l’Arcivescovo lo destinò alla parrocchia di San Tommaso a Sperticano come coadiutore, nei giorni festivi, dell’anziano parroco don Giovanni Roda. Qui rimase per un anno e, dopo aver ricevuto l’ordinazione sacerdotale il 28 giugno 1942 nella cattedrale di San Pietro a Bologna dall’arcivescovo Card. Giovanni Battista Nasalli Rocca, venne nominato vicario della medesima parrocchia. Celebrò le sue prime Messe a Pianaccio, a San Luca ed a Porretta, dove tenne l’omelia, nella quale disse: «Il Signore mi ha scelto monello fra i monelli». Il 20 luglio dello stesso anno morì l’anziano parroco Don Roda e don Giovanni gli succedette il 21 agosto 1942.

Iniziò la sua attività pastorale nel difficile periodo bellico, mostrando fin da subito grande zelo, che si concretizzò in molteplici atti di carità, di bontà e in una costante attenzione per i suoi parrocchiani. Si prodigò anche in campo educativo, cercando di aprire una scuola simile a quella da lui frequentata a Porretta. Dopo il bombardamento su Bologna del 1943 accolse in canonica molti sfollati. La sua parrocchia divenne, grazie al suo cuore sacerdotale, un vero e proprio “cantiere della carità”. In sella alla sua amata bicicletta si recò ovunque ad aiutare i confratelli sacerdoti anziani e fu pure presente, il 27 novembre 1943, a Lama di Reno per soccorrere i tanti feriti del tragico bombardamento aereo: era dovunque presente e sorridente, ad aiutare chiunque avesse bisogno.

Quando più forte arrivò il vento di guerra, intensificò il suo impegno, prestandosi spesso, senza timore, a fare da portavoce e difensore della popolazione, affrontando con coraggio e dolcezza molte emergenze e situazioni pericolose. Non dimostrò alcuna paura a trattare con l’esercito occupante, sostenuto dalla sua grande Fede e dalla sua coerenza sacerdotale. Nel maggio del 1944 i tedeschi compirono numerose rappresaglie e don Giovanni, incurante del pericolo, corse a seppellire i morti. Scrisse il suo testamento il 10 settembre 1944, consapevole dei pericoli che stava correndo, un mese prima del suo martirio. A difesa di una ragazza che un ufficiale SS aveva adocchiato in canonica fu costretto a partecipare ad una sguaiata festa dei tedeschi dove venne insultato e sbeffeggiato, ma riuscì a resistere e a difendere la giovane.

 

Resti della chiesa di San Martino di Monte Sole, nella terra dell’eccidio

 

Fra il 28 e il 29 settembre 1944, vi fu la prima strage sul Monte Sole in cui furono sterminate 770 persone. Il 29 settembre, nel contesto delle vendette belliche naziste, Don Fornasini fu imprigionato dalle SS, ma venne rilasciato perché riconosciuto estraneo alla lotta partigiana. Il 13 ottobre 1944, un ufficiale delle SS invitò Don Fornasini a seguirlo in montagna per dare sepoltura ad alcune persone. Salutò la madre con poche parole: «Quando tornerò mi vedrete …». Accompagnò il soldato fino a San Martino di Caprara, ma da qui non fece più ritorno. Il suo corpo venne recuperato nell’aprile 1945 dal fratello. Secondo la ricostruzione, la morte del sacerdote, appena ventinovenne, sarebbe avvenuta dopo un’agonia dovuta a maltrattamenti compiuti sulla sua persona.

Circa il martirio formale ex parte persecutoris, si deve tener conto del complesso quadro creatosi in Italia dopo l’Armistizio dell’8 settembre 1943 e le conseguenti ritorsioni belliche. Le azioni partigiane nei confronti dei tedeschi scatenarono le feroci rappresaglie naziste contro la popolazione. Dopo i massacri avvenuti sul Monte Sole, Don Giovanni si era prodigato in un’intensa attività di mediazione per evitare ulteriore spargimento di sangue tra i civili. Sia per il suo ruolo di mediatore che per l’attenzione ai costumi della popolazione, Don Fornasini era avvertito come una presenza scomoda per l’autorità tedesca, che lo percepiva come un ostacolo, per cui l’odium fidei fu la ragione prevalente della sua uccisione. Il suo assassinio fu motivato da una specifica avversione al ministero. Don Fornasini era consapevole dei rischi per la propria incolumità. Nonostante i sacerdoti della zona avessero ricevuto il permesso dell’Autorità ecclesiastica di abbandonare le canoniche per rifugiarsi in città, Don Giovanni scelse di restare tra la sua gente. In canonica avevano trovato riparo vari sfollati, ma vi si erano insediati anche i tedeschi.

La fama di martirio si diffuse subito e permane sino ad oggi, unita ad una certa fama di segni divini. Fu il Card. Giacomo Biffi, Arcivescovo di Bologna, ad avviare la causa di beatificazione e canonizzazione il 18 ottobre 1998. Nel 1950 venne conferita la medaglia d’oro al valore civile alla sua memoria con la seguente motivazione: «Nella sua parrocchia di Sperticano, dove gli uomini validi tutti combattevano sui monti per la libertà della Patria, fu luminoso esempio di cristiana carità. Pastore di vecchi, di madri, di spose, di bambini innocenti, più volte fece loro scudo della propria persona contro efferati massacri condotti dalle SS germaniche, molte vite sottraendo all’eccidio e tutti incoraggiando, combattenti e famiglie, ad eroica resistenza. Arrestato e miracolosamente sfuggito a morte, subito riprese arditamente il suo posto di pastore e di soldato, prima tra le rovine e le stragi della sua Sperticano distrutta, poi a San Martino di Caprara dove, pure, si era abbattuta la furia del nemico. Voce della Fede e della Patria, osava rinfacciare fieramente al tedesco l’inumana strage di tanti deboli ed innocenti richiamando anche su di sé le barbarie dell’invasore e venendo a sua volta abbattuto, lui Pastore, sopra il gregge che, con estremo coraggio, sempre aveva protetto e guidato con la pietà e con l’esempio».

In questo contesto trovarono la morte anche altri due sacerdoti diocesani, Don Ferdinando Casagrande (Castelfranco Emilia, Bologna, 15 novembre 1913 – Casaglia di Caprara, Bologna, 9 ottobre 1944) e Don Ubaldo Marchioni (Vimignano di Grizzana Morandi, Bologna, 19 maggio 1918 – Casaglia di Caprara, Bologna, 29 settembre 1944), nonché due religiosi, il salesiano Don Elia Comini (Vergato, Bologna, 7 maggio 1910 – Pioppe di Salvaro, Bologna, 1 ottobre 1944) ed il dehoniano Padre Martino Capelli (Nembro, Bergamo, 20 settembre 1912 – Pioppe di Salvaro, Bologna, 1 ottobre 1944). Anch’essi sono candidati agli onori degli altari.

 

Papa Giovanni Paolo II, nel 1995, ebbe ad affermare: «Abbiamo il dovere di ricordarci davanti a Dio di quei fatti drammatici, per onorare i morti e per compiangere tutti quelli che questo dilagare di crudeltà ha feriti nel cuore e nel corpo, completamente perdonando le offese. Non posso lasciar trascorrere questo anniversario senza invitare a riflettere sul processo che ha condotto tale conflitto sino agli abissi della disumanità e della desolazione. Sento il dovere di ricavare una lezione da quel passato perché non si possa mai più rinnovare il fascio di cause capaci di innescare nuovamente un’analoga conflagrazione (…) Dobbiamo rendere grazie a Dio per i numerosi testimoni, noti e ignoti, che in quelle ore di tribolazione hanno avuto il coraggio di professare intrepidamente la fede, che hanno saputo ergersi contro l’arbitrio ateo e non si sono piegati sotto la forza».

Il sangue versato dai pastori si inserisce, dunque, nella passione di un popolo, di intere comunità cristiane. Non casi solitari, non persone staccate da un contesto storico preciso, ma pastori chiamati a servire e dare la vita per quel gregge che era stato loro affidato.

 

 

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