Il Beato Carlo d’Asburgo, ricordato dal nipote, l’Arciduca Martino – Parte I

 

 

Il Professor Roberto Coaloa, che quando scriveva per «Il Sole 24 Ore» scrisse un articolo oggettivo sulla beatificazione di Carlo d’Asburgo a differenza di molte altre testate italiane politicamente ostili, e che oggi collabora con «La Stampa», ha tenuto, durante il convegno, un amichevole e proficuo dialogo con l’arciduca Martino d’Asburgo, che qui riportiamo.

 

L’11 novembre 2018 si è celebrato il centenario della fine della Grande Guerra e c’era un contesto politico completamente diverso da quello odierno. Perché oggi abbiamo, appunto, questo clima, purtroppo, di guerra. Nel 2018, invece, c’era un clima anti-europeo con i partiti al governo che erano pronti a sfidare l’Europa.

Forse non siamo più in questo clima anti-europeo.  La figura di Carlo, che in qualche maniera, nel 2004, ha segnato delle speranze per un periodo nuovo di pace, ma ora è tempo di guerra… 

È un tema un po’ difficile, perché diciamo che la politica europea cambia molto velocemente. Adesso la gente capisce che, essendo insieme, riusciamo ad essere più forti.

È una cosa abbastanza divertente, dal punto di vista storico, perché i vecchi nemici tornano alla ribalta, in quanto la Russia non è mai stata molto amica sia dei tedeschi che dell’Impero Austroungarico.

Quello che è interessante è che, attualmente, tutti cercano di saldare l’Europa, però la mia domanda è sempre la stessa: Ma che tipo di Europa vogliono? Un’Europa federale? Un’Europa basata su certi criteri? O un’Europa soltanto commerciale, economica?

Io spero che, in caso di un confronto, di una rimessa in questione proprio dell’Europa, la gente dica: «Sì, tutto va bene, siamo una comunità europea (o è più giusto dire un’Unione Europea), ma abbiamo una politica in comune, abbiamo una difesa comune.»

No, per adesso non abbiamo niente perché, anche se abbiamo un rappresentante della politica comune europea, lui proprio non ha potere, non ha niente. Dunque, sarebbe interessante, sarebbe anche un’idea buona di rispondere alla domanda centrale: che cosa vogliamo, cosa vuole essere l’Europa? Attualmente (io parlo da parte mia), un’Europa basata sui nostri ideali cristiani e, dunque, su una storia che non si può negare.

Alcuni anni fa, ero a Košice, in Slovacchia, al confine con l’Ucraina. Lì  si trova la cattedrale gotica uguale a quella che si trova a Parigi: è la presenza cristiana, quella che si trova ovunque in Europa. Questa era l’Europa, un’Europa che era veramente basata su certi principi. Anche se i popoli andavano spesso in guerra l’uno contro l’altro, tuttavia c’erano certi valori fondamentali. Ebbene, li abbiamo persi…

Forse sarebbe forse meglio fare una bella riflessione e chiederci cosa vogliamo veramente.

Ho ricordato il 2018 perché il clima politico era diverso da quello di oggi, ma soprattutto erano i cento anni della fine della Grande Guerra. Questo è un tema delicato, un argomento difficile, perché la famiglia dell’arciduca Martino è da parte materna Savoia-Aosta, da parte paterna gli Asburgo, quindi, desidero che tu potessi raccontare, anche brevemente, quello che è stato l’incontro di questa famiglia nella tormenta della Grande Guerra, perché ci sono anche molti aneddoti al riguardo. Mi ricordo della mamma Margherita di Savoia che descriveva come il papà vi faceva vedere i fiumi oppure come la nonna Zita non voleva che un Asburgo sposasse una Savoia.

Ecco, partiamo da qui, all’inizio, ovvero quando mio padre ha annunciato a sua madre il fidanzamento con mia madre. La nonna Zita non è rimasta entusiasta perché c’erano due cose: primo, era un’italiana, e lì già… buttava male, come si dice; ma il peggio era che la madre [di Margherita] era un’Orléans, dunque, diciamo, contro i tradizionalisti, massoni anti-cattolici, perciò non era vista bene. Però, dopo, ha conosciuto per bene mia madre e si è adeguata.

Noi non abbiamo mai parlato della Prima Guerra Mondiale in famiglia, perché era un po’ imbarazzante. Quando eravamo in Francia, in terreno neutro, si sfiorava l’argomento. Ma quando eravamo a Sartirana, eravamo in Italia e quindi non si poteva picchiare troppo sugli italiani, chiaramente.

Tuttavia, per esempio, c’era una statua, nell’ufficio di mio padre, di Emanuele Filiberto, capo della III armata. Bene, quando lui non c’era, la statua guardava tutto il salone; quando, invece, mio padre era presente, Emanuele Filiberto era girato e guardava l’angolo del muro, perché erano ancora cose troppo “vive”, molto, molto, molto forti. Addirittura, subito dopo la Prima Guerra mondiale, la famiglia era in grandi ristrettezze economiche, eravamo messi molto, molto male. Le uniche poche cose che sono state recuperate sono quelle provenienti dagli Este, tra cui c’era la famosa Bibbia del Borso d’Este (un manoscritto miniato in due volumi; le miniature, opera di Taddeo Crivelli e altri, furono realizzate tra il 1455 e il 1461. L’opera è conservata oggi nella Biblioteca Estense di Modena). La vendita di questa Bibbia è riuscita a salvare finanziariamente la famiglia, fino alla Seconda Guerra mondiale. Ma la nonna non voleva venderla direttamente, perché Mussolini era interessato a recuperarla. Però la nonna ha detto: «No, non possiamo venderla agli italiani», benché lei fosse di origini italiane, era nata a Pianoro e si è fidanzata a Pianoro, ma erano altri tempi…

Dunque, c’è stato tutto un escamotage da Londra per far arrivare la Bibbia in Italia. All’epoca era stato eretto l’Istituto della «Treccani» e allora Mussolini fece pressioni perché la Treccani l’acquisisse, così avvenne ed essa venne donata all’Italia. 

All’epoca sanguinavano ancora le profonde ferite: dal punto di vista austriaco, l’Italia è stata un tradimento. Anche il famoso accordo di Londra è stato, anche per l’Italia, un colpo di Stato, perché era un patto segreto e nessuno lo conosceva. Era nato da Vittorio Emanuele III e da Sonnino e loro hanno sorpassato il parlamento; il parlamento non è stato neanche consultato. Per cui, tutte quelle realtà politiche hanno lasciato forti tracce nella nostra famiglia, ma ora possiamo parlarne tranquillamente. Ma, qualche anno fa, erano ancora… tasti dolorosi.

Per tornare al tema legato al Beato Carlo, un vero dono, per me, l’essere divenuto Beato per la Chiesa, vorrei  che ci soffermassimo su un aspetto: leggendo per bene le sue pagine che sono inedite, scritte a Madera, dove per un lungo periodo rimane solo, si possono valutare sia la sua santità sia le sue profezie. Nel Diario, scritto prima di ammalarsi, annota quello che succede in Ungheria, annota quello che succede negli altri Paesi e scrive anche sul destino dell’Ucraina…

Sappiamo che, purtroppo, la tragedia immane della Prima Guerra mondiale è stata una sorta di guerra civile europea, un conflitto atroce, ma soprattutto si è sbagliata la pace. Stiamo parlando del trattato di Saint-Germain (1919) che stabilì la ripartizione dell’Impero Austroungarico e le condizioni per creare una Repubblica austriaca; del trattato di Versailles (1919), che stabilì i pesantissimi pagamenti ai danni di guerra ai due imperi, il reich tedesco e quello austriaco; del trattato del Trianon (1920), che stabilì le sorti del Regno di Ungheria. Sono proprio questi trattati che hanno portato alla Seconda Guerra mondiale. Ecco un insegnamento: non accanirsi sui vinti, perché colpendo economicamente le popolazioni, queste possono ribellarsi, un giorno, abbracciando anche una dittatura feroce. Carlo d’Asburgo ci parlava, già allora, di pace sbagliata, ed era proprio preoccupato per le sorti dell’Ucraina e della Polonia.

Dopo che si è sposato, mio nonno è stato mandato in guarnigione in Galizia e la nonna mi ha sempre detto che è stato uno dei momenti più belli della loro vita, perché erano lontani da Vienna, lontani dalle rogne della corte.  Lì  il Beato Carlo ha vissuto come un qualsiasi ufficiale, in Galizia. La nonna raccontava sempre che la Galizia era veramente il concentrato dell’Impero, perché c’era di tutto… c’era di tutto: tedeschi, ucraini, polacchi, russi e un’enorme comunità ebrea. A Leopoli (in tedesco «Lemberg»), il 40% della popolazione, sotto l’Impero, erano ebrei. L’impero, dal punto di vista storico, è stato uno dei collanti per gli ebrei perché non erano legati ad una nazione. Un punto di vista molto interessante per la famiglia degli Asburgo, perché noi non siamo mai stati legati ad una sola nazione. Si dice: «Gli Asburgo sono austriaci». No, noi siamo svizzeri.

E perché l’impero ha tenuto?

Perché gli ungheresi non amavano i tedeschi, i croati detestavano gli ungheresi; noi siamo stati il collante, ma non avevamo delle radici tradizionali. Per questo, quando l’Impero è crollato, nessuno ci ha aiutato. Guardate in Germania: tutte le famiglie regnanti o ex-regnanti, o sono rimaste lì o sono partite con tutto. Noi no, perché non avevamo radici. Dagli ungheresi non eravamo ben visti. Ma dall’altra parte, gli ungheresi avevano bisogno di noi perché li proteggevamo dai croati.

Adesso, quando osserviamo la Comunità europea, vediamo che piano piano stiamo ritornando a tutto questo. Perché la Cecoslovacchia non c’è più, la Jugoslavia è sparita e quando si vede la carta geografica del 1918 (o 1917 per essere più esatto) e quella dell’Unione Europea vediamo che ci stiamo avvicinando alla realtà di prima, quando c‘era un convivere abbastanza buono. Il professor Ivo Musajo Somma oggi ha detto, giustamente, che molti sostenevano che fosse una prigione dei popoli. Be’, no, non era vero.

Forse, dopo un po’ di anni e dopo aver letto un po’ di libri, la mia idea è che l’Impero sia crollato perché Francesco Giuseppe è rimasto troppo tempo al trono. Francesco Giuseppe, che era una persona corretta, sapeva molto bene che c’erano da fare delle riforme, soltanto che lui era legato ad un giuramento. Infatti, quando c’è stato il passaggio di potere, il nonno non voleva diventare re di Ungheria (ha cercato di rimandare l’incoronazione il più tardi possibile) perché, diventando re, tu dovevi giurare su una Costituzione e, dunque, accettare il sistema del dualismo, e lui si rese conto che non era possibile. Il primo ministro dell’Ungheria è andato da mio nonno e gli ha detto: «C’è un piccolo problema: Lei, non essendo il re, non può comandare le truppe ungheresi.»

Dunque, in mezzo ad una guerra, un uomo cosa può fare? Niente, deve accettare il ricatto, perché questo è stato un vero e proprio ricatto. Per questo le feste per l’incoronazione sono state molto ridotte e mio nonno, il giorno stesso, è ritornato a Vienna. 

L’Impero è stato, forse, più distrutto dai politici che dall’esterno perché, alla fine della Prima Guerra mondiale, i tedeschi erano in Francia, gli italiani non sono entrati nell’Impero, i russi sono stati buttati fuori. La vittoria militare di certuni è stata effimera, l’Europa era in agonia, infatti è arrivata la Seconda Guerra mondiale.

 

 

Nel mondo d’oggi, si parla di uguaglianza e fratellanza, ma spesso ci si dimentica che è grazie alle differenti culture se l’uomo riesce a vivere. Infatti, il Beato Carlo ha protetto i suoi sudditi anche salvaguardando la cultura di ogni popolo che era incluso nel suo Impero. Come ha affermato l’arciduca Martino d’Asburgo, se si toglie la cultura ad un uomo, allora si toglie anche inevitabilmente la sua umanità.

Gli Asburgo d’Este sono una grande famiglia, nobile sia socialmente che spiritualmente, ricchi di coraggio, dettato e guidato dalla fede, che è l’eredità più importate che l’arciduca Martino e i suoi fratelli abbiano ricevuto, come egli stesso dichiara. Possiamo solo andare avanti con questa fede, con questo retaggio, nella speranza che, un giorno, l’Europa riscopra i suoi veri tesori e i suoi veri eroi, come il Beato Carlo Francesco Giuseppe Ludovico Uberto Giorgio Ottone Maria d’Asburgo-Lorena-Este, l’ultimo grande imperatore dell’Impero Austroungarico.

 

 

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