È uscita in questi giorni, nell’anno in cui si celebrano i 120 anni dal sacrificio cruento della sua vita (2022-1902), la sesta edizione della biografia Mafalda di Savoia. Dalla reggia al lager di Buchenwald di Cristina Siccardi, che era stata pubblicata per la prima volta nel 1999 dalle Paoline Editoriale Libri. Da questo lavoro era stata liberamente tratta la miniserie televisiva Mafalda di Savoia – Il coraggio di una principessa, andata in onda, nella sua prima visione, il 28 e 29 novembre 2006 su Canale 5, una produzione della Rizzoli Audiovisivi, diretta dal regista Maurizio Zaccaro, con la partecipazione di Stefania Rocca (Mafalda), Johannes Brandru (il marito di Mafalda, il langravio Filippo d’Assia-Kassel), Clotilde Courau (Giovanna di Savoia), Hary Prinz (Karl Rudiger), Amanda Sandrelli (Ester Sermoneta), Carlo Dogliani (Vittorio Emanuele III), Margareta Von Krauss (Elena di Savoia), Claudio Spadaio (Benito Mussolini), Dirk Plönissen (Herbert Kappler).

La straordinaria e tragica vicenda che coinvolse l’ultimo anno di vita di questa giovane e grande donna di Casa Savoia, morta nel campo di concentramento di Buchenwald con il nome di Frau Von Weber, continua a smuovere gli animi di molti e non solo italiani. La sua figura, nobile e umile allo stesso tempo, figlia, sposa, madre e principessa esemplare, continua ad incutere interesse anche nell’ampio pubblico. Qualche tempo dopo l’uscita del libro, la Rcs Libri pubblicò, nella collana «Le grandi Biografie», la stessa biografia e successivamente Angelo Rizzoli rimase affascinato da quella creatura tanto mite e tanto coraggiosa, esempio di determinazione e fermezza, che per amore della famiglia e della patria andò incontro alla morte ecco che ne sorse la trasposizione televisiva.

Enrico d’Assia, nato a Roma il 30 ottobre 1927, secondogenito dei quattro figli (Maurizio, Ottone, Elisabetta) della Principessa Mafalda e del langravio Filippo d’Assia-Kassel, è stato il collaboratore più attento alla realizzazione del lavoro storico-letterario: mi aprì generosamente la sua casa, Villa Polissena, l’amata dimora romana della madre e del padre, e mi introdusse nelle amate “stanze sacre” di Enrico,  rimaste tali e quali fino a quando egli visse come le aveva lasciate Mafalda il 22 novembre del 1943, il giorno in cui venne arrestata per mano dell’ Obersturmbannführer Kappler, capo del servizio di sicurezza delle SS, per portare a termine la cosiddetta «Operazione Abeba», cioè la cattura e la deportazione della secondogenita di Vittorio Emanuele II.

Il dossier su Mafalda era stato aperto da tempo, già dai giorni in cui aveva abitato a Kassel, in Germania, insieme al marito, dove manifestava, anche pubblicamente, la sua profonda antipatia per Hitler, fino al pedinamento in Bulgaria, dove, a Sofia, la Principessa Savoia si presentò nell’agosto del 1943 ai funerali del cognato, re Boris III di Bulgaria, nemico del Führer e che morì avvelenato per mano dei sovietici, i quali occuparono subito dopo il governo della nazione. Boris era marito della sorella, la regina Giovanna, terziaria francescana, che si era sposata ad Assisi e che alla sua morte, sopraggiunta ad Estoril il 26 febbraio del 2000, venne sepolta nella cappella dei Francescani del cimitero di Assisi.

Il giorno 22 settembre 1943 a Villa Polissena squillò il telefono, era l’ambasciata tedesca di Roma: Herber Kappler informava personalmente Mafalda che una comunicazione telefonica del marito era prevista dalla Germania per le ore 11:00; in realtà era stato fatto prigioniero da alcuni mesi. Fu una tragica trappola ideata dai nazisti, poiché Hitler, per vendicare l’armistizio stipulato con gli americani da Vittorio Emanuele III, fece rapire e giustiziare la figlia che aveva sposato un tedesco.

Destino volle che Mafalda morisse il 28 agosto 1944 all’interno del lager, lo stesso giorno della morte di re Boris, avvenuta un anno esatto prima. Nell’agosto del 1944, infatti, gli anglo-americani bombardarono il lager di Buchenwald e la baracca dove si trovava Mafalda venne distrutta, causando alla Principessa gravissime ustioni e contusioni su tutto il corpo. Fu ricoverata nell’infermeria della casa di tolleranza dei tedeschi del lager e fu lasciata senza cure. Dopo quattro giorni di inaudito dolore e di agonia, sopraggiunse la cancrena al braccio sinistro e venne deciso di sottoporla all’amputazione del braccio, attraverso un interminabile e dissanguante intervento chirurgico. Ancora addormentata, Mafalda venne riportata nel postribolo e abbandonata, senza assistenza. Aveva 42 anni. Il dottor Fausto Pecorari, radiologo internato a Buchenwald, dichiarò che Mafalda era stata intenzionalmente operata in ritardo e l’intervento era il risultato di un assassinio sanitario avvenuto per mano del dottor Gerhard Schiedlausky – poi condannato a morte dal tribunale militare di Amburgo e giustiziato per impiccagione nel 1948 – come era già avvenuto per altri casi, soprattutto quando si trattava di eliminare “personalità di riguardo”.

A Villa Polissena, Enrico d’Assia mi portò scatole e casse di documenti originali, effetti personali, diari, lettere, cartoline… Un patrimonio di valore affettivo e storico immenso. Grazie a quelle carte riuscii a ricostruire la vita di Mafalda fino ad allora sconosciuta ai più. Quando Mafalda morì, le maggiori testate giornalistiche e le radio relegarono in poche e scarne notizie la sua morte: l’Italia stava vivendo giorni, mesi di una drammaticità tale da oscurare qualsiasi tipo di informazione se non quella dell’evolversi tragico del conflitto. Inoltre, con la Liberazione, la parte politica capeggiata da Alcide De Gasperi e dall’attenta supervisione di Palmiro Togliatti e Pietro Nenni, doveva (era un obbligo) infangare il nome di Casa Savoia, ponendo in primo piano la coabitazione fra regno e regime fascista; perciò, recuperare la vicenda di Mafalda, parlare della sua vita e soprattutto della sua  funesta fine per mano nazista, non era pensabile, l’opinione pubblica l’avrebbe vista come una martire, un’eroina, una donna da ammirare… e l’immagine dei Savoia sarebbe stata in qualche modo riabilitata.

Prima di dare alle stampe la biografia la feci leggere al Principe Enrico, poeta, artista, pittore magistrale, scenografo dei più importanti teatri d’opera del mondo, autore di uno splendido libro, Il lampadario di cristallo sulle memorie di famiglia, un uomo dalla finissima sensibilità e nobiltà d’animo: dalla sua bocca non ho mai udito una sola parola di rancore, men che meno di odio nei confronti degli assassini della madre perché il perdono cristiano regnava sovrano a Villa Polissena. Lascia scritto nella prefazione al libro: «La sera che terminai la lettura del manoscritto, ero nella mia camera da letto ed ero rattristato, per avere ricordato le tragiche vicende, che portarono alla morte di mia Madre. Appoggiai la testa sul cuscino ed il mio sguardo cadde sul lampadario di cristallo, che originariamente era appeso nella stanza di mia Madre, a Villa Savoia, dove sono venuto al mondo. Un leggero vento, dalla finestra aperta, faceva muovere i cristalli, come per consolarmi, dopo aver rivissuto quei tragici avvenimenti».

Nel campo, Mafalda la chiamavano spesso Frau Abeba, fiore in amarico, la lingua ufficiale dell’Etiopia (ex colonia italiana). Ogni tanto ella incontrava padre Herman Joseph Tyl, monaco cattolico dell’ordine degli Agostiniani Premostratensi, il religioso che salvò le sue spoglie dalla cremazione. La salma della Principessa venne chiusa in una cassa di legno e seppellita, in una fossa, con un impietoso e anonimo numero: «262: eine enberkannte Fraue (donna senza nome)». A guerra conclusa, un gruppo di marinai di Gaeta, già prigionieri a Buchenwald, identificò la tomba e consegnò alla famiglia i resti della Principessa nata a Roma.

Enrico d’Assia fece in tempo a vedere il libro pubblicato, che gli spedii nell’autunno del 1999. Mi chiamò in ottobre e mi disse commosso: «Grazie!» e proseguì con queste parole «Non so se per Natale potrò telefonarle, forse non ci sarò più…». Il Principe partì per essere sottoposto a delle cure in una clinica austriaca, ma dalla città di Wolfsgarten non fece più ritorno, morì il 18 novembre, un giorno prima della ricorrenza della nascita della madre.

Nel Tempio dell’Internato Ignoto a Padova è stata eretta una memoria scultorea alla principessa Mafalda, opera dell’artista Mario Mirko Vucetich. La passeggiata lungolago a Como è intitolata a Mafalda, qui, ai giardini affacciati sul lago, la si ricorda con una statua in bronzo, realizzata da Massimo Clerici nel 2002. Più di centocinquanta vie, piazze, giardini pubblici sono a lei intitolati, anche in città tradizionalmente rosse come Forlì o Modena; un comune porta il suo nome, in provincia di Campobasso; cippi e monumenti sono eretti in suo onore, diverse scuole italiane e club sono dedicati alla sua memoria… Al Castello di Rivoli, in piazza Mafalda di Savoia, è presente un suo busto commemorativo in bronzo con fusione a cera persa.

Alla Principessa Giacomo Puccini, che la conobbe a Torre del Lago nel 1922, avrebbe desiderato dedicare la «Turandot», ma il compositore morì il 29 novembre del 1924, lasciando incompiuta l’opera e non potendo così realizzare pubblicamente la sua dedica. A lei, comunque, è dedicata la Rosa «Mafalda di Savoia» della classe Floribunda, con gamma di colori rosa-viola e rosa-salmone, è una rosa rifiorente e con fiore doppio, formato da 17-25 petali. Una splendida dedicazione per colei che, durante la sua permanenza nel lager della Germania orientale ebbe sempre un atteggiamento di grande vicinanza e carità per i suoi connazionali lì presenti e grazie ad alcuni di loro è giunta la testimonianza delle sue ultime parole in punto di morte: «Italiani, io muoio, ricordatemi non come una principessa ma come una vostra sorella italiana».

All’esterno della neoclassica Villa Polissena, nella via oggi intitolata a Mafalda di Savoia, è collocato un piccolo altare composto da un rilievo della Vergine con il bambino, a cui Mafalda era molto devota, e da un busto di lei, che oggi riposa nel piccolo cimitero degli Assia del castello di Kronberg in Taunus, a Francoforte-Höchst, frazione di Francoforte sul Meno.

In piena guerra fredda fu concesso al marito, che sperimentò i campi di concentramento, fra cui Dachau, e l’internamento in un centro di detenzione degli alleati (a causa del suo incarico di governatore d’Assia-Nassau), di prelevare la salma dell’amata consorte per trasferirlo in Germania, a Cronburg, nel castello di famiglia, nel cui cimitero riposa dal 1951. La croce di legno e la piccola lapide che i marinai italiani apposero a Buchenwald adornano ancora la sua tomba. Filippo visse a Villa Polissena insieme al figlio Enrico, terminando i suoi amari giorni il 25 ottobre 1980: le loro indimenticabili e struggenti memorie su «Muti», come Mafalda era amabilmente chiamata fra i suoi cari, sono raccolte nella biografia di cui qui abbiamo parlato.

 

 

 

Lapide sulla facciata del palazzo Masciangioli in ricordo del soggiorno che vi trascorse la principessa Mafalda di Savoia durante il suo tragico e solitario peregrinare dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, Piazza Umberto I n. 3, Chieti

 

Piazzale Mafalda di Savoia, Castello di Rivoli, in provincia di Torino

 

Lungolago Mafalda di Savoia, Como. In alto inciso sulla pietra è scritto:
«A Mafalda di Savoia-Assia e a tutte le donne scomparse nei lager», mentre sotto, in basso a destra:
«Dono della delegazione di Como istituto nazionale della guardia d’onore alle reali tombe del Pantheon»

 

 

Dettaglio del retro del monumento con incisa una veduta del lager di Buchenwald

 

 

 

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