Le più antiche memorie dei Roberti s’incontrano in San Damiano d’Asti, anche se una tradizione familiare vuole che essi fossero originari della Valsesia. Certo, tuttavia, la coincidenza della presenza di un’antica famiglia Roberti nobile in Asti e, quindi, non lontano da San Damiano, non dovrebbe essere sottovalutata.

Una rapida carrellata di nomi e ruoli.

Un Biagio fu nel 1381 deputato dal Comune di San Damiano per fare omaggio al marchese di Monferrato. Giambattista, consigliere di San Damiano, era pretore d’Incisa nel 1570. Si vuole che appartenesse alla famiglia Pietro Andrea Roberti, un dotto teologo domenicano vissuto nel XVI secolo, autore di scritti religiosi. Vincenzo, consigliere e sindaco di San Damiano nei primi decenni del Seicento. Il ramo principale si stabilì in Acqui e Nizza Monferrato (ma in Asti possedette a lungo un palazzo) e prese residenza anche in Torino.

Una volta giunti in Acqui, scrive lo storico Blesi, i Roberti acquisirono in breve tempo «molte facoltà et anco Signorie di Feudi, e principalmente di Carpeneto». Oltre che signori di Carpeneto d’Acqui furono Conti di Castelvero e [conti di Cuccaro[1]].

Portavano per arma: Inquartato: al 1° all’aquila bicipite, coronata nelle due teste, il tutto di nero; al 2° e 3° d’oro, a tre sbarre d’azzurro; al 4° di rosso alla corona all’antica, d’oro, con due palme di verde, infilzata nella corona, decussate e cadenti all’infuori; la corona accompagnata, in punta, da un bordone da pellegrino, d’argento; il tutto caricato da una fascia d’argento, sopraccaricata da un biscione di verde. Lo scudo accollato all’aquila bicipite imperiale. In una tesi di laurea, stampata a Mantova (1627) l’arma è raffigurata d’argento [anziché d’oro] a tre sbarre d’azzurro (?) col capo dell’impero sostenuto da una fascia d’argento, caricata da un biscione di verde.

La genealogia può essere declinata seguendo la matrice fornita da Antonio Manno nel Patriziato subalpino, pur con alcune importanti variazioni, correzioni e integrazioni consentite dalla bibliografia riportata in conclusione alla serie di articoli riguardanti la Famiglia Roberti.

Tra i principali esponenti cinquecenteschi può essere ricordato Bartolomeo che negli anni sessanta del Cinquecento si stabilì in Acqui e fu ascritto, con diploma del 27 gennaio 1567 alla cittadinanza acquese. In città fece costruire ben presto un palazzo sontuoso sulla piazza dell’Addolorata, che fu conservato dai Roberti sino al 1866. Negli anni trenta del Novecento, la struttura, dopo pesanti rimaneggiamenti, non consentiva di riconoscere appieno, dall’esterno, l’originario splendore della dimora patrizia, che nel corso dei secoli ebbe anche nelle sue vaste stanze e saloni ospiti illustri, come Vittorio Amedeo II, o famosi, come Napoleone Bonaparte. Sul portale un’epigrafe ricordava: «BENE EST CUI DEUS OBSTULIT / DIVINO NATURA PARIT BONA PLURIMA IUSSU ARS HINC ADVENIENS COMMODIORA FACIT / BARTHOLOMEUS ROBERTUS AQUENSIS».

Roberto morì di peste nel 1631, fu capitano nel 1602 delle milizie di Terzo e nel 1613 fu nominato proprio aiutante da Giambattista Grisella, governatore di Nizza della Paglia. Capitano dei cavalleggeri del duca di Mantova (1624, 14 novembre) fu prigioniero di guerra (1628, 29 agosto) durante la guerra sabaudo-monferrina. È ricordato anche per avere legato nel 1597 al Collegio dei Barnabiti di Acqui alcuni censi che concorsero a formare un reddito annuo di 25 crosoni, con obbligo di mantenersi in Acqui e di celebrare ogni anno una Messa alta in suffragio suo e della sua famiglia.

Giovanni Battista, nato nel 1606, dottore in Legge nel 1627, fu consigliere nell’Università di Mantova per gli studenti acquesi (1626); in seguito fu riformatore degli studi nell’Università mantovana e consigliere generale del Monferrato. Attorno al 1634 rappresentò gli interessi di molti proprietari acquesi contro il Comune, accusando i suoi agenti ed esattori di quel tempo di essere esosi e colpevoli di malversazioni. Supplicò ed ottenne dal Senato di Casale l’invio di un suo delegato per verificare i conti e contribuì ad ottenere una riforma dell’amministrazione civica, dalla quale gli fu rivolta l’accusa di essere un «sollevatore della Plebe». Ebbe in seguito dal duca di Mantova importanti incarichi diplomatici. Nel 1650 fu inviato a Vienna presso la corte imperiale, dove ebbe, tra l’altro parte fondamentale nella conclusione del matrimonio tra l’imperatore Ferdinando III ed Eleonora di Mantova. Fu residente del sovrano mantovano a Genova nel 1651. Alla dieta di Ratisbona (1653) condusse con equilibrio e complessiva soddisfazione le trattative in nome del suo duca, tutte in salita, nel contesto delle accese controversie sabaudo-monferrine per il possesso di vaste porzioni del Monferrato che erano state aggiudicate ai Savoia col trattato di Cherasco. Carlo II di Nevers gli concesse il titolo di senatore di Casale (26 luglio 1657), in ricompensa degli «alti servizi prestati allo Stato»: anche se era risultato impossibile ottenere il reintegro dei territori passati in mano sabauda (lo stesso Carlo II, come avverte lo storico Biorci, non ci contava troppo); quanto meno i Savoia non avrebbero ricevuto una formale investitura dall’Impero. Fu podestà e giudice di Nizza della Paglia; sotto-governatore di Acqui. Tre sue figlie, Francesca Margherita, (nata 17 settembre 1646), Eleonora (nata 9 marzo 1652) e Giovanna Maria, furono monache benedettine in Acqui e in Nizza Monferrato. Nel monastero acquese di San Benedetto furono monache, in seguito, anche diverse altre donne della casata.

Francesco Maria († 21 dicembre 1694) fu capitano delle milizie di Acqui (1667); servì Savoia contro Genova.  Nel 1691, probabilmente previa dispensa da parte dei Gonzaga, combatté sotto le bandiere sabaude in occasione del quinto assedio di Cuneo.

Giovanni Battista (nato il 28 aprile 1663), decurione di Acqui; nominato dal Principe Eugenio di Savoia, con diploma datato 12 maggio 1692, ufficiale cesareo. Nel 1702 il suo palazzo in Acqui ospitò il duca Vittorio Amedeo II di Savoia, di passaggio in città per salutare il proprio genero Re Filippo V di Spagna, diretto in Lombardia.

Giuseppe Antonio (nato Asti, 1727 [Chiaborelli lo dice nato in Acqui il 13 ottobre 1722, data che sembra oggettivamente troppo vicina a quella del fratello Giovanni Grisostomo]; † celibe, 20 maggio 1791); fu maggiore di fanteria (1775, 3 febbraio) tenente colonnello (1790, 15 aprile). Decurione e più volte sindaco di Acqui, dove possedeva un fiorente filatoio. Durante il suo periodo di sindacato fu realizzata «opera grandiosa per quei tempi, la copertura del Medrio che scorreva in mezzo alla città».

Bernardino (Asti, 20 maggio 1755 – Acqui, 6 maggio 1819) fu Maggiore d’armata; musicista e compositore raffinato per diletto, era, a dire del Biorci, «pel suo genio e perizia [nella musica] e per l’espressione e buon gusto de’ suoi componimenti […] stimato dai più intelligenti Maestri di Cappella. Suonava con delicatezza spezialmente il Violoncello». Tra i suoi figli, nati dal matrimonio con Maria Teresa Della Chiesa di Cinzano e Roddi, si possono ricordare Pietro Giuseppe Renato (Asti, 31 dicembre 1777 [1° gennaio secondo Chiaborelli]; † in guerra nel 1808); capitano dei Dragoni del Re; tenente nei Dragoni italiani della Regina.

Cristina Maria (nata Acqui, 24 [o 22] luglio 1779, † Milano) fu superiora della congregazione milanese delle Dame della Guastalla. Guido Carlo Emilio Maria (Acqui, 6 agosto 1781- 9 [o 8] luglio 1837). Dopo la sfortunata battaglia di Marengo «raccolse gli abbandonati magazzini dei vinti e costituì un reggimento che presentò a S. M. il Re di Sardegna: per tal fatto venne creato Colonnello». Al tempo dell’occupazione francese servì nell’esercito cesareo come generale; fu decorato dall’Imperatore di tutte le Russie dell’Ordine di Alessandro Nevskij. Lo Zar accompagnò l’invio della decorazione con una lettera che conteneva queste espressioni: «Votre conduite, General, dans les dangers que vient de courir votre patrie, a été si noble et si energique, vous avez donné un si bel exemple des sentiments d’honneur et de fidelité qui doivent animer tout militaire, que j’eprouve le besoin de vous offrir un temoignage de l’estime que vous m’avez inspirée […]». Non dissimili furono le considerazioni fatte dall’Imperatore austriaco, nel momento in cui concesse a Emilio la Gran Croce dell’Ordine di Leopoldo d’Austria. Al tempo della Restaurazione organizzò (1814) il Corpo dei Cacciatori italiani. Fece la campagna del 1815, durante la quale si distinse in diverse occasioni e anche nella fazione del 15 giugno all’Hôpital; giurò coi nobili nel 1822. Nominato maggior generale, dal 1820 fu comandante della Divisione di Novara. Nel 1831 comandante in seconda della Casa Reale degli Invalidi di Asti. Cavaliere SS. Maurizio e Lazzaro; commendatore e tesoriere Ordine Militare di Savoia. Uomo di cultura, si appassionò a studi di archeologia (facendo eseguire scavi in Acqui e nel suo stesso palazzo, sotto il quale fu ritrovato un prezioso mosaico, poi donato all’Università di Torino). Raccolse pure un’importante collezione di monete romane e medievali, purtroppo oggi dispersa.

 

Giuseppe Maria Roberti di Castelvero nelle vesti di Viceré di Sardegna, 1831 ca. – Collezione privata

 

Giuseppe [Giovanni] Grisostomo Maria, (Asti, 10 dicembre 1775 – Incisa Belbo, 28 [o 27] ottobre 1844). Durante l’occupazione francese fu al servizio cesareo; luogotenente negli Usseri di Lichtenstein nel 1804 -1805. Dopo la Restaurazione divenne colonnello comandante dei cavalleggeri di Savoia, poi maggior generale, generale delle armi in Sardegna e governatore di Cagliari (1825, marzo), facente funzione di Viceré (1830); tenente generale (1831); governatore di Cuneo (1835, 13 novembre); di Novara (1842); cavaliere professo di grazia (1822) di Giustizia (1834) e Gran Cordone SS. Maurizio e Lazzaro; commendatore dell’Ordine della Corona Ferrea d’Austria. Suo figlio Edmondo Emanuele Ghislero (Acqui, 17 settembre 1809 – Cagliari, 7 gennaio 1883), già allievo nella Scuola di Marina fu nominato sottotenente per aver preso parte alla celebre spedizione di Tripoli (1825)[2]; capitano di fanteria in ritiro; gentiluomo di Camera onorario; sindaco di Cagliari di prima classe (1831, 1854, 1876); deputato (Legislatura IV, XII); colonnello della Guardia Nazionale di Cagliari. Deputato al Re Carlo Alberto «per la fusione dell’Isola al Continente» nel 1847.
Alfredo (nato ad Acqui, 11 giugno 1812) fu gesuita in Roma nella Casa di Sant’Andrea al Quirinale; prese, in onore di Stanislao Kostka, il nome di padre Stanislao.

Vittorio Emanuele Maria Francesco Giovanni Grisostomo, Torino, 3 settembre 1846 – Porto Maurizio, 3 novembre 1923); fu tenuto a battesimo da Re Vittorio Emanuele II e dalla Regina Maria Adelaide. Ufficiale in Savoia cavalleria; campagne ’66, ’70; tenente colonnello, (1893, 9 marzo), poi generale della milizia territoriale.

 

(1-continua)

 

[1] Dovrebbe appartenere a questa famiglia, ma non ha trovato esatta collocazione nell’albero genealogico, Eleonora Roberti che, moglie di Cristoforo Cavasanti, acquistò dalle regie Finanze, il feudo di Cuccaro in titolo comitale, e ne fu infeudata il 5 giugno 1781, lasciando poi il feudo al proprio figlio Lorenzo.

[2] Non è fuori luogo ricordare brevemente l’impresa di Tripoli del 1825, compiuta fianco a fianco da marinai “sardi” e genovesi, nella quale il Roberti si distinse in modo non marginale. In base ai trattati del 1816 il Regno di Sardegna aveva accordato alle reggenze di Tripoli, Tunisi e Algeri un donativo da erogarsi a favore dei rispettivi Bei in occasione del cambio del console. Nel 1822 il console sardo di Tripoli, Parodi, lasciò la propria sede a causa di una malattia e fu provvisoriamente sostituito. Siccome egli non faceva ritorno il Bei concluse che doveva essere morto e che quindi gli spettava il donativo previsto in occasione del cambio del console, di 4000 piastre. Il Bei rivendicò il pagamento della somma con modalità sostanzialmente estorsive, minacciando la ripresa degli abituali atti di pirateria (cui solo i recenti patti erano riusciti a porre fine, con grande malumore dei tripolini, che ricavavano dalle rapine in mare e lungo le coste cristiane ampie ricchezze) e vietando alle navi e al consolato sabaudi nel porto tripolitano d’inalberare il vessillo di Savoia. Carlo Felice, pur essendo di norma moderato e accomodante, non volle subire il sopruso. Il 25 settembre il capitano genovese Francesco Sivori, alla guida di due fregate, di una corvetta e di un brigantino giungeva in vista di Tripoli. La spedizione, ottenne senza colpo ferire dal comandante della città assicurazioni che le offese nei confronti della bandiera e le minacce di ritorsioni non si sarebbero ripetute. Il giorno seguente la situazione non era però per nulla mutata. Si decise quindi di dare il via a una rappresaglia. Giunta la notte Sivori inviò a ponente della città alcune imbarcazioni che, con colpi di fucile, rullo di tamburi, grida di Viva il Re! diedero l’impressione che fosse in corso un attacco da quella parte. Nel frattempo lance e scialuppe sarde, guidate dal tenente di vascello Giorgio Mameli, padre di Goffredo, scivolarono sin dentro il porto, dove attaccarono varie navi che vi erano ancorate appiccandovi il fuoco. L’operazione costò molte vite umane ai barbareschi e solo due morti e alcuni feriti a genovesi e piemontesi. All’alba, quando le unità sabaude si accingevano a bombardare la città e il castello, intervenne una mediazione inglese in seguito alla quale il Bei si impegnò a rispettare i trattati, a far salutare la bandiera dei Savoia con ventinove salve di cannone e a porre fine alle minacce. Da questo momento lungo le coste dell’intera Africa settentrionale i legni che battevano la bandiera del Regno Sardo furono, ancor più che in passato, temuti e rispettati. Per quanto riguarda Tripoli apprendiamo da un’ironica lettera contemporanea di un rappresentante del governo piemontese che in quel porto “non si voleva più sentir parlare di altre bandiere al di fuori di quella del Piemonte”. In seguito alla riconciliazione Sivori, impegnatosi a fare al Bei un regalo in memoria degli avvenimenti, suggerì in una sua lettera al comandante della Marina sabauda di acquistare una caffettiera d’argento per 18 persone affinché questi si ricordasse dei marinai “sardi” ogni volta che prendeva il caffè.

 

 

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