Il sangue per la Fede, speranza di una nuova Europa

Rubrica a cura di Arduinus Rex

 

 

La Romania dopo il 1945 fu teatro di una delle più spietate e sanguinose persecuzioni anticattoliche di tutto il XX secolo ad opera del governo comunista. Una pagina di storia che disonora chi la scrisse e che esalta invece l’eroismo dei molti – vescovi e sacerdoti, soprattutto greco-cattolici – che la subirono senza piegarsi. La selvaggia violenza che contraddistinse le prigioni comuniste della Romania fu senz’altro maggiore rispetto agli altri Paesi dell’Est sovietizzato.

Gli antefatti, accaduti nel ventennio fra le due guerre, non sono privi di rilievo rispetto a ciò che accadde dopo. Il primo fu l’ampliamento territoriale della Romania dopo la prima guerra mondiale, in particolare l’acquisizione della Transilvania, abitata prevalentemente da ungheresi e da cattolici di rito orientale, che caricò un paese già fragile, fino ad allora quasi interamente ortodosso, della necessità di gestire due minoranze, etnica e religiosa. Il secondo è rappresentato dal concordato con la Santa Sede, stipulato nel 1927 e andato a effetto due anni dopo, che creò una situazione di privilegio sicuramente anomala per la componente cattolica.

Dopo la seconda guerra mondiale la Romania finì nel blocco sovietico, con la conseguenza che su un incerto tessuto sociale si abbatté il ciclone dello stalinismo, ossessionato dall’idea di abbattere ad ogni costo due nemici: i valori spirituali, che si opponevano alla costruzione della società comunista, ed i poteri “esterni” all’orbita del sistema sovietico, che secondo loro minacciavano la compattezza oppressiva del potere. Il cattolicesimo, ancorato ad una trascendenza non spiritualistica ma fortemente incarnata nella storia, nonché obbediente ad una cabina di regia “reazionaria” ed “anticomunista” quale la Santa Sede del Venerabile Pio XII, li rappresentava entrambi. Di qui la lotta spietata contro il cattolicesimo, scatenata in tutte le nazioni situate oltre la cortina di ferro.

Nel giro di pochi anni, il regime comunista romeno, guidato dall’URSS, annientò con il metodo del terrore entrambe le componenti del cattolicesimo locale: quella latina e quella di rito orientale, una delle Chiese greco-cattoliche tanto vituperate a partire dall’incontro cubano tra Francesco e Kirill, che nel 1948 contava 6 diocesi e oltre un milione e mezzo di fedeli. Quest’ultima fu sciolta, privata dei beni e delle chiese e riportata a forza nell’alveo dell’ortodossia con un atto di imperio politico (ottobre 1948) analogo a quello già attuato in Ucraina, mentre i suoi vescovi, incarcerati per il loro rifiuto di staccarsi da Roma, subirono un martirio che rimane scolpito con i colori del sangue nella storia del Novecento.

Durante la sua Visita Apostolica in Romania, Giovanni Paolo II non esitò a rammentare ai cattolici di tale nazione la necessità di ricordare i martiri del XX secolo, che si sarebbero sicuramente poi rivelati “seme di nuovi cristiani”. Sabato 8 maggio 1999, nell’omelia della Divina Liturgia in rito greco-cattolico celebrata presso la cattedrale di San Giuseppe in Bucarest, il pontefice ricordava: “Vengo ora dal cimitero cattolico di questa città: sulle tombe dei pochi martiri noti e dei molti, le cui spoglie mortali non hanno neppure l’onore di una cristiana sepoltura, ho pregato per tutti voi, ed ho invocato i vostri martiri e i confessori della fede, perché intercedano per voi presso il Padre che sta nei cieli. Ho invocato in particolare i Vescovi, perché continuino ad essere vostri Pastori dal cielo: Vasile Aftenie e Ioan Balan, Valeriu Traian Frentiu, Ioan Suciu, Tit Liviu Chinezu, Alexandru Rusu. Il vostro martirologio si apre con l’ideale concelebrazione di questi vescovi che hanno mescolato il loro sangue con quello del sacrificio eucaristico che quotidianamente avevano celebrato. Ho invocato anche il Cardinale Iuliu Hossu, che preferì restare con i suoi fino alla morte, rinunciando a trasferirsi a Roma per ricevere dal Papa la berretta cardinalizia, perché questo avrebbe significato lasciare la sua amata terra”.
Per questi sette vescovi della Chiesa Greco-Cattolica Romena unita con Roma, che non esitarono a versare il loro sangue per Cristo e per il suo gregge al tempo del regime comunista, sin dal 28 gennaio 1997 si era ottenuto dalla Congregazione per le Cause dei Santi il nulla osta per l’avvio della loro comune causa di canonizzazione, che ora procede per giungere presto al riconoscimento ufficiale da parte della Chiesa del loro martirio.
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Iuliu Hossu nacque il 30 gennaio 1885 a Milas dai genitori Ioan, sacerdote, e Victoria. Nel 1904 intraprese gli studi teologici presso il Collegio De Propaganda Fide di Roma. Nel 1906 e nel 1908 conseguì rispettivamente i dottorati in filosofia e teologia. Il 27 marzo 1910 ricevette l’ordinazione presbiterale dal vescovo Vasile Hossu. A Lugoj rivestì gli incarichi di protocollista, archiviario, bibliotecario ed infine vicario e segretario episcopale. Il 3 marzo 1917 fu nominato vescovo dell’eparchia greco-cattolica di Gerla in Transilvania, rimasta vacante, mentre lui svolgeva il ministero di cappellano militare. Il 1° dicembre 1918 gli toccò proclamare la Dichiarazione di Unità della Romania nella pianura di Blajului, con la quale si sanciva la separazione della Transilvania dall’impero austro-ungarico e l’unificazione con la Moldavia e la Valacchia nel nascente stato rumeno. Nel 1930 l’eparchia di Gherla mutò la sua denominazione in Cluj-Gherla, spostando il suo centro nella città di Cluj Napoca.
Qui si verificò un periodo di occupazione tra il 1940 ed il 1944. Il 28 ottobre 1948 il vescovo Hossu fu arrestato dal governo comunista e portato a Dragoslavele. Più tardi fu trasferito al Monastero ortodosso Caldarusani e nel 1950 nel penitenziario di Sighetul Marmatiei. Nel 1955 poi arrivò a Curtea de Arges, nel 1956 al monastero di Ciorogarla ed infine nuovamente a Caldarusani. Così scriveva nell’agosto 1961, mentre vi si trovava forzatamente rinchiuso, nelle prime pagine delle sue memorie: “Il tuo amore, Signore, non sono riusciti a togliermelo via; esso mi basta: ti chiedo perdono per tutti i miei peccati e umile ti ringrazio con tutto il mio essere per tutto quello che hai dato a me, il tuo indegno servo”.
Iulia Hossu fu ormai privato di ogni libertà sino alla sua morte, avvenuta il 28 maggio 1970 presso l’Ospedale Colentina di Bucarest, ove le sue ultime parole furono: “La mia battaglia è finita, la vostra continua”. Papa Paolo VI lo aveva creato Cardinale “in pectore” nel 1969, primo di nazionalità romena, per poi renderle pubblica la nomina nel 1973, tre anni dopo la morte del pastore.

 

Vasile Aftenie nacque il 14 giugno 1899 a Lodroman, dai genitori Petru e Agafia. Nel 1919 si iscrisse alla Facoltà Teologica ed inseguito fu inviato a studiare presso il Collegio Greco di Sant’Atanasio a Roma. Nel 1925 ottenne il dottorato in filosofia e teologia e fece ritorno in patria. Il 1° gennaio 1926 ricevette l’ordinazione sacerdotale dal metropolita Vasile Suciu. Dopo un mese fu nominato professore dell’Accademia di Teologia di Blaj. Fu poi nominato protopope di Bucarest nonché canonico del Capitolo arcivescovile di Blaj. Il 1° ottobre 1939 divenne rettore della suddetta Accademia teologica. Nell’aprile 1940 fu nominato vescovo titolare di Ulpiana, ricevendo l’incarico di ausiliare del metropolita Alexandru Nicolescu, vescovo di Fagaras ed Alba Julia. La consacrazione episcopale ebbe luogo il 5 giugno 1940 nella cattedrale di Blaj. Ritornò a Bucarest come Vescovo vicario.
Falliti diversi tentativi volti a comprometterlo, fu infine arrestato il 28 ottobre del 1948 dal regime comunista. Insieme ad altri cinque vescovi greco-cattolici fu portato a Dragoslavele e poi al Monastero ortodosso Caldarusani, trasformato in un campo di concentramento. Nel maggio 1949 venne trasferito ed isolato presso il Ministero degli Interni, ove subì orrende torture, richiedenti una resistenza sovrannaturale. Mutilato e con la barba strappata, fu rinchiuso nel carcere di Vacaresti, ove si spense il 10 maggio 1950. Fu seppellito nel cimitero cattolico di Belu con rito religioso officiato da un prete romano-cattolico.

 

Ioan Balan nacque a Teius l’11 febbraio 1880. Frequentò gli studi teologici presso il seminario centrale di Budapest. Nel 1903 ricevette l’ordinazione presbiterale, per poi proseguire i suoi studi a Vienna. Ritornato a Blaj, ma nel 1909 si trasferisce a Bucarest, ove necessitava un confessore greco-cattolico. Nel 1919 tornò nuovamente a Blaj divenendone canonico metropolitano e due ani dopo rettore dell’Accademmia di Teologia. Nel 1929 fu nominato nella comissione vaticana che doveva redigere il nuovo Codice di Diritto Canonico delle Chiese Orientali.
Nel novembre 1936 fu consacrato vescovo di Lugoj, in seguito alla nomina del vescovo Alexandru Nicolescu come Metropolita. Rifiutando di passare all’ortodossia, condivise la sorte di altri vescovi greco-cattolici e fu arrestato il 28 ottobre 1948 alle ore 15. Fu dunque portato al Palazzo Patriarcale di Dragoslavele e poi al Monastero Caldarusani nel febbraio 1949. Di lì fu nuovamente trasferito al penitenziario di Sighetul Marmatiei nel maggio1950. Cinque anni dopo gli fu imposto il domicilio obbligatorio presso il MOnastero Curtea de Arges. Nel 1956 venne invece trasferito al Monastero femminile di Ciorogarla, vicino a Bucarest, ove rimase isolato sino alla fine della sua vita terrena. Ammalatosi gravemente, si spense in un ospedale di Bucarest il 4 agosto 1959 e venne sepolto nel cimitero cattolico Belu. Nei suoi confronti non era mai stato celebrato un processo e conseguentemente non era mai stata emessa una condanna.

 

Valeriu Traian Frentiu nacque il 25 aprile 1875 presso Resita, da suo padre Ioachim, sacerdote, e dalla mamma Rozalia. Studiò teologia a Budapest tra il 1894 ed il 1898, per poi essere ordinato prete il 28 settembre 1898. Solo nel 1902 conseguì però poi il dottorato. Operò nell’Eparchia di Lugoj come canceliere, parroco e vicario, finché il 4 novembre 1912, all’età di soli 37 anni, fu nominato vescovo. Il 25 febbraio 1922 fu poi trasferito alla sede episcopale di Oradea, ove il 3 maggio dello stesso anno prese possesso della diocesi. Dopo la morte del Metropolita Alexandru Nicolescu avvenuta nel 1941, il vescovo Frentiu fu nuovamente trasferito, ora come Amministratore Apostolico nell’Arcidiocesi di Alba Iulia e Fagaras, che resse per l’intero periodo della seconda guerra mondiale.
Nel 1947 fece ritorno ad Oradea, ove fu arrestato il 28 ottobre 1948. Venne portato prima nel campo di concentramento di Dragoslavele e poi, nel febbraio 1949, al Monastero di Caldarusani. Nel 1950 finì al penitenziario di Sighetul Marmatiei, dove non riuscì più a sopportare le crudeltà perpetrate dal regime e si spegne il 11 luglio 1952. Proprio come successo ad altri vescovi morti a Sighet, anche Valeriu Traian Frentiu fu sepolto di notte, senza feretro, nella fossa comune nel Cimitero dei Poveri, onde evitare pellegrinaggi alle tombe dei martiri uccisi a Sighet.

 

Ioan Suciu nacque il 4 dicembre 1907 a Blaj da una famiglia di preti greco-cattolici.. Buon amico di Tit Liviu Chinezu, studiarono insieme teologia a Roma presso il Collegio Greco. Preso il dottorato in teologia, dopo sei anni di studi presso l’Istituto Angelicum fu ordinato sacerdote il 29 novembre 1931. Fece dunque ritorno a Blaj per divenire professorre dell’Accademia di Teologia. Il 6 maggio 1940 fu nominato vescovo ausiliare di Oradea Mare, col titolo di Moglena-Slatina in Bulgaria, quale aiuto del vescovo Valeriu Traian Frentiu. L’ordinazione episcopale ebbe luogo il 22 luglio 1940. Il 29 agosto del 1941 fece il suo ingresso quale nuovo vescovo di Oradea il futuro cardinale Iuliu Hossu, del quale Iaon Suciu rimase ausiliare. Il vescovo Valeriu Traian Frentiu ritornò ad Oradea nel 1947, ma Ioan Suciu venne destinato all’Arcidiocesi di Alba-Iulia e Fagaras quale amministratore apostolico. Monsignor Suciu tenne una serie di conferenze nelle principali città del Paese, dichiarando l’impossibilità di un accordo fra il cristianesimo ed il materialismo ateo.
Arrestato il 28 ottobre del 1948, venne portato a Dragoslavele e poi al Monastero Caldarusani. Nel maggio del 1950 fu portato al Ministero degli Interni e nell’ottobre dello stesso anno al penitenziario di Sighetul Marmatiei, dove soffrì fame, freddo, malattie e numerose torture. Ivi morì il 27 giugno 1953 nella cella numero 44. Fu sepolto nel cimitero dei poveri, cioè dei suicidi e dei vagabondi, e ad oggi non si è ancora venuti a conoscenza del luogo esatto ove riposino le sue spoglie mortali.
In due lettere indirizzate ai suoi fedeli nell’ottobre 1948 affermava: “Per la Chiesa Romena Unita è arrivato il Venerdì Santo. Adesso, cari fedeli, abbiamo l’occasione di mostrare se apparteniamo a Cristo o se siamo della parte di Giuda, il traditore… Non lasciatevi ingannare da parole vane, dai comitati, da promesse, da menzogne, ma restate saldi nella fede per la quale i vostri genitori e i vostri avi hanno versato il loro sangue… Non possiamo vendere né Cristo né la Chiesa… Se prenderanno le vostre Chiese, pregate il Signore, come lo fecero i primi cristiani, quando gli imperatori pagani distruggevano i loro luoghi di preghiera e bruciavano i loro libri santi”.

 

Tit Liviu Chinezu nacque nel 1904 presso Huduc, odierna Maioresti. Suo padre era sacerdote greco-cattolico. Nel 1925 inizio gli stiudi teologici a Roma, presso il collegio Sant’Atanasio. Ottenuto il dottorato in filosofia e teologia, poté ricevere l’ordinazione presbiterale il 31 gennaio 1930. Nel 1931 fece ritorno a Blaj e fu nominato professore alla Scuola Normale di Maestri elementari. Nel 1937 venne poi trasferito all’Accademia Teologica e nel 1947 a Bucarest come protopope. Il 28 ottobre fu arrestato e portato al Monastero di Neamt, insieme ad altri 25 sacerdoti greco-cattolici. Trasferito poi a Caldarusani, il 3 dicembre 1949 ricevette l’ordinazione episcopale da altri vescovi prigionieri.
Nonostante tutte le precauzioni prese affinché il regime non venisse a sapere dell’evento, la notizia si diffuse ugualmente ed il neovescovo Tit Liviu Chinezu fu allora trasferito al penitenziario di Sighetul Marmatiei. A causa dei lavori forzati, della fame e del freddo Tit Liviu Chinezu si ammalò gravemente, avvisato l’infermiere del carcere della sua situazione, questi con la scusa di portarlo in infermeria lo ha isolò ancor di più in una cella più grande, non riscaldata, ove dopo soli due giorni, il 15 gennaio 1955, morì letteralmente congelato per il freddo. Venne sepolto di notte, senza feretro, in un luogo imprecisato del cosiddetto Cimitero dei Poveri. Nei suoi confronti non era mai stato celebrato un processo e conseguentemente non era mai stata emessa una condanna.

 

Alexandru Rosu nacque il 22 novembre 1884 a Sãulia de Câmpie, dai genitori Vasile, sacerdote, e Rozalia. Nel 1903 si trasferì a Budapest per intraprendere gli studi teologici. Sette anni dopo conseguì il dottorato in teologia e finalmente il 20 luglio 1910 poté ricevere l’ordinazione presbiterale. Fu nominato professore e poi titolare alla cattedra di Teologia Dogmatica all’Accademia Teologica di Blaj.
Nel 1920 fu nominato segretario metropolitano e nel 1923 canonico del Capitolo metropolitano.Il 30 gennaio 1931 presso Blaj fu consacrato vescovo di Maramure da parte del Metropolita Vasile Suciu ed il 2 febbraio fece il suo ingresso a Baia-Mare. Nel marzo del 1946 il Sinodo Metropolitano elesse il vescovo Alexandru Rusu come Metropolita, elezione riconosciuta dalla Santa Sede ma non dall’allora governo dittatoriale.
Arrestato il 28 ottobre 1948, fu e portato a Dragoslavele, nel Monastero Caldarusani, e poi Sighetul Marmatiei. Sopravvisse anche in quest’ultimo penitenziario e quindi fu nuovamente trasferito a Curtea de Arges e poi isolato nel Monastero Cocos. Nel 1957 fu condannato a 25 anni di carcere per istigazione ed alto tradimento. Nel 1963 si ammalò ed il 9 maggio dello stesso anno morì presso Gherla. Venne sepolto nel cimitero dei carcerati senza alcun rito religioso.

 

PREGHIERA PER LA BEATIFICAZIONE DEI SETTE VESCOVI MARTIRI (in lingua romena):
Doamne Isuse Hristoase, Tu ne-ai cerut sã ne mãrturisim credinta în fata lumii întregi, pentru ca si Tu sã dai mãrturie pentru noi în fata Tatãlui Ceresc.
Priveste, Doamne, mãrturia ce Ti-au dat-o Episcopii greco-catolici, prin fidelitatea lor, eroicã pânã la moarte, fatã de Biserica Ta si de Sfântul Pãrinte Papa, vicarul Tãu pe pãmânt.
Te rugãm deci, pentru mãrirea Ta si binele Bisericii, sã arãti si pe pãmânt vrednicia acestor servi ai Tãi, ridicându-i la cinstea altarelor, iar nouã sã ne dai, prin mijlocirea lor, harurile de care avem nevoie, pentru ca toatã viata noastrã lui Hristos Dumnezeu sã o dãm.
Cã Tie se cuvine toatã mãrirea, cinstea si închinãciunea, Tatãlui, si Fiului, si Sfântului Spirit, acum, si pururea, si în vecii vecilor. Amin.

 

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1 commento su “I martiri greco-cattolici della Romania”

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