Nel linguaggio comune della Chiesa e della predicazione attuale non si sente quasi più parlare di combattimento spirituale, di lotte feroci da sostenere, perché pare che tutto sia diventato accoglienza, misericordia, bontà. Senza negare queste, occorre affermare però che nessuna conquista si regge se non è ben difesa, e che tutti i padri e maestri spirituali definiscono la vita cristiana come combattimento «contro le potenze», affermando il carattere drammatico dell’esistenza cristiana. D’altro canto, Gesù Cristo è stato ucciso, morto sulla croce, già questo indica l’essenza furibonda del cristianesimo come una grandiosa storia di amore, di dolore, di desiderio e di appagamento, di sacrificio e di conquista. Insomma, di battaglia. Il motivo di questo carattere combattivo è semplice: c’è il peccato nel mondo, e tra Cristo e l’anticristo la lotta è aperta da sempre (cfr 1 Gv 2,18).

È la stessa Sacra Scrittura che rileva questo aspetto imprescindibile dell’uomo fedele a Dio; solo utopisti hippy o ingenui filosofi adolescenti possono pensare ad un mondo bello, pieno di fiori e privo di lotte.

Anche oggi, come sempre, dunque, la vita spirituale del mondo (e anche della Chiesa) è battaglia sanguinosa contro le potenze del male, che si travestono con tutto il guardaroba che hanno a disposizione per ingannarci e strapparci dal Regno di Dio. Dobbiamo saperlo, e stare desti. E se vi dicono che la Chiesa non ha nemici, non ci credete.

Ma che carattere ha questa battaglia cristiana? A differenza di tutte le altre guerre, combattute da esseri umani in carne e ossa, quella cristiana è spirituale e può contare su presenze-alleanze invisibili. Volete sapere quel che successe al tempo dei Maccabei, quando i nemici volevano imporre a forza l’ellenismo in Israele distruggendo il tempio e le usanze religiose dei Padri? Un certo Timoneo (il nemico) assoldò un esercito immenso e si mosse per soggiogare Giuda con le armi. Che fecero questi? Leggiamo nella Bibbia: «Gli uomini del Maccabeo al suo avvicinarsi si cosparsero il capo di polvere per la preghiera a Dio e, cintisi i fianchi di sacco, si prostrarono e lo supplicarono che si mostrasse loro propizio e fosse nemico dei loro nemici. Terminata la preghiera presero le armi e uscirono dalla città. Quando furono vicini ai nemici, si fermarono. Appena spuntata la luce del mattino, iniziò l’attacco dalle due parti. Accesasi una lotta durissima, apparvero dal cielo ai nemici cinque uomini splendidi su cavalli dalle briglie d’oro, che guidavano i Giudei. Essi presero in mezzo il Maccabeo e, riparandolo con le loro armature, lo rendevano invulnerabile; contro gli avversari invece scagliavano dardi e folgori ed essi, confusi e accecati, si dispersero in preda al disordine. Ne furono uccisi ventimilacinquecento e seicento cavalieri» (2 Mac 10,24-31).

Analoga vicenda – anche se riguardante una persona sola – la leggiamo nella mirabolante storia di Eliodoro; se volete approfondire andate a leggervi il capitolo 2 del Secondo Libro dei Maccabei, vi sorprenderà

Dunque, Dio combatte? Certo. Così riporta il libro sacro, e la Scrittura non può mentire né si può annullare.

Vi è poi una trasformazione della battaglia, nella stessa Bibbia: la lotta diventa personale, contro le potenze del male che agiscono nel cuore dell’uomo, e la guerra non è più diretta verso l’esterno, ma verso l’interno, in noi stessi. In Ezechiele leggiamo: «Dio non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva» (Ez 33,11). Il nostro Dio è il Dio della vita, e vuole che noi vinciamo e viviamo. Ma di fronte all’uomo c’è uno che invece vuole la nostra morte, e non solo quella del corpo, ma soprattutto quella dell’anima: il demonio. È lui il vero nemico, anzi, l’unico nemico. Il quale non si presenta visivamente nella sua realtà, ma si serve degli uomini: egli prende possesso di anime e intelligenze che, avendo rinnegato il vero Dio, gli cadono tra le braccia, ed ecco allora le ideologie, gli inganni, i trucchi, le false promesse, le chimere. Dobbiamo saperlo: «Chi non è con me è contro di me», dice il Signore Gesù (Lc 11,23).

Viviamo ora una guerra particolarmente aspra.

Le numerose apparizioni mariane degli ultimi due secoli ci indicano chiaramente la Madonna come guida e maestra in questo campo minato, e come tale ci ha dato le armi per vincere: il rosario, la penitenza, la riparazione dei peccati, la fede e l’umiltà, oltre che naturalmente i sacramenti, in particolare la Comunione e la confessione.

Ci sembra che oggi l’esercito satanico del male sia invincibile? Anche a Giuda Maccabeo i soldati di Timoneo sembravano insuperabili, ma egli non aveva fatto i conti con i cinque personaggi celesti che, venendo dal Cielo, non temevano frecce e cannonate, si muovevano con grande agilità, avevano una mira incredibile: da soli, in cinque, ne fecero fuori 20.500. Letteratura, fantasia, genere letterario, invenzioni? Noi restiamo sul testo, e crediamo, perché non abbiamo ragioni per non credere alla lettera.

Ci sembra di perdere, oggi, ogni battaglia morale, culturale, sociale, spirituale. Certo, se ci poniamo sul piano paritario delle discussioni parlamentari, perdiamo; se proviamo a intavolare discussioni diplomatiche, perdiamo; se facciamo appelli pubblici qualcuno ci dirà che abbiamo ragione, ma la maggioranza continuerà ad imperversare come nulla fosse: perdiamo. Se non invochiamo l’intervento dei cinque messaggeri di Dio, perderemo sempre, perché rimaniamo in un terreno dove le forze schierate appaiono impari.

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Ma se la storia insegna ed è maestra, lo è ancora di più la Sacra Scrittura, che è parola di Dio. Sembriamo sparuti, azzittiti, umiliati e timorosi, ma non lo siamo. Il carattere del cristiano è il coraggio, che non si basa sulla valutazione delle proprie forze, ma sulla fede. «Dio non ci ha dato uno spirito di paura» (2 Tm 1,7), ma lo spirito di figli umili e riguardosi, che non temono le prove pur di non commettere peccati. I cinque guerrieri dei Maccabei non sono andati in pensione, sono anzi pronti ad intervenire, sol che noi si abbia fede. Avete letto che cosa fecero i giudei per prepararsi alla battaglia: si cosparsero il capo di polvere e si strinsero i fianchi con un sacco. Non fecero piani strategici, non ascoltarono le voci del mondo, ma si umiliarono ancora di più e fecero penitenza. In una parola, riconobbero il primato di Dio. Una volta invocato il Padre in questa maniera, partirono fiduciosi per la battaglia. E vinsero, con i famosi cinque eroi del Cielo che arrivarono immediatamente a loro servizio.

Non è una metafora, ma una realtà. Occorre una grande fede per vincere la guerra di oggi contro lo spirito del male, e questa fede occorre dichiararla, praticarla, senza vergogna o timore. Cerchiamo allora di vivere uno spirito di rinnovata penitenza, umile e semplice, e partiamo per la nostra battaglia giornaliera, tenendo fisso lo sguardo al Signore Gesù.

So bene che è facile dirlo e difficile praticarlo, ma lo dico lo stesso, perché è la Sacra Scrittura che ce lo insegna. Non solo: anche la Tradizione della Chiesa ce lo insegna; quando nel 1683 il beato Marco d’Aviano benedisse le truppe che si preparavano alla guerra contro gli Ottomani che avevano assediato Vienna e si preparavano a invadere tutto l’Occidente e arrivare fino a Roma, lesse a voce alta la seguente preghiera:

«O gran Dio degli eserciti, guarda a noi prostrati ai piedi della tua maestà; domandiamo a te perdono delle nostre colpe. Vieni ad aiutarci, gran Dio degli eserciti. Conferma con la tua grazia il tuo servo e nostro imperatore Leopoldo, conferma l’animo del re di Polonia, del duca di Lorena, dei duchi di Baviera, di Sassonia e queste splendide schiere che stanno per combattere per l’onore del tuo nome e per la difesa e propagazione della tua fede… Fa’ che tutto avvenga a tua gloria, onore e salute nelle nostre anime. Se la mia morte può essere utile e salutare per ottenere loro la grazia, oggi mio Dio la offro in oblazione. Libera le armi cristiane dai mali che le affiggono, fa conoscere ai tuoi nemici che non c’è Dio fuori di te. Stendo le mie mani come Mosè, per benedire i tuoi soldati. Sostieni e dà ad essi la tua potenza, affinché sia la rovina dei nemici tuoi e nostri. Donaci la vittoria, a gloria del tuo nome. Amen».[1]

Così pregò il beato Marco D’Aviano. Conosciamo poi come andarono le cose: la guerra fu vinta, Vienna fu liberata e l’Europa fu salvata dall’invasione e mantenne la fede.

Quella fede che oggi, ridotta al lumicino, sembra sparire ogni giorno di più.

No: vogliamo essere degni dei nostri Padri, e praticare la stessa fede di Giuda Maccabeo, di Marco d’Aviano, di Innocenzo XI, di coloro che amavano il Signore Gesù più di loro stessi. Rimanendo quei poveri piccoli peccatori che siamo, perché anche i personaggi suddetti lo erano. Ricordiamoci sempre: «senza la fede è impossibile piacere a Dio» (Eb 11,6).

 

 

[1] Testo latino della preghiera in Positio, pp. 334. Citato in: Giuliana V. Fantuz – Venanzio Reiner, Marco d’Aviano e Innocenzo XI, Librerie Editrice Vaticana, p. 22.

 

 

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1 commento su “I cinque guerrieri dei Maccabei non sono andati in pensione”

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