Arma Cacherano, in Vittorio Angius, Famiglie Monarchia di Savoia

 

Vittorio Angius, compilatore di una vasta opera storico-genealogica in cui ha raccolto ampie notizie su parecchie famiglie subalpine[1], nei capitoli riguardanti i Cacherano, si sofferma solo di sfuggita sulle vicende di Emanuele Cacherano d’Osasco, un personaggio vissuto a cavallo tra il Cinquecento e il Seicento: «Sposò – si limita a scrivere su di lui l’autore – una certa Maria Testa, i suoi amori si terminarono in una tragedia»; evidente una certa cautela ad affrontare l’argomento. Con queste poche parole egli rievoca, senza scendere in particolari, un episodio, che fu celebre, dai foschi contorni e di una crudezza senza eguali, risalente ai primi decenni del XVU secolo. Emanuele era nato verso il 1570. In tenera età era restato orfano del padre (che nel luglio del 1576 era rimasto ucciso da una stoccata al cuore mentre tentava di dividere «dei cavalieri rissanti»). Di lui ha scritto Antonio Manno, ne Il Patriziato subalpino, narrando che fu «disgraziato gentiluomo, che dagli amori con Maria Tesio, moglie di Orazio Maglione, ebbe un figlio; Ottavio. La Tesio propose ed ottenne, in Curia, l’annullamento del primo matrimonio e sposò Emanuele, cosicché il figlio rimase legittimato […]. Ma poi colta la moglie in fallo, l’uccise; ne seguì una condanna e confisca poi mutata […] in 10 anni di confino, Perché non rimanessegli discendenza di amori così colpevoli, castrò il figlio infante, e lasciò erede […] il cugino Giovanni Martino […]». Con la sua morte, databile attorno al 1626, si estingueva la linea primogenita dei Cacherano d’Osasco alla quale successe la secondogenita, che tuttora esiste. In quegli anni i Cacherano erano considerati, per importanza, una delle prime famiglie del Piemonte. Traevano origine dal castello di Cacayrano, oggi distrutto, che possedevano, di certo anteriormente al XU secolo, nei pressi di Rocca d’Arazzo, a poca distanza da Asti. Si vuole che siano una diramazione dei medievali visconti di Asti, di modo che avrebbero quale probabile capostipite Anscario, duca di Spoleto, che visse nella seconda metà dell’Ottocento avanti il Mille.

Diedero, a partire dal 1400, non meno di venti cavalieri all’Ordine di Malta. Quattro esponenti della casata furono chiamati dai Savoia a far parte dell’Ordine Supremo della SS. Annunziata.

Ottennero dall’Impero il vicariato perpetuo per il feudo di Rocca d’Arazzo (che i Cacherano possedevano almeno sin dal 1162) con il privilegio, rarissimo e importante, di battere moneta.

Dalla linea stipite ebbero origine vari rami. Incontriamo, così, nella storia del Piemonte i Cacherano conti della Rocca, i signori di Cavallerleone e quelli di Revigliasco; i conti di Envie, di Osasco, di Bricherasio, di Villafranca e, ancora, i marchesi di Lanzo.

Nei tempi più antichi i Cacherano primeggiarono in particolare in Asti, dove esercitarono l’attività bancaria (diffusa in seno a diverse tra le principali famiglie astigiane che ebbero nel medioevo enorme rilevanza nella storia finanziaria europea), estendendo il loro campo d’azione a Genova, Milano, Venezia, in Francia e in altri paesi.

Ben presto poi i membri di casa Cacherano dimostrano di prediligere carriere ed attività più coerenti con la loro appartenenza ad una nobiltà di più che probabile estrazione cavalleresca e dalle radici immemoriali. L’albero genealogico si snoda, quindi, documentando, di generazione in generazione, l’esistenza di personalità di primo piano: diplomatici, magistrati, uomini di Chiesa,

spesso anche di letterati, studiosi, giuristi. Di gran lunga più numerosi tra tutti furono però i militari, a cominciare, ad esempio, da Brunone, che prestò, tra il 1403 e il 1446, i propri servigi in molte azioni di guerra, ai Savoia, ai Visconti e ai re di Francia (fu a lungo ciambellano e poi gentiluomo di camera e consigliere di re Carlo VU). Nel secolo seguente si distinse per la sua capacità militare Ottaviano d’Osasco, castellano di Pinerolo nel 1536 quando, nel mese di aprile, la città fu attaccata dai francesi. Dopo avere tenuto testa al nemico assai a lungo, Ottaviano passò a difendere i domini sabaudi, insieme con i fratelli, dal castello di famiglia in Bricherasio.

Di qui riuscì a frenare l’avanzata delle forze d’Oltralpe per quasi un mese, nonostante la loro schiacciante preponderanza numerica. La tenace fedeltà ai Savoia costò ai Cacherano un prezzo altissimo: essi vennero imprigionati (e poterono riottenere la libertà soltanto dopo avere pagato l’enorme riscatto di 4000 scudi d’oro) mentre il castello veniva dato alle fiamme. Nella storia del Piemonte Ottaviano (o Ottavio) è ricordato, tuttavia, principalmente per essere stato gran cancelliere del Ducato e per la sua precedente attività nella magistratura, che lo portò a ricoprire la carica di secondo presidente del Senato. Al rientro di Emanuele Filiberto egli aveva contribuito alla restaurazione politica e amministrativa dello Stato, anche con la stesura di fondamentali scritti

in campo giuridico, attraverso i quali aveva inteso fornire una piena legittimazione alle politiche espansionistiche dei Savoia.

Importante figura di militare e, a un tempo, di studioso fu pure Policarpo d’Osasco (1744-1824) che si distinse nel 1793 nella guerra di Nizza, durante la quale difese disperatamente, al comando del reggimento Saluzzo, il colle del Perus, aggredito dai francesi 1’8 giugno. Quattro giorni dopo diede con i suoi uomini il contributo risolutivo alla vittoria dell’Authion. Nel 1798 sconfisse in modo completo i giacobini di Carrosio, collaborazionisti manovrati e sostenuti, superfluo dirlo, dal governo rivoluzionario francese.

Nelle guerre che i Savoia dovettero combattere per conservare o ampliare i propri Stati non compare solo il nome degli Osasco, ma quello di rappresentanti di tutti gli altri rami della famiglia.

Grande impressione suscitò un episodio del 1672 di cui si rese protagonista, durante la guerra contro la Repubblica di Genova, Giorgio Cacherano di Envie, che era in quell’anno poco più che un ragazzo. Alfiere del reggimento Piemonte, il giovane conte di Envie viene ferito più volte dai nemici. Quando cade, «annegato nel proprio sangue», una torma di soldati ostili gli si fa attorno per impossessarsi finalmente della bandiera. Egli non accenna però, nonostante tutto, ad abbandonare la presa per salvarsi, anzi, con le ultime energie che gli restano si getta sopra l’ampio drappo, avviluppandovi, un istante prima della morte, il proprio corpo insanguinato. Qualche storico odierno, non è azzardato supporre, non esiterebbe a porre in dubbio la veridicità dell’episodio narrato, poco importa se fondata su testimonianze sicure o attendibili. Non è impossibile, oggi, imbattersi in ricostruzioni tendenti a relegare l’ “eroismo”, per alcuni neanche lontanamente comprensibile, nella sfera della pura leggenda. Per gli scettici di principio, più furbi di tutti, nemmeno il mito di un Pietro Micca o di un Giovanni Battista Scapaccino, guardando al passato piemontese, potrebbero reggere a una “seria” critica storica.

Nella celebre battaglia dell’Assietta le truppe piemontesi ebbero quale comandante supremo Giovanni Battista Cacherano di Bricherasio, futuro viceré di Sardegna (anche se il merito della vittoria viene da molti attribuito al colonnello Paolo Novarina di San Sebastiano e ai suoi granatieri).

Anche passando ad accennare alle vicende dei Cacherano in rapporto alla storia torinese, ci imbattiamo innanzitutto in alcuni soldati: in Luigi Amedeo di Envie, che morì nel 1706, all’età di 23 anni per le ferite riportate durante l’assedio francese; in Angelo di Osasco, colonnello del reggimento Pinerolo che partecipò in quello stesso anno alla difesa della città; in Carlo Emanuele di Lanzo, che fu governatore della Cittadella nella seconda metà del Seicento e, inoltre, in Carlo e Teodoro di Bricherasio, il primo comandante della piazza militare nel 1771, il secondo comandante della Cittadella quattro anni dopo. Il nome dei Cacherano comincia a essere costantemente presente nel passato di Torino a partire dalla metà del Cinquecento. Presente nell’amministrazione della città con sei sindaci (Giovanni Battista nel 1602; Giustiniano nel 1604 e 1611; Domenico nel 1680; Giuseppe nel 1698; Ercole Giuseppe nel 1791; Carlo Emanuele nel 1837), un consigliere comunale che non fu sindaco (Enrico, nel 1828), tre chiavari, tre vicari di politica e polizia e alcuni giudici. Presente nell’amministrazione dell’Università sin da quando questa venne riportata a Torino dopo la liberazione dalla cinquecentesca occupazione francese (con Ottavio che figura nel 1571 tra i riformatori e poi con Filiberto e Domenico, conservatori generali dell’Ateneo nel 1600). Presente, anche, tra le vie di Torino, una delle quali, via Bricherasio, è dedicata a Giovanni Battista, il comandante dell’esercito vincitore all’Assietta. Non meno evidenti sono le tracce nel tessuto architettonico urbano della famiglia (che possedette pure numerose ville e castelli attraverso il Piemonte). Un pregevole palazzo sorge in via della Consolata 12, con un fronte rivolto verso il Santuario. Appartenne ai conti di Mombello (i quali trassero la propria denominazione dall’edificio, visto che erano universalmente chiamati «Cacherano della Consolata»).

 

Atto di fondazione della FIAT: 1 Luigi Damevino, 2 Cesare Goria Gatti, 3 Roberto Biscaretti di Ruffia, 4 Carlo Racca, 5 Emanuele Cacherano di Bricherasio, 6 Michele Ceriana-Mayneri, 7 Giovanni Agnelli, 8 Lodovico Scarfiotti, 9 Alfonso Ferrero di Ventimiglia

 

Il caseggiato nell’isola di S. Avventore, compresa tra le vie San Tommaso, Barbaroux, XX Settembre e Garibaldi, rivolto verso quest’ultima via, fece parte del patrimonio dei conti d’Osasco, che nel 1771 ne fecero disegnare la facciata dagli architetti Francesco Dellala di Beinasco, Luigi Michele Barberis, Tommaso Beria. Il palazzo di via Lagrange 20, attribuito a Gian Giacomo Plantery fu, infine, proprietà dei Cacherano di Bricherasio. Tra le pareti di casa Bricherasio fu siglato nel 1899 l’atto di nascita della Fiat. Il primo a firmare il documento costitutivo fu Emanuele Cacherano di Bricherasio (1869-1904) che è considerato il vero padre (non immancabilmente lo si ricorda e sottolinea) di quest’industria torinese dal grande futuro (almeno sino quasi ai giorni nostri) della quale avrebbe in brevissimo tempo preso il timone Giovanni Agnelli. Al Bricherasio (che sognava «di dar vita ad una fabbrica immensa da cui a mille a mille uscissero le […] automobili, ad invadere il mondo, in nome del lavoro torinese…», come scrisse Carlo Biscaretti di Ruffia) non viene attribuito soltanto il progetto che portò alla fondazione della Fiat e alla tumultuosa industrializzazione di Torino. Egli gettò le basi dell’Automobile Club italiano, del Salone dell’Automobile di Torino e anche, a quanto riferiscono i suoi biografi, del primo codice della strada. Quanto al ruolo fondamentale di Emanuele Bricherasio – in special modo – e della nobiltà cittadina in generale nel dare vita alla Fiat e a varie imprese commerciali e finanziarie della Torino del secondo Ottocento e del primo Novecento, vi sarà occasione di tornare in futuro.

 

[1] Vittorio Angius, Sulle famiglie nobili della Monarchia di Savoia, narrazioni fregiate de’ rispettivi stemmi incisi da Giovanni Monneret ed accompagnate dalle vedute de’ Castelli feudali, disegnati dal vero da Enrico Gonin, Torino, Fontana e Isnardi editori, 4 vol., 1841-1857.  La bibliografia riguardante i Cacherano è assai ampia, come si può rilevare scorrendo la Bibliografia delle famiglie subalpine, oggi consultabile e liberamente scaricabile anche in pdf dalle piattaforme Academia.edu o (rispettivamente https://www.academia.edu/66229450/Mola_di_Nomaglio_primi_5_volumi_della_Bibliografia_famiglie_subalpine oppure https://www.researchgate.net/publication/357395155_Bibliografia_delle_famiglie_Subalpine_Nobilta_borghesia_e_cittadinanze_attraverso_studi_di_storia_e_storia_sociale_genealogia_feudalita_e_diritto_arte_e_architettura_araldica_e_onomastica_Torino_Centr/link/61cc37e2b6b5667157b22990/download e file:///C:/Users/user/Downloads/MoladiNomaglio-primi5volumidellaBibliografiafamigliesubalpine.pdf ).

 

 

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