Oltre ottocento semi furono gettati nel profondo sud dell’Europa, in quel lontano 14 agosto 1480, ad Otranto: «incalzati dall’assalto dei soldati Ottomani a rinnegare la fede, furono esortati dal beato Antonio Primaldo, anziano tessitore, a perseverare in Cristo e ottennero così con la decapitazione la corona del martirio», come attesta il Martyrologium Romanum.

Da tempi remotissimi Otranto è una città importante, crocevia di commerci, ma anche testimone di un passato eroico. I primi insediamenti risalgono al 2.200 a. C. e da essi ebbe origine un centro proteso a oriente, poco distante dall’Albania e dalla Grecia. L’antica Hidruntum fu centro messapico e poi municipio romano. La sua posizione influenzò sia la cultura che la religione. Il rito bizantino, insieme a quello romano, sopravvisse fino al secolo XVI. Ancora oggi mura possenti proteggono il centro medievale e la Cattedrale.

Correva, dunque, l’anno 1480 e da neppure trent’anni, con l’occupazione di Costantinopoli da parte del sultano turco Maometto II, era caduto l’Impero Romano d’Oriente. Papa Sisto IV, preoccupato dalle mire espansionistiche musulmane, si prodigò inutilmente affinché si formasse una lega cristiana di difesa. Particolarmente contraria la Serenissima Repubblica Veneta che, interessata a controllare il Mediterraneo, era da sempre nemica del Regno di Napoli. Gli altri stati, perennemente preoccupati a difendere ed estendere i propri domini, sottovalutarono invece il pericolo. Il progetto ottomano era grandioso: occupare Otranto, conquistare il sud d’Italia, poi su, fino alla Francia e ricongiungersi con i musulmani in Spagna. Il 28 luglio centocinquanta navi turche, con diciottomila uomini, sbarcarono sulla lunga spiaggia presso i Laghi Alimini. Il Re di Napoli, Ferdinando I d’Aragona, era in Toscana e la sua guarnigione, impaurita, si dileguò. Fu intimata la resa, ma i capitani, Francesco Zurlo e Antonio de’ Falconi, risposero gettando simbolicamente in mare le chiavi della città. Per dodici terribili giorni Otranto venne attaccata sia da terra che da mare, fino a quando i mori riuscirono a penetrare all’interno abbattendo una porta secondaria delle mura. Massacrarono tutti coloro che trovarono per le strade e anche nelle case, facendo poi irruzione nella Cattedrale. L’Arcivescovo Stefano Pendinelli stava celebrando la Santa Messa: sacerdoti, frati e molti del popolo furono massacrati mentre pregavano. L’anziano presule, con gli abiti pontificali e la croce in mano, fu ucciso con un colpo di scimitarra che gli staccò di netto il capo. Era l’11 agosto. Le donne furono ridotte in schiavitù, alcune anche violentate, mentre i circa ottocento uomini superstiti, dai quindici anni in su, furono imprigionati. Tre giorni dopo, incatenati e seminudi, a gruppi di cinquanta, partendo dai pressi dell’odierna cappella della Madonna del Passo, furono condotti sul Colle della Minerva. Fu ripetutamente chiesto loro di abiurare la fede cristiana per aver salva la vita: venti riscattarono la libertà pagando trecento ducati a testa. Un anziano cimatore di panni, Antonio Pezzulla, esortò i compagni a difendere il proprio credo e fu il primo ad essere decapitato: da qui l’epiteto «Primaldo». Era iniziato l’orribile massacro: le cronache raccontano che il corpo di Antonio, senza testa, rimase in piedi fino all’esecuzione dell’ultimo concittadino. Profondamente scosso, il carnefice Bernabei si convertì e fu impalato poco distante. La fiorente città di dodicimila abitanti era irriconoscibile, ma la sua eroica resistenza aveva permesso all’esercito aragonese di raggiungere il Salento e sventare il pericoloso disegno espansionistico ottomano. L’esercito liberatore fu composto anche dalle truppe del Papa, che per sensibilizzare gli stati cristiani aveva nominato nunzio apostolico il francescano Beato Angelo Carletti da Chivasso, e da quelle dei Medici. Si formarono tre presidi militari (Roca, Castro e Sternatia), ma i turchi resistettero tredici mesi. Durante questo periodo la Cattedrale fu trasformata in moschea e ci furono diversi scontri e scorribande nei paesi vicini.

Finalmente l’8 settembre 1481 i turchi si ritirarono, complice anche la morte di Maometto II. Cinque giorni dopo si poterono recuperare i corpi dei martiri che, nonostante giacessero, da oltre un anno, abbandonati sul colle, erano in buona parte incorrotti. La maggior parte di essi venne pietosamente sepolta nella cripta della Cattedrale, altri, circa duecentocinquanta, furono portati dal Re a Napoli nella chiesa di Santa Maria Maddalena, detta dopo dei Martiri (poi definitivamente nella chiesa di Santa Caterina a Formiello). Ad Otranto, l’anno seguente, in Cattedrale fu loro dedicata una cappella alle cui spese contribuì il Re con una donazione. L’eccidio degli idruntini ebbe vasta eco in tutta la penisola italiana: ne scrissero molti storici mentre Ludovico Ariosto compose la commedia I Suppositi.

Nel 1539 l’Arcivescovo Pietro Antonio de Capua istruì il processo per il riconoscimento del martirio degli Ottocento, in odio alla fede cristiana. Il popolo ne invocava l’intercessione come patroni, tra l’altro proprio durante il pericolo di altri assedi (nel 1537 e nel 1644).  Il 14 dicembre 1771 la Congregazione dei Riti, dopo regolare processo e per decisione del Papa Clemente XIV, emanò il Decreto di conferma del culto da tempo immemorabile (beatificazione equipollente) e li proclamò solennemente beati.

 

Il 5 ottobre 1980, in occasione del cinquecentesimo anniversario del martirio, Papa Giovanni Paolo II visitò la città e lanciando il suo messaggio di pace additò «alle moltitudini convenute da ogni parte le vie della verità e della grazia, la fratellanza con i popoli d’oriente» (dalla lapide posta in Cattedrale a perenne ricordo). Si riaccese così l’interesse per il loro culto e per un’eventuale riapertura della causa di canonizzazione.
Il 27 maggio 1994 venne emanato il decreto della Congregazione delle Cause dei Santi con cui si riconosceva la validità dell’Inchiesta Diocesana sulla storicità del martirio. Il 6 luglio 2007 Papa Benedetto XVI dispose che la Congregazione delle Cause dei Santi pubblicasse il decreto sul martirio in odium fidei. Il 27 maggio 2011 la Congregazione delle Cause dei Santi riconobbe la validità dell’Inchiesta diocesana su una guarigione ritenuta miracolosa riguardante Suor Francesca Levote, delle Sorelle Povere di Santa Chiara del Monastero di Otranto, da una grave forma di cancro. Il 20 dicembre 2012 sempre Benedetto XVI autorizzò la pubblicazione del decreto sul Miracolo, riconoscendo così la guarigione prodigiosa «rapida, completa e duratura» della Religiosa Clarissa Francesca Levote operata dal Signore per intercessione dei Beati Martiri Antonio Primaldo e compagni, da «cancro endometrioide dell’ovaio con progressione metastatica (IV stadio) e grave complicazione dello stato generale». L’11 febbraio 2013, nel corso del Concistoro Ordinario Pubblico il Santo Padre Benedetto XVI decreta che siano iscritti nell’Albo dei Santi. Quel giorno, in cui la Chiesa celebrava la memoria della Beata Vergine di Lourdes, passò però alla storia per la storica rinuncia al Pontificato. Toccò dunque al suo successore, Papa Francesco, canonizzare in piazza San Pietro a Roma il 12 maggio 2013 questa folta schiera di martiri, canonizzazione che gli ha meritato il primato di maggior numero di santi proclamati. In quell’occasione il Papa argentino non fece però cenno nell’omelia alla vicenda martiriale degli Ottocento, una vicenda ancora troppo scottante, che oggi sta tornando d’attualità e che risuona non poi così distante dalla cronaca della nostra Europa.

Per approfondire la vicenda dei nostri martiri segnaliamo l’agile volumetto a firma di Daniele Bolognini Gli 800 Martiri d’Otranto. Come i primi Cristiani, edito da ElleDiCi Velar nel 2014.

 

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2 commenti su “Gli 800 Martiri di Otranto”

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