Luca de Linda (Łukasz von der Linde) scrisse a metà Seicento nelle sue fortunate e, nell’arco di oltre un ventennio più volte ristampate in varie lingue, […] Relationi, et descrittioni universali, et particolari del mondo […] che «Il Popolo della Savoia, […] ha tanta confidenza di sé stesso, che stima il suo Duca il primo Prencipe del Mondo, & atto a guerreggiare con le Corone più possenti […]», aggiungendo che «la plebe però non è molto atta a negotij, solo alla guerra». Questo lavoro, che fu esito non solo di vaste indagini bibliografiche, ma anche di dirette osservazioni o di collaborazioni in diversi paesi, contiene osservazioni che appaiono ancor oggi interessanti per gli Stati sabaudi. Voltando lo sguardo in particolare al Piemonte, l’autore può mettere a fuoco vocazioni assai articolate e, quando giunge a parlare dei Biellesi, esprime un giudizio lucido e fondato che a lungo avrebbe potuto essere sottoscritto, e ancora oggi potrebbe esserlo senza riserve, da qualunque altro osservatore: «hanno l’ingegno sottile nelle attioni loro, e [sono] molto ardenti ne gli affari, ne’ negotij non […] pigri, [abilissimi] ne’ contratti».

La storia economica di Biella e del suo distretto evoca nella mente telai fervidi e scalpitanti con grandi imprese finanziarie e industriali specialmente in campo tessile, anche se è quasi superfluo dire che pure altre eccellenze italiane ebbero le prime loro radici nel Biellese.

Qui, ad esempio, mosse i primi passi da imprenditore il “fabbro” Giuseppe Pichetto, che diede vita nella seconda metà dell’Ottocento a un’industria artistica che fu a lungo ben conosciuta in Italia ed Europa in un’epoca in cui dal Piemonte e dagli antichi Stati dei Savoia sorsero uomini d’affari che diedero vita a imprese di fama e diffusione “universale”: Giovanni Agnelli, Luigi Rossi, Francesco Cirio, Marcel Bich, per citare solo alcuni, i cui nomi sono associati a industrie ancora oggi celebri. Diversi tra loro poterono contare, anteriormente ai propri exploit personali, su solide basi economiche; altri come nel caso di Cirio, partirono, invece, letteralmente “da zero”.

Giuseppe Pichetto nacque a Veglio Mosso il 7 novembre 1850, da una vecchia e notabile famiglia locale, il cui cognome compariva da tempo tra quelli impegnati nell’industria laniera radicata nella zona: già nel 1775 Giovanni Battista e Dionigio Pichetto figuravano in Mosso nello «Stato de’ fabbricatori aventi lanifici in Biella e nelle terre della provincia». Di questo cognome, parecchi furono a Veglio i sindaci, gli amministratori comunali, sacerdoti, benefattori (diversi figurano attivi localmente nella Congregazione di carità o i benefattori dell’asilo infantile e via dicendo). Dei Pichetto erano in attività nel secondo Ottocento quali titolari, in società con altri imprenditori locali, di una tessitura all’avanguardia a Croce Mosso, contigua a Veglio, con 28 operai, 360 fusi e due telai che distinguevano la loro azienda dalle altre locali, giacché negli Annali di Statistica industriale (Roma, 1887) si legge che «I telai della ditta Torello Pichetto sono meccanici, e quelli delle altre ditte sono tutti a mano».

Giuseppe Pichetto compì i primi studi nel paese natale, forse sotto la guida di uno dei non rari sacerdoti appartenenti alla sua famiglia di cui si è appena detto (nella quale non mancavano, nel contempo, sensibilità probabilmente differenti e i sostenitori di istanze risorgimentali, come quel Pichetto che contribuì all’inizio del 1860 alla sottoscrizione promossa per procurare fucili a Garibaldi). Completati gli studi, iniziò, giovanissimo, un mestiere ben diverso da quello che l’avrebbe in seguito reso famoso tra i propri contemporanei, facendo lo scrivano a Veglio, presso il notaio Prina. Ben presto, appassionato di meccanica, lo troviamo però a Torino, a frequentare scuole tecniche. È poco più che un ragazzo quando, mettendo a frutto gli insegnamenti impartitigli nei momenti liberi dal «serruriere» di Mosso Santa Maria, Antonio Galoppo, inventa una cassaforte a cilindro e un congegno per aprire porte e finestre a distanza.

Con l’intento di studiare l’evoluzione dell’industria metallurgica mondiale, Pichetto effettuò viaggi nei principali centri metallurgici d’Europa e degli Stati Uniti, il che indusse Ernesto Trevisani a definirlo, nella sua autorevole Rivista industriale e commerciale di Torino e Provincia (Milano, Tipografia Capriolo e Massimino, 1896) un «vero tipo di studioso ed instancabile lavoratore».

 Ringhiera in ferro battuto e scolpito per Scalone Castello Reale di Racconigi.
Da: Cartella Persistenza delle opere in ferro di Giuseppe Pichetto senior. Sei tavole e sei fotografie offerte da Giuseppe Pichetto junior, Torino 1986.
Biblioteca del Centro Studi Piemontesi di Torino.

 

Nel 1879, al suo ritorno a Torino, fondò in corso Vittorio Emanuele II 21 un’«Officina per costruzioni in ferro». In breve tempo aprì varie succursali in Italia, in primo luogo a Genova, e all’estero, dotando la propria fabbrica, secondo quanto si legge in un articolo del primo Novecento, «di ogni miglior macchina utensile e d’ogni moderno trovato della Scienza» e formando maestranze altamente specializzate. Dalla fucina di Pichetto uscirono così autentiche opere d’arte, che ne fecero il fornitore privilegiato della Casa Reale (dal principe Tommaso di Savoia ebbe il brevetto di Fornitore della Casa Ducale di Genova), della nobiltà e dell’alta borghesia. «Tra i lavori colossali di questa Casa – scrive ancora Trevisani – notiamo quelli per l’Ospedale Mauriziano a Torino che valsero al signor Giuseppe Pichetto le lodi molto lusinghiere di S. M. il Re Umberto».

 

Giuseppe Pichetto, Cancelli in ferro battuto e guarniture in bronzo, Palazzo Margherita – Roma
Da: Lavori in ferro di Giuseppe Pichetto. L’architettura dei mestieri intelligenti. Sei fotografie di Giorgio Avigdor con un testo di Andreina Griseri, Torino 1987.  Biblioteca del Centro Studi Piemontesi di Torino

 

La sua opera fu richiesta anche all’estero, in Francia (dove operava la succursale di Parigi) e in altri Paesi, non esclusa la Turchia, dove gli furono commissionati importanti lavori in ferro fucinato e battuto per il palazzo sultanale di Costantinopoli e per il palazzo del Ministro dell’Agricoltura, delle Foreste e delle Miniere Selim [Pacha] Melhamé, appartenente a una famiglia maronita cattolica di Beirut. Si era ancora, evidentemente, in tempi in cui i cattolici non erano appieno oggetto di quelle prevaricazioni e ingiustizie, talora di vere e proprie persecuzioni, di cui furono poi fatti oggetto (tanto che nel giro di un secolo si è passati da una presenza cattolica in Turchia, percentualmente a fine Ottocento ancora molto consistente, a quella attuale, pressoché impercettibile).

Molte opere uscite dalle fucine di Pichetto, nonostante le distruzioni dovute allo spasmodico bisogno di ferro dei periodi bellici, si conservano tuttora: basti ricordare gli splendidi cancelli in ferro battuto con guarniture in bronzo del palazzo della Regina Margherita a Roma oppure, a Torino, la cancellata lungo l’ala nuova di Palazzo reale, su via XX settembre e i cancelli della Mole antonelliana o, ancora, a Racconigi, la ringhiera in ferro battuto e scolpito per lo scalone del castello reale.

Di anno in anno il prestigio di Pichetto si accrebbe. Ricevette numerose onorificenze, medaglie e diplomi in parecchie Esposizioni italiane ed estere e la sua azienda prosperò al punto che nel 1908 fu creato Cavaliere del Lavoro, affiancando il proprio ai nomi di maggior prestigio dell’imprenditoria piemontese del suo tempo, come Giovanni Agnelli, Silvano Venchi, Vittorio Tedeschi, Giacomo Bosso, Teofilo Rossi, Felice Piacenza e Oreste Catella.

All’attività produttiva Pichetto congiunse impegno sociale, caritatevole e filantropico (fu tra l’altro consigliere e finanziatore delle Scuole-Officine serali, fondate nel 1887 e poste sotto la presidenza onoraria del Re); svolse, inoltre, un ruolo attivo nelle organizzazioni che rappresentavano gli imprenditori, quali la Lega industriale, l’Associazione Generale fra Industriali e Commercianti e l’Associazione dell’Industria Meccanica ed Arti affini.

Allo scoppio della prima guerra mondiale il Genio militare arruolò la maggior parte degli operai delle Officine Pichetto: non era più il tempo di costruire opere d’arte, ma cannoni. L’azienda rimase praticamente paralizzata, sinché Giuseppe non fu costretto a cessare l’attività, cedendo successivamente la fabbrica. Ma l’avventura imprenditoriale della famiglia non finì qui. Dopo la sua morte (5 dicembre 1922) le tradizioni imprenditoriali furono continuate dai figli Antonio Virginio ed Angelo. Il primo, ingegnere, dopo esperienze in campo automobilistico in Italia divenne progettista di motori sportivi della Bugatti. Il secondo, studioso di chimica, allievo di Ponzio, compì ricerche che gli valsero premi importanti, alcuni conferitigli dall’Accademia dei Lincei. Negli anni venti fondò l’Istituto Chimico Subalpino, acquistando qualche tempo dopo la F.lli Maraschi, un’importante ed antica azienda torinese produttrice di essenze, estratti ed aromi, tuttora operante (denominata attualmente Maraschi & Quirici, in seguito alla fusione con la Ercole Quirici) nel campo della chimica naturale, della quale è stato a lungo a capo anche l’omonimo nipote di Giuseppe Pichetto, il cui nome sottolinea la bisecolare continuità delle intraprese economiche familiari. Egli stesso impegnato nelle organizzazioni imprenditoriali (tra l’altro è stato Presidente dell’Unione Industriale e della Camera di commercio di Torino) e Cavaliere del Lavoro; egli stesso, come si è letto sopra per il proprio nonno, «vero tipo di studioso ed instancabile lavoratore» è attivo in campo culturale, collezionista raffinato di documenti, libri antichi, legature di pregio e, soprattutto nella sua veste di Presidente, da molti anni, del prestigiosissimo Centro Studi Piemontesi.

 

Prezioso codice proveniente dalle Raccolte, riguardanti il Principe Eugenio, di Giuseppe Pichetto, da egli donato congiuntamente ad altre testimonianze di grande valore storico e artistico, al Centro Studi Piemontesi di Torino.

 

 

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