In conspéctu divinæ maiestátis tuæ

rubrica di Cristina Siccardi

 

 

In questo articolo e in quello che seguirà sabato prossimo, giorno 7, terminiamo la presentazione delle figure di Casa Savoia che hanno dato prova di eroicità delle virtù o che, comunque, sono state testimoni esemplari di Fede, di Speranza, di Carità. Esse appartengono all’età contemporanea e le abbiamo riunite tutte insieme. Il profondo sentire cristiano, in unione a Santa Romana Chiesa, ha permeato l’esistenza di queste personalità forti nella mitezza, contribuendo a creare un’Europa identitaria e ad ispirare nel popolo italiano valori imprescindibili e gerarchici, quali il rapporto con Dio, la dedizione al proprio dovere di stato, l’amore per la famiglia e la Patria a costo del sacrificio supremo della propria vita.

Al fondo troverete un riepilogo di tutte le personalità della Dinastia, distintesi per la propria esistenza votata ai principi evangelici.

 

Amedeo di Savoia, Duca d’Aosta, Viceré d’Etiopia

Un uomo di un metro e 98, risponde al saluto di una compagnia inglese che gli presenta le armi: la mano sulla visiera, il volto asciutto e fiero, la divisa impeccabile… Amedeo di Savoia Duca d’Aosta sembra un vincitore, invece è un prigioniero, che ha perso la sua ultima battaglia. Di lui disse Sua Santità Pio XII: «Era una bella figura di soldato, di principe e di cristiano». In Amedeo di Savoia Duca d’Aosta, Viceré d’Etiopia ed eroe dell’Amba Alagi, si riunirono la nobiltà di nascita, la nobiltà d’animo e la ricca Fede. Una figura troppo bella, troppo cattolica per essere ricordata dai libri di storia.

Alieno dalle insidie e miserie del potere, fu un combattente coraggioso, aviatore esperto, africanista appassionato e come scrisse Gigi Speroni «aveva ereditato dalla madre, Elena d’Orléans, quell’esprit tipicamente francese che gli impedì di cedere alla retorica imperante e gli permise di vedere sempre le cose con un certo distacco». Diceva: «Essere principi non ha senso, quando non si ha un principato, se non si è capaci di farsi valere come uomo». La sua vita fu avventurosa, austera e semplice; una vita di autodisciplina, con una religiosità molto profonda. Dormiva su una branda militare, spesso in una tenda da campo, si alzava alle sei, pranzava in venti minuti; non amava i ricevimenti mondani, preferiva stare in compagnia degli amici o in mezzo alla natura.

Primogenito di Emanuele Filiberto, secondo Duca d’Aosta, e di Elena di Borbone Orléans, Amedeo, che significa «Colui che ama Dio», nacque nel palazzo della Cisterna a Torino il 21 ottobre 1898. A sedici anni si arruolò volontario nella prima guerra mondiale, come soldato semplice in prima linea. Seguì lo zio Luigi di Savoia Duca degli Abruzzi in Somalia: furono gli artefici della ferrovia per Mogadiscio e della costruzione del villaggio Duca degli Abruzzi.

Il “mal d’Africa” lo catturò completamente. Conseguì la laurea in giurisprudenza a Palermo con la tesi I concetti informatori dei rapporti giuridici fra gli stati moderni e le popolazioni indigene delle colonie, nella quale esaminava il problema coloniale sotto l’aspetto morale: era un fermo assertore del colonialismo apportatore della civiltà. Il 5 novembre 1927 sposò a Napoli Anna di Borbone Orléans. Terminata la seconda guerra italo-abissina, il 21 ottobre 1937, fu nominato Governatore generale, Comandante in capo dell’Africa orientale italiana e Viceré d’Etiopia.

Contrarissimo ad un’alleanza bellica con la Germania, nel 1941, di fronte alla travolgente avanzata degli inglesi in Africa orientale italiana, organizzò l’ultima resistenza sulle montagne etiopi. Si asserragliò dal 17 aprile al 17 maggio sull’Amba Alagi con 7.000 uomini: una forza composta da carabinieri, avieri, marinai della base di Assab, 500 soldati della sanità e circa 3.000 indigeni. Lo schieramento italiano venne ben presto stretto d’assedio dalle forze del generale Cunningham, il quale disponeva di 39.000 uomini. I soldati italiani, inferiori sia per numero sia per mezzi, diedero prova di grandissimo valore, ma si dovettero arrendere. Il 23 maggio il generale inglese Platt comunicò al Duca che gli era stata concessa da Vittorio Emanuele III la Medaglia d’oro al valor militare.

Amedeo, prigioniero di guerra numero 11590, venne trasferito in Kenya per mezzo aereo e durante una parte del volo gli vennero ceduti i comandi per consentirgli di pilotare un’ultima volta. Arrivato in Kenya, venne tenuto prigioniero dagli inglesi presso Dònyo Sàbouk (Nairobi), una località infestata dalla malaria, che lo colpì insieme alla tubercolosi. Morì il 3 marzo 1942 nell’ospedale militare di Nairobi, dopo essersi confessato da Padre Boratto ed avergli detto: «Come è bello morire in pace con Dio, con gli uomini, con se stesso. Questo è quello che veramente conta».

Al suo funerale anche i generali britannici indossarono il lutto al braccio e per sua espressa volontà fu sepolto al Sacrario militare italiano di Nyeri (Kenya), insieme ai suoi 676 soldati. Aveva scritto il 28 maggio 1941 sul Diario dell’Amba Alagi: «Addí Úgri. Tramonta il sole (…) prego in quest’ora divina in cui il giorno è passato e la notte non è ancora venuta. Mi sento in pace, in stato di euforia spirituale; ringrazio Iddio clemente e misericordioso (…) per le grazie, le gioie e i dolori che Egli mi ha mandato nella sua onnipotenza, e nelle lodi non gli chiedo favori, pago solo di esaltarne la grandezza».

 

Elena di Savoia (Principessa Jelena Petrovic Njégos del Montenegro), Regina d’Italia

Elena del Montenegro, ovvero Jelena Petrović Njegoš, nasce a Cettigne (Cetinje) l’8 gennaio 1873. È la sesta figlia di re Nicola I del Montenegro e di Milena Vukotić. Cettigne era allora la modesta capitale del Montenegro, infatti era poco più di un borgo di montagna, abitato da pastori.

Fu educata ai valori forti dell’unione familiare. La conversazione alla tavola dei sovrani del Montenegro si svolgeva in francese e si discuteva con eguale disinvoltura di politica e di poesia; poeta lo era anche Elena che scriveva versi e li pubblicava sulla rivista letteraria russa Nedelja, firmandosi Farfalla Azzurra.

Crebbe schiva e riservata, ma ferma nel carattere e molto determinata. Attaccata alle tradizioni, di animo sensibile e con una mente brillante e curiosa, aveva un grande amore per la natura (il suo fiore preferito era il ciclamino). Studiò nel collegio Smol’nyj di Pietroburgo e frequentò la corte degli Zar.

Nicola I imparentò tutte le sue bellissime figlie con le diverse corti reali europee. La principessa Elena fu destinata alla Casa reale d’Italia, poiché la Regina Margherita (che desiderava rinvigorire il sangue Savoia), in accordo con Francesco Crispi (di origini albanesi), decise per le sorti dell’unico figlio, Vittorio Emanuele, principe di Napoli: l’incontro tra i due giovani avvenne al teatro La Fenice di Venezia, in occasione dell’Esposizione Internazionale d’Arte. Fu dichiaratamente amore: dopo un altro incontro in Russia, Vittorio Emanuele formulò la richiesta a Nicola I di sposare colei che credeva di aver scelto personalmente, senza l’intromissione di nessuno. Elena, per potersi unire in matrimonio con il futuro re d’Italia, dovette abiurare la propria religione ortodossa.

Le nozze, molto sotto tono a causa della recente sconfitta di Adua, furono celebrate il 24 ottobre 1896: la cerimonia civile si svolse al Quirinale, quella religiosa in Santa Maria degli Angeli, alle quali la madre di Elena non partecipò, in forma di protesta all’abiura religiosa della figlia.

L’11 agosto 1900, in seguito all’assassinio di re Umberto I, Vittorio Emanuele salì al trono. La presenza di Elena accanto al sovrano si mantenne sempre umile e discreta, non fu mai coinvolta in questioni strettamente politiche, ma fu sempre estremamente dedita ed attenta ai bisogni del popolo adottivo, che fece suo in tutto e per tutto. Profuse il suo impegno in numerose iniziative caritative e assistenziali, che le assicurarono vasta simpatia e popolarità. La Regina andò ben al di là della semplice beneficenza: il suo spirito evangelico la portava a praticare ogni giorno la carità più genuina e più carica di amore per il prossimo.

Ogni giorno il corriere recapitava a Villa Savoia una grande borsa di cuoio, chiamata «la bolgetta» (parola sardo-savoiarda). Essa conteneva lettere su lettere: di ogni dimensione, di ogni formato, di ogni colore. Inchiostri di tutte le tinte; matite delle più svariate tonalità, alfabeti anche in rilievo per ciechi. Campionario pittoresco e vario che racchiudeva la richiesta umile, fiduciosa a volte disperata di chi aveva bisogno e che ricorreva alla Regina della Carità sapendo di non essere dimenticato. Le risposte non tardano ad arrivare: aiuti nascosti, ma efficaci si diramano ovunque, sanando tante piaghe materiali, ma anche morali, accresciute dalla miseria.

Per tutta la durata dell’inverno venivano aperte le cucine a Sant’Anna di Valdieri e a Trinità nella Vallegesso, in provincia di Cuneo. A tutti gli abitanti erano distribuiti minestra, pane, carne, formaggio, marmellata e medicinali. Un’infinità di giocattoli uscivano da casa Savoia e venivano indirizzati a tutti i bambini. Per non parlare degli indumenti. Metri e metri di armadi rivestivano i sotterranei della Villa: si trattava del «deposito dei poveri». Qui erano riposti vestiti per adulti, biancheria per la casa, tessuti, corredini per neonati, culle, scarpe, cappelli, sciarpe, ombrelli, coperte… tutto perfettamente nuovo.

A Roma non c’era signora dell’aristocrazia o della buona borghesia, che non lavorasse per la fabbrica della Regina, preparando indumenti, maglie, golfini, scarpette da neonato…

Durante i soggiorni estivi a Sant’Anna di Valdieri, Elena apriva un ambulatorio per i malati. Per i casi più gravi, in cui era necessaria la cura del mare, i pazienti venivano ricoverati a Villa Helios a San Remo oppure erano indirizzati ai sanatori, dove le degenze durano mesi e mesi, a volte anche anni: tutto a spese di Casa Savoia.

Immenso fu l’aiuto che la regina diede dopo il terremoto e maremoto di Messina del 1908. La regina Elena si dedicò subito ai soccorsi, come mostrano fotografie dell’epoca. Durante la prima guerra mondiale fece l’infermiera a tempo pieno e con l’aiuto della Regina Madre, trasformò in ospedali sia il Quirinale che Villa Margherita; per reperire fondi, lei stessa inventò la “fotografia autografata” che veniva venduta nei banchi di beneficenza, mentre alla fine del conflitto propose la vendita dei tesori della corona per estinguere i debiti di guerra.

Fu la prima Ispettrice delle Infermiere Volontarie della Croce Rossa Italiana, dal 1911 al 1921. Studiò medicina e ne ebbe la laurea ad honorem; finanziò opere benefiche a favore degli encefalitici, per madri povere, per i tubercolotici, per gli ex combattenti.

Quando la Garfagnana, in Toscana, fu colpita dal terremoto nel 1921, Elena fece preparare a San Rossore, nei locali delle Cascine Nuove, diciassette alloggi, per altrettante famiglie rimaste senza tetto.

Quando a Roma una bambina fu vittima di un assassinio, la regina fece collocare, nel cimitero di Verano a Roma, una lastra di marmo sulla tomba della piccola, su di essa spiccava un gruppo di gigli a lunghi steli, sullo stesso bassorilievo era raffigurata una serpe che con un morso troncava un giglio, ripiegato su se stesso. In alto, Maria Santissima con Gesù Bambino fra le braccia, era pronta ad accogliere la vita spezzata. Il padre della bimba, un rivoluzionario, rimase turbato e dall’immagine e dall’epigrafe: «Qui dove giace/Rosina Pelli/vittima inespiabile/di nefanda barbarie/il pianto perpetuo del popolo/lavi l’orrendo oltraggio/gigli e rose ricordino/l’innocente anima ascesa al regno degli angeli. Elena di Savoia Regina d’Italia Q.M.P.».

Spesso si recava nei quartieri poveri di Roma e qui faceva visita sia ai diseredati che ai malati: portava denaro, consigli, conforto, carezze e quando era necessario faceva iniezioni e leggeva agli analfabeti i referti sanitari, le componenti e le posologie dei farmaci. Spesso non si faceva neppure riconoscere ed erano in molti a crederla una dama della San Vincenzo.

Promuoveva iniziative in favore della ricerca contro il cancro, del morbo di Parkinson, contro la poliomielite oppure a favore della formazione professionale delle assistenti di categoria.

Nel 1927 assunse l’alto patronato della Lega italiana per la lotta contro il cancro. A Roma venne creato, anni più tardi, l’istituto Regina Elena, un complesso clinico-ospedaliero di notevole valore, sia per le dimensioni che per la portata scientifica.

Verso la metà degli anni Venti si prodigò per arrestare l’encefalite letargica, che colpiva la corteccia cerebrale, promuovendo la cosiddetta «cura bulgara», a base di erba Belladonna, che fu però ostacolata da diversi medici, perciò la diffusione della terapia iniziò seriamente soltanto a partire dal 1934 e i risultati si dimostrarono più volte efficaci.

Dalla vicina San Rossore, Elena si recava spesso a Pisa, nella Clinica neurologica facente parte degli Ospedali Riuniti di Santa Chiara, dove incontrava i pazienti. Sorridente ed affettuosa, s’informava e rianimava, dimostrandosi amabile e tenera come una mamma.

Se le capitava di incrociare per strada un mendicante, uno squilibrato, un disperato, si fermava, oppure scendeva dalla sua vettura e dava inizio al suo intervento.

Predisposta particolarmente per lo studio delle lingue straniere, fece da traduttrice al marito per il russo, il serbo e il greco moderno, tenendogli in ordine l’emeroteca dei giornali stranieri.

Ebbe cinque figli, Iolanda, Giovanna, Mafalda, Umberto, Maria.

Si dedicò con immenso amore al marito, ai figli, alla casa, stando accanto al sovrano con dignità di chi è regina “dentro”.

Il Sommo Pontefice Pio XI il 15 aprile 1937 le conferì la Rosa d’oro della Cristianità, la più importante onorificenza possibile a quei tempi per una donna da parte della Chiesa Cattolica. Il papa Pio XII nel messaggio di condoglianze inviato al figlio Umberto II per la morte di Elena, la definì «Signora della carità benefica».

Nel 1939, tre mesi dopo l’invasione tedesca della Polonia e la dichiarazione di guerra della Gran Bretagna e della Francia alla Germania, Elena scrisse una lettera, toccante ed inascoltata, alle sei sovrane delle nazioni europee ancora neutrali (Danimarca, Olanda, Lussemburgo, Belgio, Bulgaria e Jugoslavia), al fine di evitare all’ Europa ed al mondo l’immane tragedia della seconda guerra mondiale.

Terminata la guerra, il 9 maggio del 1946, Vittorio Emanuele III abdicò a favore del figlio Umberto, assumendo il nome di Conte di Pollenzo e andò in esilio con Elena. La coppia reale si ritirò a Villa Jela, ad Alessandria d’Egitto, ospite di re Farouk I d’Egitto che ricambiò così l’ospitalità data a suo tempo dal re italiano a suo padre.

Durante l’esilio i due coniugi festeggiarono il cinquantesimo anniversario di matrimonio. Elena rimase col marito fino alla morte di quest’ultimo, avvenuta il 28 dicembre 1947. Tre anni dopo si scoprì malata di cancro e si trasferì in Francia a Montpellier, anche qui la popolazione ebbe modo di conoscere la «bonne Dame noire» («La buona signora in nero») che, nonostante le ormai residue possibilità economiche, continuava ad aiutare i poveri: i pescatori la conoscevano molto bene, anche perché la regina spesso andava a pescare (il suo sport prediletto). Nel novembre 1952 si sottopose ad un difficile intervento chirurgico nella clinica di Saint Cóm. Vedova, bruciata dal dolore della tragica perdita dell’amatissima figlia Mafalda (morta nel lager di Buchenwald il 28 agosto 1944), esiliata e rinnegata dalla terra a cui aveva dato tutta se stessa, Elena morì il 28 novembre 1952, povera e sola, assistita unicamente dalla fedelissima camerista Rosa Gallotti.

Fu sepolta, come suo desiderio, in una comune tomba del cimitero cittadino a Montpellier. L’intera città si fermò per assistere e partecipare al suo funerale, al quale presero parte ben 50 mila francesi. La Municipalità di Montpellier ha intitolato il viale che porta al cimitero alla regina Elena e le ha innalzato un monumento.

Nel 1960, a ricordo del suo aiuto alle popolazioni colpite dal terremoto, le fu innalzato a Messina un grande monumento in marmo bianco di Carrara, che la riproduce vestita da crocerossina, opera dello scultore Antonio Berti. Per la sua vicinanza ai malati e per la sua grandissima umanità, in occasione del cinquantesimo anniversario della sua scomparsa, il Ministero italiano delle Comunicazioni ha emesso nel 2002 un francobollo commemorativo con la sua effigie, associando la sua figura alla lotta contro il cancro.

Dalla morte ad Alessandria d’Egitto di settant’anni fa di Vittorio Emanuele III (28 dicembre 1947) e dalla morte a Montpellier della Regina Elena (28 novembre 1952), molti hanno sperato, chi per legame familiare, chi per amore della monarchia, chi per pietà cristiana, che le salme dei Sovrani potessero trovare riposo e nella loro patria. Già da alcuni anni si parlava di richieste da parte dei discendenti Savoia e l’istanza di Maria Gabriella trovò già risposta affermativa nel 2013 con la dichiarata disponibilità del Vescovo di Mondovì dell’epoca, monsignor Luciano Pacomio, ad accogliere le salme nel Santuario Basilica della Natività di Maria Santissima a Vicoforte, in provincia di Cuneo. Così, finalmente, le salme dei sovrani sono ritornate in patria: la Regina Elena il 15 dicembre 2017 e Vittorio Emanuele III, due giorni dopo, il 17 dicembre.

 

Giovanna di Savoia, Regina di Bulgaria

«La libertà discende dalla morale cristiana, essa vive di generosità e di perdono».  In questa frase c’è l’anima di Giovanna di Savoia, Regina di Bulgaria ed amatissima madre del popolo bulgaro. In lei dolcezza e rigore non furono mai disgiunti, il dovere, «il terribile quotidiano» (secondo la definizione di Pio XI), non era che la base di partenza su cui edificare l’amore di Cristo: la vera bontà può cominciare solo dopo che si è fatto ciò che si deve, è quell’oltre che non può essere codificato, è la vera natura della vita, lo spazio lasciato al genio personale.

Tutta la sua vita fu questo, senza che ella lo abbia mai detto.

Nasce principessa felice il 13 novembre 1907, quartogenita di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena. Di intelligenza brillante, coltiva un grandissimo amore per i libri e la cultura, concepiti come svago e rifugio, ma anche e, soprattutto, come strumento principe della sua formazione umana e cristiana, in vista di un futuro da Regina, cui si sentiva vocata.

L’educazione avuta dalla madre la porta a non separare mai la formazione intellettuale dalla carità, intesa come sentimento di amore e condivisione verso il prossimo. La carità è vivere l’amore di Dio e parteciparlo agli altri. Non c’è iato tra l’aspetto ascetico-teologico e l’aspetto morale. È dal suo abbandono in Dio che nasce l’amore verso il prossimo. Il fascino della spiritualità francescana su una simile anima è del tutto naturale. Il Poverello di Assisi non è per lei un modello sociale (verrebbe da dire sociologico), è un maestro di fede in Dio, di speranza nella Sua misericordia e provvidenza. Eloquente è l’episodio del voto fatto per la sua guarigione.

Nel settembre 1923 era stata colpita, insieme con la sorella Mafalda, da una gravissima forma di tifo. In tutta Italia si pregava per la loro guarigione. Le principesse erano assistite da due monache dell’Ordine di Santa Chiara. Questo contatto conquistò subito alla spiritualità francescana l’anima di Giovanna, che vi trovò un modo di sentire il Cristianesimo a lei congeniale. Quando i medici la definivano, ormai, in fin di vita, ella fece voto che, se fosse guarita, sarebbe divenuta devota del Patrono d’Italia e si sarebbe sposata ad Assisi. Il voto, realizzato a 16 anni, non consisteva in un privarsi di qualche cosa, ma in un aggiungere qualche cosa, nell’offrire a Dio, per l’intermediazione di san Francesco nel caso specifico, quel di più di vita, quell’arricchimento che l’adempimento del voto comporta. Iddio vuole solo e sempre il nostro bene, la nostra realizzazione ed il voto diviene strumento per conseguirla. Solo con un di più di felicità siamo buoni cristiani. Il francescanesimo diviene, così, per la principessa Giovanna uno strumento di crescita spirituale. L’anno successivo sarebbe andata ad Assisi, insieme con la sorella Mafalda, in pellegrinaggio di ringraziamento per la guarigione.

In Giovanna ambizione e vocazione trovano una perfetta coincidenza: la sua massima ambizione è assolvere al meglio alla sua vocazione. Per questo in lei la preparazione, il continuo miglioramento divengono un dovere religioso: solo così potrà migliorare il suo modo di rispondere alla chiamata di Dio. Fin dalla sua primissima giovinezza ha sentito la vocazione al compito di Regina, Regina cristiana, vale a dire al servizio del popolo affidatale dalla Provvidenza. Il fascino di questo ruolo non risiedeva negli onori e tanto meno nel potere. Si sentiva chiamata al servizio, a quella forma di carità verso un popolo cui è vocata una Sovrana seguace di Cristo. E quale fosse la sua concezione della Maestà lo si è visto bene quando è salita sul trono. Non si è mai ingerita in questioni politiche, ma si è sempre prodigata per far sentire ai sudditi la presenza della famiglia reale al loro fianco.

L’unica azione con riflessi politici da lei compiuta è stata la difesa degli ebrei bulgari dalla persecuzione nazista. Ma anche questa non era sentita come una scelta politica, quanto piuttosto come l’ovvio dovere di una Regina cristiana di sovvenire alle esigenze della parte del suo popolo più immediatamente bisognosa del suo intervento. Era un dovere etico, una parte di quell’etica del servizio che l’ha sempre contraddistinta. E forse neppure questo, forse era solo una manifestazione dell’amore e della condivisione provate verso il suo popolo o, meglio, verso ciascuna persona del suo popolo, senza eccezioni, ma non in maniera indifferenziata.

Grande e forte fu il legame d’amicizia che unì monsignor Angelo Giuseppe Roncalli, futuro papa Giovanni XXIII, oggi beato, a Giovanna e Boris III. Infatti, dal 1925 al 1934 monsignor Roncalli fu chiamato a ricoprire la carica di visitatore prima, poi come delegato apostolico di Bulgaria dopo. Monsignor Roncalli viene così inserito da papa Pio XIU in una terra attraversata da grandi fermenti politici e sul cui scacchiere internazionale giocano gli influssi della Francia e le aspirazioni dell’Italia fascista. Sul piano religioso il Paese possiede una forte maggioranza ortodossa ed una piccola minoranza cattolica e in questo contesto il nunzio cercherà il dialogo e la mediazione fra le due chiese. Più missionario che vescovo, più pastore di anime che diplomatico, Roncalli prende a cuore il legame fra cattolici ed ortodossi. Scriverà: “I cattolici e gli ortodossi non sono nemici, ma fratelli. Hanno la stessa fede partecipano agli stessi sacramenti, soprattutto alla medesima eucaristia. Ci separano alcuni malintesi intorno alla costituzione divina della Chiesa di Gesù Cristo. Coloro che furono causa di questi malintesi sono morti da secoli. Lasciamo le antiche controversie e, ciascuno nel suo campo, lavoriamo a rendere buoni i nostri fratelli, offrendo loro i nostri buoni esempi… Benché partiti da vie diverse ci si incontrerà nella unione delle Chiese per formare tutti insieme la vera e unica Chiesa di N.S. Gesù Cristo”.

Quando nel 1934 dovrà, per obbedienza, lasciare questa terra che lo aveva visto protagonista di gesti di grande carità, come accadde fra i terremotati del 1928, si rivolgerà ai bulgari con parole vive e toccanti: “Da ora innanzi io non mi chiamerò più arcivescovo titolare di Areopoli, ma arcivescovo titolare di Mesembria. Per tal modo il ricordo della Bulgaria sarà di tutti i giorni; e tante volte mi tornerà gradito al cuore, quante volte la mia mano si alzerà nella solenne liturgia a benedire il popolo, o si stenderà sulla carta a firmare un documento. Ma anche voi, miei cari fratelli, conservate sempre vivo il ricordo di me, che intendo restare sempre amico vostro, sempre fervido amico della Bulgaria… In qualunque luogo del mondo mi accada di vivere, se alcuno di Bulgaria avrà a passare presso casa mia, durante la notte, fra le difficoltà della vita troverà sempre la lampada accesa. Batta, batta, non gli sarà chiesto se è cattolico o ortodosso: fratello di Bulgaria, basta, entri, due braccia fraterne, un cuore caldo di amico lo accoglieranno a festa…”.

All’appuntamento di congedo da monsignor Angelo Giuseppe Roncalli la regina Giovanna profetizza: “Mio marito e io verremo a renderle omaggio in Vaticano quando lei sarà Papa”. Con riferimento al caro incontro Roncalli registrerà sulla sua agenda in data 3 gennaio 1940: “Povere donne quando si illudono! Come la buona regina Giovanna di Bulgaria, che mi profetizzava il pontificato, e che lei e suo marito sarebbero venuti a farmi visita in Vaticano”.

Il 28 ottobre 1958 la fumata bianca diede il suo responso a favore di Angelo Giuseppe Roncalli. Dopo l’elezione Giovanni XXIII ricevette in udienza la regina Giovanna l’8 novembre. Fu un incontro ricco di ricordi, di cordialità e di commozione: “Santità”, affermò la regina, “ecco avverato il mio augurio del 3 gennaio 1935! Come allora assieme a mio marito avevo promesso, eccomi a lei, purtroppo senza il mio Boris, ma con tutti i voti miei e dei miei figli Maria Luisa e Simeone”.

Nella storia dell’olocausto ebraico spiccano, per eroismo e testimonianza cristiana, le figure della regina Giovanna e del suo sposo, Boris III di Bulgaria; ciò è evidenziato dalle motivazioni del conferimento a quest’ultimo, da parte della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, del titolo di “salvatore degli ebrei bulgari”, conferimento avvenuto il 12 maggio 1994 nelle mani del figlio Simeone II, ex Primo Ministro di Bulgaria:

“Poiché, durante gli anni dell’Olocausto, ad eterna vergogna della razza umana, la maggior parte dei non ebrei furono indifferenti alla carneficina dell’ebraismo europeo; e poiché, nonostante intense pressioni naziste, i bulgari, sotto la coraggiosa guida di Re Boris III, difesero e protessero gli ebrei bulgari e cercarono di risparmiarli dalla distruzione pianificata per loro; e poiché Re Boris e la Regina Giovanna rischiarono la loro vita e la loro sicurezza personale per proteggere gli ebrei dalla deportazione e per assicurare agli ebrei un transito sicuro verso aree non occupate dai nazisti.

Quindi si risolve che l’ebraismo mondiale e le persone degne di onore salutano la Bulgaria e la famiglia reale bulgara per il suo ruolo eroico nel salvare la maggioranza dei quarantottomila ebrei bulgari e per commemorare eternamente questo sentimento viene innalzata la foresta del Re Boris nella terra d’Israele”.

Ad ulteriore testimonianza della gratitudine dell’ebraismo mondiale verso la Casa reale di Bulgaria, la Fondazione nazionale ebraica ha conferito il 23 maggio 1994 a Boris III, sempre a mani del figlio Simeone II, la Legion d’onore.

Il modo con cui la Regina Giovanna considerasse tutto quanto compiuto ed eroicamente compiuto a favore degli ebrei bulgari è testimoniato dal fatto che non ne fece mai accenno neppure nelle sue Memorie, nemmeno per rispondere alle menzogne della propaganda comunista nei confronti della Dinastia.

“La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto” (1 Cor 13,4-5).

L’amore che la Regina Giovanna e Re Boris nutrivano per il loro popolo non aveva nulla di indistinto e collettivo, ma era vicinanza anche fisica con le persone; le distanze tra la Casa regnante e l’ultimo dei sudditi erano state cancellate o quasi. Ogni bulgaro sentiva i suoi Sovrani come suo sostegno, morale e materiale; sentiva che le loro vite erano spese per lui. Il mutamento di stile dall’epoca di Re Ferdinando, il padre di Boris, non poteva essere più netto, anche se permane una sostanziale continuità.

Ferdinando è il sovrano che dà indipendenza alla Nazione e crea lo Stato. Avvia un processo di modernizzazione molto ampio; costruisce i maggiori palazzi di Sofia, rendendo questo villaggio dell’Impero ottomano una capitale europea; avvia l’industria estrattiva e quella tessile; crea la rete ferroviaria; costituisce le forze armate: dà, insomma, ai bulgari la sensazione e la realtà di essere rientrati in Europa, dopo la lunga occupazione turca. Altro grande risultato è la bulgarizzazione di una dinastia, quella dei Sassonia Coburgo-Gotha, di origine franco-tedesca. L’approccio è chiaramente quello dell’esaltazione dell’autorità del Sovrano, del suo potere, come strumento di riscatto per la nazione. È, mutatis mutandis, un’opera simile a quella realizzata in Italia da Umberto I e, soprattutto, dalla Regina Margherita.

Una volta unita la Nazione intorno allo Stato ed alla Dinastia, è stato possibile fare il passo successivo, vale a dire rendere la Dinastia parte integrante del popolo bulgaro. Non era raro che la Regina Giovanna e Boris III si recassero a desinare in umili case di contadini o di povera gente, dando a queste famiglie e, loro tramite, ad ogni bulgaro l’orgoglio di essere commensale dei propri Sovrani. La monarchia ritrova le sue origini: lo Zar (come è chiamato il Re in Bulgaria) non è una istituzione astratta e lontana, ma è la guida, il sostegno, il punto di riferimento di tutto il popolo e di ogni suddito, in una cultura che vede nell’appartenenza alla Nazione l’unico modo di essere per l’individuo.

Questo legame tra il popolo ed i suoi Sovrani è così forte che quasi cinquant’anni di comunismo non sono riusciti a cancellarlo e la Regina Giovanna ha potuto assaporare la gioia della manifestazione pubblica dell’affetto della Nazione bulgara nei suoi confronti, quando, dopo la caduta del regime, è potuta rientrare in Patria. Nel 1993, in occasione dei cinquant’anni della morte di Re Boris, la Regina Giovanna, all’età di ottantasei anni, compì la sua prima visita ufficiale in Bulgaria, dopo l’esilio. Vivida è la descrizione che fa dell’evento la principessa Maria Luisa, figlia primogenita della stessa Regina Giovanna e di Re Boris:

“Portammo una sedia a rotelle, ma non la utilizzammo, perché Mamà ritrovò un’energia incredibile. La gente la accolse con un calore che neppure lei poteva immaginare. Non l’avevano dimenticata e continuavano ad amarla, perciò fu un trionfo. La nuova ideologia imposta alle nuove generazioni non era riuscita a cancellare l’antica cultura, le sane aspirazioni nazionali, i vecchi sentimenti suscitati dagli scrittori e dai poeti della Bulgaria libera. E per il popolo continuava ad essere la madre di quella Bulgaria”.

La spiritualità della Regina Giovanna è profondamente ed intimamente materna. Ella fu madre dei suoi figli e dei suoi sudditi. La sua maternità è una delle più alte sintesi di tenerezza e rigore. Ella è tanto appagata dal suo modo di sentire la vita, anche sul piano etico e spirituale, da sentire il bisogno di trasmetterlo ai suoi figli, non come un’imposizione, una castrante e legalistica osservanza di norme, ma come il più naturale e bel modo di vivere: l’etica diviene saggezza che evita sofferenze in futuro. L’educazione è preparazione al futuro, è fonte di gioia. Ella diceva: “Spiegai ai miei figli: “O adesso vi dico sì a tutto, e un giorno lo rimpiangerete; oppure oggi vi rendo scontenti in qualcosa, ma un giorno mi ringrazierete””.

Tutto era naturale, quasi ovvio, vissuto con tutta la persona e non solo con la ragione e la volontà, come traspare dalle parole della principessa Maria Luisa. “Al primo posto Mamà metteva la fede, la sua grande fede in Cristo, ed è quella che l’ha sempre sostenuta: il segreto del suo stoicismo stava proprio in quel credo mai ostentato, ma riservato, chiuso nel suo cuore. I suoi soci erano san Francesco e sant’Antonio. Di natura allegra non soffriva di cattivi umori e se tristezza c’era nel suo cuore, non la diede mai a vedere. Mai una lacrima scorgemmo sul suo volto. Sapeva, però, essere severa e rigorosa: quando era no era no. Primeggiava in lei la parola dovere, dovere verso il buon Dio, la Patria e i genitori”.

Questa educazione si riverbera in modo sorprendente nei suoi due figli. Il senso del dovere che diviene dedizione. Re Simeone e la principessa Maria Luisa portano i segni di persone che sono passate attraverso la grande tribolazione, ma con una guida, che ha permesso loro di trasformare la sofferenza in fonte di forza etica, in maturità di vita,oltre che (ed è questa la cosa più sorprendente) in gentilezza d’animo, in finezza spirituale e sensibilità verso le persone con cui vengono in contatto. E proprio questo garbo era il tratto distintivo della Regina Giovanna, del suo approccio con il prossimo.

Il tratto dolce del suo carattere non può far dimenticare la grande forza che l’ha accompagnata nei momenti tragici della vita. Questo elemento della sua personalità emerge in maniera più chiara nel periodo più duro della sua esistenza, vale a dire dalla morte del marito all’esilio.

Il 28 agosto 1943 moriva Boris III moriva avvelenato per mano dei sovietici, dopo cinque giorni di terribile agonia. Anche e soprattutto la morte di Boris ci può far capire l’umile grandezza di Giovanna come Regina e come sposa. Lunedì 23 il Re lascia la sua famiglia nella residenza montana di Tzarska Bristritza per recarsi a Sofia; salutò la moglie, parlò teneramente con i figli, Maria Luisa e Simeone, poi li baciò e la moglie gli domandò: «Quando torni?»; rispose: «Cercherò di rientrare stasera». Dall’automobile salutò con la mano. «Questo gesto… fu l’ultimo suo ricordo da vivo», come annota la Regina nelle sue memorie.

Giunto nella capitale, verso le 10,30, il Re si mise subito al lavoro con il capo della cancelleria Groueff ed altri funzionari, ma già alle sette della stessa sera cominciò a sentirsi molto male; si ritirò in camera, vomitò e fu preso da delirio. Venne avvertito il Principe Cirillo, fratello del Re, che chiamò i medici di corte. Con il resto della Nazione fu mantenuto il più stretto riserbo, Governo e consorte compresi. Martedì sera egli si reca dalla sorella, principessa Eudossia, per avvisarla della malattia di Re Boris e pregarla di andare al monastero di Rila (il più importante e popolare luogo di culto di tutta la Bulgaria, intitolato al protettore del Paese, san Giovanni di Rila) per accendere una candela, all’uso ortodosso, e per pregare, cosa che lei fece l’indomani mattina, recandosi successivamente al capezzale di Boris e constatandone le gravi condizioni.

Giovanna non ebbe notizie del marito, che lei attendeva per la sera di lunedì, per tutta la giornata di martedì e per tutta quella di mercoledì. Conscia del tragico momento che attraversava la Patria e dell’essenzialità dell’azione del sovrano in tali circostanze, certa dell’amore del consorte, pensò che improrogabili impegni gli avessero impedito di avvertirla: così attese. Solo la sera di mercoledì chiamò e le fu risposto che il Re era troppo impegnato per risponderle e che, tra l’altro, non si era sentito bene. Allarmata, Giovanna richiamò più tardi e le fu risposto che Boris si sentiva meglio e che era con lui il Principe Cirillo, circostanza che tranquillizzò la Regina. L’indomani le fu detto che lo Zar era malato, ma la sua presenza a palazzo non era necessaria. Nel pomeriggio però, inattesi, giunsero a Tzarska Bristritza uno dei medici di corte e l’ispettore di palazzo, i quali riferirono che il sovrano era peggiorato. Alle 21 ricevette una telefonata da quello stesso medico che la pregava di venire a Sofia, perché le condizioni del Re erano gravi. Ella scattò, baciò i bambini ed ordinò all’autista di raggiungere palazzo reale il più in fretta possibile. Vi giunse alle 22,30 circa. Dopo aver ascoltato la diagnosi dei medici, che lasciava poco spazio alla speranza, si recò al capezzale del marito, presso il quale si dimostrò molto più serena di quanto in realtà fosse. Divise il suo tempo tra la veglia a Boris e la veglia di preghiera nella chiesa cattolica ed in quella ortodossa. Per due giorni e tre notti curò, vegliò e pregò, finché alle 16,22 di sabato 28 agosto 1943 la vita di Re Boris si spense.

In Giovanna l’amore non è mai giustificazione o anche solo attenuante per sfuggire ai propri doveri o alla dedizione verso lo sposo, i figli e la Patria, dedizione che ha segnato la sua vita. Ella patisce uno strazio indicibile per non avere notizie del marito; soffre incredibilmente per avere notizie scarne e poco attendibili sulla sua salute. Ma, anche in quelle circostanze terribili, la sua preoccupazione è quella di essere di conforto a Boris, di essergli vicina il necessario per lui, di sostenere lo sposo e la Patria già così scossi, trattenendo i suoi sentimenti. Ancora una volta è “al servizio”, è dedita. Sempre con un amore umile e forte, con un dominio di sé degno di un grande asceta, ma con una concretezza ed un calore degni di una sposa e di una madre. Non le mancherà il coraggio (come dimostrato dalla forza con cui ha difeso i suoi figli di fronte al potere comunista), ma esso non deborderà mai in avventatezza, sarà sempre temperato dalla fermezza, dal dominio di sé, dalla forza dolce, in altre parole dall’amore di una donna, nel senso più pieno ed alto del termine.

(1 – continua)

 

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