Quando la Storia viene presentata con scientificità e maestria, il patrimonio culturale umano è salvaguardato e difeso, perciò, si potrebbe anche dire, come è d’uso oggi, esso è posto «in sicurezza», idoneo, quindi, alla trasmissione cristallina, senza infingimenti e speculazioni strumentali. È questa la prima riflessione che emerge leggendo i due volumi 1416: Savoie Bonnes Nouvelles. Studi di storia sabauda nel 600° anniversario del Ducato di Savoia, a cura di Gustavo Mola di Nomaglio e pubblicati nel 2021 dal Centro Studi Piemontesi di Torino (pagg. XXVI-1681, € 70,00).

La poderosa opera raccoglie gli Atti del convegno internazionale svoltosi dal 19 al 21 ottobre 2016 per celebrare il 600° anniversario del Ducato di Savoia. Il titolo di quel corposo convegno è stato esattamente ripreso dai due tomi. L’iniziativa venne promossa dal Centro Studi Piemontesi e dal Consiglio regionale del Piemonte, con la collaborazione della Deputazione subalpina di Storia patria, del Centro Studi della Reggia di Venaria e dell’Associazione Amici della Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino.

I volumi sono stati presentati a Torino la mattina del 30 marzo u.s. nell’Auditorium Vivaldi di piazza Carlo Alberto: è stato scelto un giorno non a caso, visto che quest’anno si celebrano i 550 anni dalla morte del beato Amedeo IX, nato a Thonon-les-Bains il 1º febbraio 1435 e scomparso a Vercelli il 30 marzo del 1472, il quale fu duca di Savoia, principe di Piemonte, conte d’Aosta, Moriana e Nizza dal 1465 al 1472. (Nella foto: Ritratto di Amedeo IX, il Beato, Collezione della Reggia di Venaria).

Savoie Bonnes Nouvelles risulta un caleidoscopio di saggi redatti da 56 docenti, studiosi e giovani ricercatori, ognuno dei quali ha contribuito all’edificazione di un’architettura sabauda ricchissima di informazioni e di documentazione, anche inedita: si tratta di una vera e propria miniera di dati che, formulati attraverso descrizioni precise, viene a costituire uno spaccato di Storia spesso sconosciuta ai più.

Indubbio che il convegno fu un successo, oggi rivitalizzato, sedimentato e consegnato ai lettori e ai posteri attraverso queste pagine, curate nei minimi dettagli, grazie anche alla bella veste editoriale, alla grafica e alle innumerevoli immagini a colori impresse sulla carta avoriata e che accompagnano i singoli saggi, offrendo all’utente il piacere di aver subito visione di ciò di cui si sta trattando, oltre che avere l’immediata e pratica fruibilità delle note poste a pie’ di pagina.

«Al successo dell’iniziativa», scrivono Giuseppe Pichetto ed Albina Malerba (rispettivamente Presidente e Direttore del Centro Studi Piemontesi) nella Presentazione, «hanno contribuito con la loro partecipazione numerosi studiosi di diverse discipline, scuole e generazioni che hanno colto l’occasione per riesplorare diversi ambiti, momenti, istituti, personaggi, della millenaria storia sabauda, avendo sullo sfondo la dimensione europea dei domini dinastici: un insieme di “pays” e “patrie” caratterizzati da proprie distinte identità e lingue, ma saldamente uniti, nell’arco di molti secoli, da una storia e vicissitudini comuni, vissute con leggi ed apparati amministrativi e militari indipendenti e peculiari, come pure con usanze e costumi condivisi, nell’alveo del forte collante rappresentato dalla dinastia» (pp. VII-VIII).

È questo sapore delle identità territoriali rispettate e non umiliate o soppresse che emerge da questi approfonditi studi, dove arriva il sentire della realistica unità europea a cui furono vocati i Savoia, grazie al loro modo cristiano di intendere l’amministrazione pubblica, pur nei travagli, nelle tempeste, nelle lotte e nelle guerre per la propria sopravvivenza e per accrescere la propria significativa presenza, il proprio prestigio e il proprio buon Governo. Nel constatare tutto ciò, viene da sé un rimando iconografico alla trecentesca Allegoria del buon Governo di Ambrogio Lorenzetti, affresco conservato nel Palazzo Pubblico di Siena, insieme a quello del Cattivo Governo: rappresentazione plastica di quanto sia determinante per il bene dei popoli l’autentica Sapienza e il senso di Giustizia dei loro governanti.

Come si rileva nell’opera, i Savoia erano più attenti alla concretezza della loro sovranità territoriale, alla loro caratterizzazione identitaria e all’estensione dei loro possedimenti piuttosto che al loro titolo. Scrive Gustavo Mola di Nomaglio, Vice Presidente del Centro Studi Piemontesi: «I Savoia, principi vicari perpetui del Sacro Romano Impero da tempi ben anteriori al XV secolo, non si erano mai troppo curati di farsi riconoscere o di conseguire anche sui loro principali domini un titolo col quale già detenevano sia da un più remoto Medioevo la sovranità sul Chiablese e sulla Valle d’Aosta (territori eretti in ducato dall’Imperatore Federico II nel 1238). Anche in quei remoti anni il conferimento del titolo ducale sulle due regioni ebbe rilevanza più onorifica che concreta. Occorre ricordare, tra l’altro, che già dodici anni prima Federico aveva conferito a Tommaso I di Savoia “comes Sabaudiae et marchio in Italia” ampie prerogative, annesse alla qualifica di vicario imperiale “[…] totius Italiae et Marchae Trivigianae”, e pure di “legatus per totam Italiam”» (pp. XI-XII).

Peraltro, la dipendenza sabauda dall’Impero fu sempre nominale in quanto i poteri esercitati dai Savoia erano sostanzialmente incondizionati. L’Europa del Sacro Romano Impero era unita sotto la corona di Cristo e del diritto romano (naturale) e divino più che sotto la corona dell’Imperatore. Incredibile, dunque, lo spirito di libera identità che si respirava nelle nazioni europee, dove i popoli riconoscevano nel proprio principe o signore la difesa e la tutela del gruppo di appartenenza: in Casa Savoia si creò fin dal principio, già con i conti, un sodalizio formidabile fra sovrano e popolo, fino a formare un un corpo solo, perdurato felicemente nel tempo anche nei momenti più tumultuosi e drammatici: come non ricordare l’Assedio di Torino nel 1706  oppure, andando più indietro nel tempo, agli eventi che si svolsero nelle «Terre di Margherita»[1]? In quest’ultima occasione, il duca Carlo II di Savoia (1486-1553)[2] ebbe grandi difficoltà a fronteggiare le truppe nemiche francesi ma, grazie al profondo legame con la sua gente,  riparò in paesi e città sabaude, per proseguire la difensiva, decidendo di portare in Italia la Sacra Sindone che si trovava a Chambéry: da sempre la più importante Reliquia al mondo, oggetto troppo bramato dai nemici per non essere causa di probabili furti, oltraggi, profanazioni e distruzioni, ambizione, quella dell’incenerimento, vagheggiata soprattutto dai  calvinisti. Trasportò con sé il Sacro Lino, attraversando vie non troppo frequentate, passando per le Alpi Graie e precisamente attraverso la Val d’Ala. Erano, per l’appunto, «Le Terre di Margherita».

L’autorevolezza sabauda si radicò fin dal principio della crescita della dinastia:

«Già i più antichi conti di Savoia, come recitava un detto e si constatava nella realtà […] erano, sotto un profilo sostanziale, nei propri Stati […] Imperatori, vale a dire che la loro autorità era indipendente dalle corone che portavano in capo: conti, duchi o re che fossero, essa era piena assoluta e non dipendente da contesti o autorità esterni al dominio dinastico. Solo più avanti nel tempo, mano a mano che in Europa si affermavano sempre più usi e modelli cerimoniali codificati, il titolo ducale prima e quello regio poi, divennero desiderabili e opportuni con più forti motivazioni, avendo essi assunto in progresso di tempo valenze sostanzialmente gerarchiche, anche di concreta portata in ordine a precedenze e “trattamenti” dei principi e dei loro ambasciatori e rappresentanti – in particolare presso la corte imperiale e la sede pontificia -: valenze sempre più significative anche negli scambi e relazioni con altre potenze» (p. XV).

L’architrave di Bonnes Nouvelles è proprio Casa Savoia: qui le diverse tematiche sono analizzate attraverso una metodologia sistematica, tuttavia non rigida e asettica. Si passa dalla Storia al Diritto e alla vita quotidiana nella costruzione degli Stati Sabaudi fra Medioevo e Novecento, ma si aprono anche scenari culturali fra Lingua e Storia, scenari d’Arte e di Architettura, di Fede e dell’esclusivo rapporto che si stabilì fra i Savoia e la Chiesa: uno stile politico-diplomatico a sé stante e che non andò mai ad interferire con il profondo sentire e vivere del Credo che si pronunciò fin dall’alba del casato, formando e forgiando un vero e proprio unicum spirituale oltre che politico-militare e diplomatico nello scenario delle corti europee. L’alta ed eccellente Scuola diplomatica italiana, vero e proprio fiore all’occhiello della nazione peninsulare nel contesto internazionale, è sorta proprio in seno alla politica sabauda.

 

 

Facciata della Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino, piazza Carlo Alberto

 

Il convegno del 2016 inaugurò e accompagnò una mostra storica e rievocativa dello stesso anniversario: Piemonte Bonnes Nouvelles. Testimonianze di storia sabauda nei fondi della Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino nel 600° anniversario del Ducato di Savoia. Affermano Guglielmo Bartoletti, Direttore della Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino e del generale Franco Cravarezza, Presidente dell’Associazione Amici della stessa Biblioteca: «La mostra, infatti, ha favorito l’esposizione nella biblioteca stessa di una imponente scelta del proprio patrimonio librario che costituisce ricca e pregiata parte del patrimonio culturale costituito a Torino dai Savoia e che si presta armoniosamente e con dovizia ad illustrare i sei secoli del Ducato in una biblioteca che fino alla metà del XX secolo ha mantenuto con la dinastia del suo fondatore[3] un legame diretto anche nella sua stessa denominazione di Regia Biblioteca Nazionale Universitaria oltre che nell’uso del nodo Savoia per indicare la collocazione di intere sezioni dei suoi libri antichi» (pp. V-VI).

La presentazione degli Atti, oltre che cadere nel giorno del 550° anniversario della morte del beato Amedeo IX di Savoia, si è svolta nel 300° anniversario della Biblioteca, la quale ha assunto una forte responsabilità nel proprio ruolo di polo culturale e di centro di valorizzazione della Storia ivi contenuta, sempre meno locale e sempre più nazionale e internazionale, pur mantenendo la sua specifica connotazione identitaria.

Nei volumi non viene tralasciato neppure l’aspetto pedagogico e l’aspetto bibliotecario di un immenso patrimonio sabaudo di stampo europeo che non deve più essere nascosto, come ben dimostra Savoie Bonnes Nouvelles, modello di valida storiografia che getta uno squarcio di luce primaverile fra la depressiva oscurità dell’«Hiver de la culture» dell’Occidente contemporaneo, come felicemente l’ha definita il grande e ammirevole critico d’arte francese Jean Clair.

 

[1] Il nome rimanda a Margherita di Savoia (1285 ca.- 1359), figlia di Amedeo V (1253 ca.-1323), che aveva sposato nel 1296 Giovanni I degli Aleramici (1277 ca.-1305), marchese del Monferrato, il quale le aveva ceduto le castellanie di Ciriè, Caselle, Lanzo. Sulle terre di Margherita si viveva di pastorizia, di agricoltura e in pace.

[2] Fu anche Principe di Piemonte e conte d’Aosta, Moriana e Nizza dal 1504 al 1553.

[3] Intorno al 1723 Vittorio Amedeo II di Savoia (1666-1732) fondò la Regia Biblioteca Universitaria, frutto dell’accorpamento nei nuovi locali della Regia Università di via Po i tre principali fondi librari presenti nella città: i volumi del Comune; la raccolta della Regia Università, legata soprattutto alle esigenze dei docenti e degli studenti; i volumi della Corona, raccolti da Casa Savoia. La Biblioteca della Regia Università si distinse fin da subito per il lavoro di catalogazione del patrimonio manoscritto, intrapreso dall’Abate Francesco Domenico Bencini, ma soprattutto dall’Abate Giuseppe Pasini di Padova, prefetto fra il 1745 e il 1770, il quale editò, insieme con Antonio Rivautella e Francesco Berta, ex Typographia Regia, il catalogo Codices manuscripti Bibliothecae Regii Taurinensis Athenaei per linguas digesti et binas in parte distributi. L’Istituto incrementò il suo patrimonio di libri a stampa, grazie al privilegio del diritto di stampa, a cospicui doni e all’acquisto di svariati fondi. Ulteriori collezioni pervennero in seguito alla soppressione della Compagnia di Gesù, e, in epoca napoleonica, quando le soppressioni conventuali fecero incamerare numerose biblioteche ecclesiastiche con un patrimonio librario di più di 30.000 volumi. Nella notte fra il 25 e il 26 gennaio 1904 presero fuoco cinque sale della Biblioteca compromettendo, irrimediabilmente, la sezione dei manoscritti, degli incunaboli piemontesi e delle aldine. Nel corso del XX secolo continuarono le acquisizioni, anche di fondi molto preziosi. Durante il bombardamento di Torino, l’8 dicembre 1942, furono distrutti più di 15.000 volumi, fra cui quelli geografici con gli atlanti antichi ricchi di mappe, e porzioni del catalogo generale. Nel 1957 iniziò la costruzione dell’attuale sede, in piazza Carlo Alberto, che venne inaugurata il 15 ottobre 1973; due anni più tardi la gestione passò dal Ministero della Pubblica Istruzione al neonato Ministero dei Beni Culturali e Ambientali e nel 1998 al nuovo Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

 

 

 

 

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