Tomba di Virgilio Parco Vergiliano a Piedigrotta (Napoli)

 

Tracciato questo minimo percorso lungo le principali fonti classiche di Dante, pare ora opportuno riportare, come esempio concreto della devozione del Poeta ai suoi modelli, un breve commento in questo senso ad alcuni versi della Commedia.

 

INFERNO CANTO I (vv. 67-111)

 

Rispuosemi: «Non omo, omo già fui,

e li parenti miei furon lombardi,

mantoani per patria ambedui.

 

Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,

e vissi a Roma sotto ‘l buono Augusto

nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.

 

Poeta fui, e cantai di quel giusto

figliuol d’Anchise che venne di Troia,

poi che ‘l superbo Ilión fu combusto.

 

Ma tu perché ritorni a tanta noia?

perché non sali il dilettoso monte

ch’è principio e cagion di tutta gioia?».

 

79«Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte

che spandi di parlar sì largo fiume?»,

rispuos’io lui con vergognosa fronte.

 

«O de li altri poeti onore e lume

vagliami ‘l lungo studio e ‘l grande amore

che m’ha fatto cercar lo tuo volume.

 

Tu se’ lo mio maestro e ‘l mio autore;

tu se’ solo colui da cu’ io tolsi

lo bello stilo che m’ha fatto onore.

 

Vedi la bestia per cu’ io mi volsi:

aiutami da lei, famoso saggio,

ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi».

 

«A te convien tenere altro viaggio»,

rispuose poi che lagrimar mi vide,

«se vuo’ campar d’esto loco selvaggio:

 

ché questa bestia, per la qual tu gride,

non lascia altrui passar per la sua via,

ma tanto lo ‘mpedisce che l’uccide;

 

e ha natura sì malvagia e ria,

che mai non empie la bramosa voglia,

e dopo ‘l pasto ha più fame che pria.

 

Molti son li animali a cui s’ammoglia,

e più saranno ancora, infin che ‘l veltro

verrà, che la farà morir con doglia.

 

Questi non ciberà terra né peltro,

ma sapienza, amore e virtute,

e sua nazion sarà tra feltro e feltro.

 

Di quella umile Italia fia salute

per cui morì la vergine Cammilla,

Eurialo e Turno e Niso di ferute.

 

Questi la caccerà per ogne villa,

fin che l’avrà rimessa ne lo ‘nferno,

là onde ‘nvidia prima dipartilla.

 

Ci troviamo nel secondo degli episodi topici del canto introduttivo a tutta la Commedia: il primo è stato il ritrovarsi di Dante nella selva oscura e l’incontro con le tre fiere, mentre ora egli scorge la figura che si sta appunto per rivelare come l’anima di Virgilio (70-19 a.C.). È evidente, pertanto, il tono “virgiliano” di tutto il passo, che, prima di giungere ad esplicitare il motivo del sopraggiungere del poeta mantovano, si impernia non soltanto sulla sua autobiografia, ma anche sulle notizie, a corollario di essa, relative alla sua opera principale, cioè l’Eneide.

Le notizie biografiche che vengono indirizzate a Dante, così che egli possa agevolmente riconoscere il suo interlocutore, sono ricavate dalle innumerevoli Vitae virgiliane di età tardo-antica e medievale, in particolare quella di Elio Donato (IV sec.), ma anche da notizie, diciamo così, “spicciole” che la tradizione virgiliana aveva consegnato al Medioevo, quale – per esempio – il famoso epitaffio che doveva trovarsi a Napoli sulla tomba, distrutta da un maremoto, di Virgilio, nel quale si sintetizzavano la vita e le opere del Mantovano[1].

Dopo aver esplicitato la sua condizione di anima («Non omo, omo già fui»; v. 67), il poeta dichiara il suo essere originario della Lombardia, cioè – lato sensu – dell’Italia settentrionale (ancorché Virgilio fosse effettivamente, anche secondo i nostri criteri geografici, lombardo, di Mantova), ricordando l’origine dei propri genitori, latinamente «parenti» («e li parenti miei furon lombardi,/ mantoani per patria ambedui»; vv. 68sg.). Si passa poi ai dati biografici veri e propri: egli nacque ai tempi di Giulio Cesare (nel 70 a. C.), vivendo poi a Roma al tempo di Ottaviano Augusto quando il mondo era ancora pagano, essendo egli morto nel 19 a. C. («nel tempo de li dèi falsi e bugiardi»; v. 72). La terzina seguente è dedicata invece alla determinazione della sua opera, affinché, aggiungendo anche questo dato, Dante possa facilmente riconoscere il suo interlocutore: egli fu poeta e narrò le imprese di Enea, che giunse esule da Troia dopo che la città fu distrutta dagli Achei («poi che ‘l superbo Ilión fu combusto»; v. 75).

Le terzine successive sono in gran parte dedicate a celebrare non solo la grandezza, umana e poetica di Virgilio, ma anche a collocarlo nella giusta sua dimensione come “faro” della cultura medievale cristiana. Lo si paragona infatti, usando una metafora abbastanza comune, ad una sorgente da cui promana un «largo fiume» di sapere e di scienza retorica («di parlar sì largo fiume»; v. 80). Virgilio è la gloria di qualunque altro poeta («O de li altri poeti onore e lume»; v. 82), ma è anche «lo mio maestro e ‘l mio autore» (v. 85), cioè la fonte per eccellenza di ogni sapere e di ogni eventuale abilità acquisita da Dante nel corso di lunghi anni di studio («vagliami ‘l lungo studio e ‘l grande amore/ che m’ha fatto cercar lo tuo volume»; vv. 86sg.), in virtù dei quali egli invoca l’aiuto del poeta dell’Eneide, definito tout court «famoso saggio» (v. 89).

 

Jean-Baptiste Roman (1792-1835), Eurialo e Niso (1827), Louvre, Parigi

 

La seconda parte dell’episodio, poi, nella quale Virgilio rispondendo a Dante lo informa della vera natura della lupa (la terza delle fiere che gli avevano impedito il cammino; vv. 49-54) e della sua fine grazie all’intervento del «veltro» (vv. 94-111), ci presenta ancora un rimando letterale all’opera principale del mantovano, non solo con la citazione di quattro personaggi dell’Eneide (Camilla, Eurialo, Turno e Niso; vv. 107sg.), ma anche al v. 106 con un riferimento letterale ai vv. 522sg del canto III del poema, quando si parla della humilis Italia, cioè l’Italia caratterizzata da «coste marine basse»[2].

Se il passo ricordato del canto I dell’Inferno è caratterizzato da riferimenti e rimandi virgiliani, una parte del canto IV, invece, incentrato sulla visita del Limbo, che si trova tra il vestibolo dell’inferno ed il primo vero e proprio cerchio abitato dai dannati (in realtà il secondo, poiché proprio il limbo è il primo cerchio, ancorché non si prevedano in esso pene di tipo corporale, ma esclusivamente spirituale), è occupata da riferimenti molto puntuali a scrittori ed intellettuali dell’età classica, alcuni dei quali tra le fonti dell’opera dantesca.

 

INFERNO CANTO IV (vv. 85-102 e 130-144)

 

Lo buon maestro cominciò a dire:

«Mira colui con quella spada in mano,

che vien dinanzi ai tre sì come sire:

 

quelli è Omero; poeta sovrano

l’altro è che vene; Orazio satiro,

Ovidio è ‘l terzo, e l’ultimo Lucano.

 

Però che ciascun meco si convene

nel nome che sonò la voce sola,

fannomi onore, e di ciò fanno bene».

 

Così vid’i’ adunar la bella scola

di quel segnor de l’altissimo canto

che sovra li altri com’aquila vola.

 

Da ch’ebber ragionato insieme alquanto,

volsersi a me con salutevol cenno,

e ‘l mio maestro sorrise di tanto;

 

e più d’onore ancora assai mi fenno,

ch’e’ sì mi fecer de la loro schiera,

sì ch’io fui sesto tra cotanto senno.

 

[…]

 

Poi ch’innalzai un poco più le ciglia,

vidi ‘l maestro di color che sanno

seder tra filosofica famiglia.

 

Tutti lo miran, tutti onor li fanno:

quivi vid’io Socrate e Platone,

che ‘nnanzi a li altri più presso li stanno;

 

Democrito, che ‘l mondo a caso pone,

Diogenés, Anassagora e Tale,

Empedoclès, Eraclito e Zenone;

 

e vidi il buono accoglitor del quale,

Diascoride dico; e vidi Orfeo,

Tulio e Lino e Seneca morale;

 

Euclide geomètra e Tolomeo,

Ipocràte, Avicenna e Galieno,

Averoìs, che ‘l gran comento feo.

 

William-Adolphe Bouguereau (1825-1905), Omero e la Sua Guida (1874) 

 

Ci vengono dunque presentati, nell’ordine, Omero (VIII secolo a.C.), definito «poeta sovrano» (cioè «superiore a tutti»), Orazio (65-8 a.C.), di cui – come già detto – si pone in luce in particolare la poesia satirica («Orazio satiro»), Ovidio (43 a.C.-8 d.C.) e Lucano (39-65), mentre un’altra fonte fondamentale di Dante, cioè Stazio (45-96 circa), ci verrà presentato nel Purgatorio, poiché di lui si credeva (in realtà falsamente) che fosse morto cristiano. A questi quattro poeti si aggiungono quindi i due viaggiatori, Virgilio e Dante, in modo tale che il nostro Poeta potrà dire si sé «sì ch’io fui sesto tra cotanto senno» (v. 102).

Ai poeti segue la schiera dei filosofi, aperta (com’è ovvio) da Aristotele (384-322 a.C.) («‘l maestro di color che sanno»; v. 131), seguito da una discretamente lunga serie di personaggi, alcuni dei quali – c’è da credere – fossero per Dante poco più che nomi, conosciuti non attraverso le loro opere ma grazie a citazioni di altri scrittori, antichi e medievali: Socrate (470/469-399 a.C.) e Platone (428/427-348/347 a.C.), i più vicini ad Aristotele, essendo stati di lui immediati predecessori ed in qualche modo precursori, Democrito (460-370 a.C. circa), fondatore della teoria atomistica (poi ripresa da Epicuro [341-270 a.C.] e da Lucrezio [98/94-55/50 a.C.]) e primo pensatore a negare l’esistenza degli dei (per cui: «‘l mondo a caso pone»; v. 136), Diogene, che potrebbe essere sia Diogene detto il Cinico (400-325 circa) che Diogene di Apollonia (V secolo a.C.), più volte citato sia da Aristotele che da San Tommaso (1225-1274), i presocratici Anassagora (496-428 a.C. circa), Talete (640-548 circa), Empedocle (V secolo a.C.), Eraclito (535-475 a.C. circa), lo stoico Zenone (336-263 a.C.), ai quali si aggiunge il naturalista Dioscoride (40-90 circa), detto «accoglitor», cioè classificatore, con riferimento ad una sua opera sulle qualità medicinali delle piante; vengono poi altri due poeti, ancorché figure avvolte dal mito, cioè Orfeo e Lino, per chiudere con i due filosofi romani per eccellenza, cioè Cicerone (106-43 a.C.) e Seneca (4 a.C.-65 d.C.) («Tulio e… Seneca»; v..141). L’ultima schiera è quella degli scienziati (non dimentichiamo che per il mondo antico, ma anche per il Medio Evo, la scienza era inserita nell’ambito della filosofia): Euclide (IV/III secolo a.C.) e la geometria, il geografo Tolomeo (100-175 circa), il fondatore dell’arte medica Ippocrate (460-377 a.C. circa) e Galeno (129-201), iniziatore della farmacologia; a questi si aggiungono, infine, due pensatori medievali di fede musulmana: il medico e filosofo Avicenna (Abū Alī Ibn Sina, 980-1037) e lo spagnolo Averroè (Ibn Ruscd; 1126-1198), noto come commentatore dell’opera di Aristotele («che ‘l gran comento feo»; v. 144).

 

(2.-fine)

 

 

[1] Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc Parthenope. Cecini pascua, rura, duces («Mantova mi generò, i Calabri mi portarono via mi ha ora Napoli. Cantai i pascoli, le campagne, i condottieri»). Da notare che i Calabri sono in realtà i Salentini, in quanto Virgilio morì a Brindisi; per quanto riguarda le opere, i «pascoli» rimandano alle Georgiche, le «campagne» alle Bucoliche e i «condottieri» all’Eneide.

[2] Ricordiamo a questo proposito anche le humiles myricae di Egl. iv, v. 2. Humilis è, letteralmente, ciò che è basso, vicino a terra (humus); poi passerà, metaforicamente, a significare il nostro umile, cioè non superbo, non altezzoso.

 

 

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