Chi voglia affrontare il problema relativo al rapporto tra la Commedia dantesca e i modelli classici del suo autore, anche se in modo non approfondito, ma rimanendo ad un livello serio, anche se non specialistico, deve prepararsi ad un lavoro che lo occuperà tuttavia per parecchio tempo e con un impegno certamente gravoso.

Consci di questo aspetto della questione, ci limiteremo solamente, in questa occasione, a riferire, in modo non certo né approfondito né tanto meno esaustivo, tuttavia, si spera, non superficiale, alcuni aspetti del rapporto di dipendenza testuale, ma anche di consapevole ed originale “imitazione/emulazione” instauratosi tra il Poeta ed i suoi auctores[1], presenti nell’eredità culturale che il mondo antico latino (e greco)[2] aveva lasciato fin dai secoli dell’Alto Medioevo alla cultura occidentale.

 

Luca Signorelli (1441-1523), Ritratto di Dante (1500-1504), affresco, Cappella Madonna di San Brizio, Duomo di Orvieto

 

Lasciando da parte le opere di Aristotele, da Dante comunque conosciute attraverso soprattutto lo studio di San Tommaso, e quelle teologiche e morali dei Padri della Chiesa, che rimandano più alla cultura filosofica che non a quella letteraria del nostro Poeta, possiamo suddividere le sue fonti classiche in tre grandi categorie: poetiche, storiche e filosofiche. In ciascuna delle tre campeggia uno scrittore, che è in qualche modo il riferimento principale del Poeta, attorniato da un certo numero di altri scrittori che, quale più quale meno, hanno tuttavia fornito elementi utili (sia di argomenti che di aspetti formali) alla poesia della Commedia.

Partendo dunque dalle opere poetiche, l’autore princeps è – ça va sans dire – Virgilio (70-19 a. C.)[3], da Dante stesso definito «nostra maggior musa» (Pd. XV, 26).

Del poeta mantovano, infatti, non ci si limita a ritrovare nella Commedia riferimenti (e a volte vere e proprie citazioni adattate al contesto dantesco) a singoli versi, personaggi ed episodi, ma è anche gran parte dell’impianto del poema dantesco (ed in particolare quello dell’inferno) che deve la sua struttura basilare all’opera virgiliana par excellence, cioè l’Eneide.

Altri poeti latini citati, o addirittura presentati in un qualche episodio[4], sono Orazio (65-8 a.C.), definito «satiro» (Inf. IV, 89, all’interno dell’episodio del Limbo), con chiaro riferimento alle sue Satire (titolo originale latino di Sermones), la sua opera più nota agli studiosi medievali, ragion per cui Orazio era considerato più poeta filosofico-morale che non lirico-amoroso[5].

In ordine cronologico possiamo poi citare Tibullo (54-19 a.C.), Ovidio (43 a.C.-17 d.C.), Lucano (39-65 d.C.) e Stazio (45-96 d.C.), il secondo ed il terzo dei quali citati al v. 90 del canto iv dell’Inferno (quello riservato al Limbo), insieme con Orazio ed a molti altri intellettuali dell’antichità.

Data la diversa strada poetica percorsa da questi quattro poeti (i primi due quella lirico-elegiaca di argomento perlopiù amoroso; i secondi due quella epico-storica o mitologica), è evidente come essi abbiano fornito a Dante materiale poetico per episodi, situazioni e personaggi ben diversi tra loro. Senza dimenticare che una tale distinzione di materia e di ispirazione a volte si propone anche per il medesimo autore. È il caso, in particolare, di Ovidio (43 a.C.-18 d.C.) che, grazie a Tristia, Epistulae ex Ponto ed Heroides, ha lasciato traccia su episodi e momenti poetici di particolare pathos elegiaco ed amoroso, mentre attraverso soprattutto le Metamorfosi (il suo capolavoro) ha influenzato Dante per argomenti storici o mitici legati al mondo greco-romano arcaico e classico.

Allo stesso modo, le opere di Stazio (45-96)[6] hanno fornito materiale per i rimandi al mito greco, e segnatamente le vicende del mito tebano riguardante le vicende di Edipo e dei suoi successori (la Tebaide) e le imprese di Achille (l’Achilleide), mentre il poema epico di Lucano (39-65), il Bellum Civile, meglio noto come Pharsalia, è stato fonte per i fatti relativi alla guerra civile tra Cesare e Pompeo (48-45 a.C.).

Per quanto attiene invece al Corpus Tibullianum, cioè l’insieme delle elegie attribuite ad Albio Tibullo (54-19 a.C.), anche se, in realtà, parecchi componimenti ivi inseriti non gli appartengono, dati gli argomenti trattati (per lo più amorosi, idilliaci e pastorali), il suo autore ha fornito a Dante in particolare più spunti di tipo formale che non di argomento.

Passando invece alle opere storiche, l’autore “di riferimento” per Dante è sicuramente il padovano Tito Livio (59 a.C.-17 d.C.) per i fatti relativi alla storia romana fino ad Augusto, mentre il cristiano Orosio (380-420 ca), amico e segretario personale di Sant’Agostino, è la fonte privilegiata per gli avvenimenti del mondo antico cristiano. Non manca tuttavia il ricorrere a storici minori, come Giustino (II/III secolo d.C.), di cui ci resta l’Epitoma historiarum Philippicarum Pompei Trogi, ossia il riassunto dell’opera dello storico d’età augustea Pompeo Trogo in cui si narrava la storia universale dai babilonesi ai tempi dell’autore, o Valerio Massimo, vissuto tra il i a.C. ed il i d.C. ed in realtà più un aneddotista che non un vero e proprio storico, autore dei Factorum et dictorum memorabilium, o ad un biografo quale Svetonio (69-122 ca), per i particolari legati alle vite dei primi dodici imperatori, da Cesare a Domiziano. Per ciò che attiene le vicende di Giulio Cesare, inoltre, una testimonianza in più sono i due suoi diari di guerra: i Commentarii de bello Gallico e de bello Civili.

Pochi invece i nomi dei filosofi tra le fonti dantesche, cosa che si spiega se pensiamo al fatto che “il” filosofo (per antonomasia) nel Medioevo cristiano era Aristotele (384-322 a.C.), la cui opera era stata sviluppata e cristianizzata da San Tommaso d’Aquino (1225-1274). Uno spazio di gran lunga inferiore è riservato invece a Platone, che tuttavia era conosciuto da Dante attraverso citazioni e riferimenti ricavabili anche da scrittori quali Cicerone (106-43 a.C.)[7] e soprattutto il tardo-antico Severino Boezio (475-524), autore del fortunato trattato De consolatione Philosophiae; a Seneca (4 a.C.-65 d.C.) era invece riservato un ruolo più da moralista che non da vero e proprio studioso di filosofia[8].

 

(1.-continua)

 

 

[1] Usiamo qui il termine nella sua accezione, etimologica (dal verbo latino augeo, -ére, «far crescere, aumentare»), di «intellettuali del passato che, con le loro opere, ci aiutano a crescere ed a migliorare».

[2] È noto che l’Alighieri, come d’altra parte quasi tutti gli intellettuali dell’occidente europeo medievale, non conosceva direttamente né la lingua né la letteratura greca classica. La sua conoscenza degli autori ellenici (alcuni dei quali da lui citati nella Commedia) era di tipo “indiretto”, dipendendo cioè dai riferimenti e dalle citazioni presenti nei testi latini classici o in quei pochi autori medievali che invece il greco lo conoscevano.

[3] Va da sé che Virgilio, nella cultura dantesca (così come in tutta quella medievale cristiana), era auctor per eccellenza non solo per la sua grandezza in quanto poeta, ma anche per la sua fama di intellettuale, diremmo noi, “a tutto tondo”, esperto di filosofia, di scienza e, insomma, di ogni disciplina e ramo del sapere. A ciò si aggiunga, per alcuni autori ma non certo per Dante, una certa qual sua fama di mago, oltre all’ipotesi, ben radicata in alcuni suoi esegeti, che egli fosse una sorta di «cripto-cristiano». Per i rapporti tra la figura di Virgilio e la cultura medievale, è sempre utile la consultazione di Virgilio nel Medioevo (Firenze, 1896) di Domenico Comparetti (1835-1927).

[4] Tutti rigorosamente appartenenti all’età imperiale (e in particolare augustea): chiaro segno di come l’età di mezzo avesse una conoscenza assai poco rilevante degli scrittori dell’età arcaica (secc. iv/ii a. C.), se non per quanto attiene ai commediografi Plauto e Terenzio. È evidente che noi non andremo nemmeno minimamente a toccare (figurarsi approfondire…) un problema tra i più intricati del rapporto tra la cultura classica e quella medievale-cristiana: quello “quantitativo”, cioè di quali e quanti scrittori latini (e di quali e quante loro singole opere) il Medio Evo fosse a conoscenza, e quanti tra tutti i poeti a noi noti, o quante opere, siano invece per la civiltà occidentale acquisizione più recenti, vale a dire a far capo almeno dall’Umanesimo.

[5] Anche se non mancano riferimenti alle Odi, come nel caso di Paradiso VI, 76-78 («Piangene ancor la trista Cleopatra,/ che, fuggendoli innanzi, dal colubro/ la morte prese subitana e atra»), che ricalca liberamente Odi I, 37, vv. 27-29 (… ut atrum/ corpore combiberet venenum,// deliberata morte ferocior).

[6] Volendo ora fare qui un, seppur minimo, accenno al problema critico presentato nelle ultime righe della nota 4, ricordiamo che una delle opere più importanti di Stazio, cioè le Silvae (non di argomento epico-eroico), non era nota a Dante, che di lui conosceva solamente i poemi epici Tebaide ed Achilleide.

[7] A proposito di Cicerone, è interessante il caso dei vv. 129-135 del canto XVIII dell’Inferno, in cui – siamo nell’episodio degli adulatori – viene presentata la prostituta Taide. Tale figura era un personaggio della commedia terenziana intitolata Eunuchus, che Dante (pur avendo notizia del nome di Terenzio) probabilmente non conosceva direttamente. Il riferimento è dunque attinto all’opera ciceroniana Laelius de amicitia, in cui si cita la scena in questione, come si arguisce dal fatto che Dante fraintende le parole della donna, cosa che poteva avvenire solamente se ricavate dal testo di Cicerone e non da quello terenziano.

[8] Certamente un filosofo “del dubbio” come Seneca, e come poi nel corso dei secoli sarebbero stati pensatori come Pascal (1623-1662), Schopenhauer (1788-1860), Kierkegaard (1813-1855) o ancora Leopardi (1798-1837), da molti suoi contemporanei considerato più un filosofo che non un poeta, o meglio un filosofo che si esprimeva anche in poesia, non poteva essere molto apprezzato dal Medioevo cristiano, che il dubbio non ammetteva, appoggiandosi alla certezza della Fede. L’opera di Seneca, insomma, era vista come una sorta di regesto di aforismi morali paragonabile ai nostri tempi, seppur su di un piano leggermente superiore, a quella, per es., di un Oscar Wilde (1854-1900).

 

 

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