La prima testimonianza storica a noi pervenuta in forma scritta e documentata di un pensiero di natura realistica nelle relazioni internazionali è sicuramente quella di Tucidide (460-399 a.C.); egli, infatti, fu il primo ad analizzare le vicissitudini e gli scontri tra le collettività come guidate da leggi universali collegate direttamente alla natura umana.

Tucidide non si limita, nella sua più celebre opera storiografica La guerra del Peloponneso, a descrivere la successione degli eventi e le loro cause, ma intende analizzare le stesse persone che hanno partecipato a tali eventi. Lo storico greco spiega bene come l’uomo politico, colui che rappresenta il suo popolo, deve avere certamente piena conoscenza delle necessità della sua popolazione, ma soprattutto deve sapere al meglio cosa sia un essere umano nel suo complesso, sia dal punto di vista razionale che istintivo.

Aristotele (384-322 a.C.) spiega che l’essere umano è sinolo[1] di anima e di corpo e che, quindi, deve necessariamente occuparsi di entrambi e curarsi di loro non solo a livello individuale, ma anche collettivamente. Compito di ogni essere, sempre seguendo il «maestro di color che sanno»[2], è di avvicinarsi quanto più possibile alla realizzazione in sé della perfezione della propria natura. Essendo la natura umana sociale, anche le entità collettive e politiche, di cui lo Stato è l’evoluzione a tutt’oggi più progredita, ha il compito di agevolare questo cammino di ciascuno dei suoi membri. Esso, quindi, in ogni sua forma, tanto come Polis, Regno, Impero o quant’altro, deve dare risposte, sia pur sempre collettive, non solo da un punto di vista materiale e sociale, ma anche morale e spirituale.

Tucidide non analizza mai l’ambito spirituale tradizionale greco, anzi spesso lo disprezza, ma nella sua opera spiega in modo emblematico come l’uomo politico dia certezze di ordine morale ai suoi concittadini, spronandoli al sacrificio, per ottenere il risultato, e come sovente illustri loro quanto occorra non ridurre mai gli sforzi, anche se il risultato appare lontano.

L’esempio di questo è incarnato dalla figura di Pericle (495-429 a.C.). Il grande stratega ateniese viene dipinto dall’autore come l’uomo, sotto la cui guida, la democratica Atene vide il suo massimo splendore e sotto i cui comandi avrebbe sicuramente vinto la guerra contro l’altra più importante e potente Polis di tutta la Grecia: Sparta.

Tucidide mostra, nella figura di Pericle e non solo, come i risultati, nelle relazioni internazionali, siano il frutto dell’interazione della volontà del leader con la forza della collettività, incarnata dalla determinazione morale del popolo, dall’organizzazione dello Stato e dalle sue risorse materiali. È un processo che lega direttamente lo Stato e le persone (guida e popolo) e manifesta chiaramente il ruolo dell’essere umano anche nella politica internazionale.

Nell’Epitaffio di Pericle, recitato dallo stratega, verso la fine del primo anno della Guerra del Peloponneso, nel 430 a.C., si trova la miglior descrizione della democrazia ateniese e di come la sua forza influenzi le altre Poleis.

«Noi abbiamo una forma di governo che non guarda con invidia le costituzioni dei vicini, e non solo non imitiamo altri, ma anzi siamo noi stessi di esempio a qualcuno. Quanto al nome, essa è chiamata democrazia, poiché è amministrata non già per il bene di poche persone, bensì di una cerchia più vasta: di fronte alle leggi, però, tutti, nelle private controversie, godono di uguale trattamento; e secondo la considerazione di cui uno gode, poiché in qualsiasi campo si distingua, non tanto per il suo partito, quanto per il suo merito, viene preferito nelle cariche pubbliche; né, d’altra parte, la povertà, se uno è in grado di fare qualche cosa di utile alla città, gli è di impedimento per la sua oscura posizione sociale».

La descrizione di Tucidide, però, non si limita alla sola Atene, lo storico illustra anche la politica e le scelte fatte da Sparta nel conflitto, ponendo anche in risalto la forte contrapposizione tra le egemonie esercitate dalle due potenze durante tutta la guerra.

L’autore greco afferma che ciò che scrive è stato sottoposto ad αὐτοψία (autopsia, vale a dire «presa visione diretta degli eventi»), perché Tucidide ha direttamente partecipato alla Guerra del Peloponneso fino al 422 a.C. Quello stesso anno fu ostracizzato dalla città perché ritenuto colpevole di non aver prestato soccorso agli ateniesi durante la battaglia di Anfipoli (424-422 a.C.), portando così Atene alla sconfitta.

L’autore sfruttò appieno l’esilio, dedicandosi interamente alla stesura della sua opera e continuando ad osservare la prosecuzione della guerra da esterno, anticipando inconsapevolmente il sine ira et studio di Tacito(55/58-117/120) di cinque secoli dopo.

Esempio decisivo di come la natura umana influenzi direttamente le relazioni internazionali e le relative scelte avviene nella seconda spedizione ateniese in Sicilia. Gli ateniesi, fortemente convinti della loro superiorità morale ed intellettuale, ritengono di poter colpire il nemico spartano sulla più grande isola del Mediterraneo, togliendo alla città Lacedemone alcune delle sue più importanti colonie. Tucidide ci spiega come l’atteggiamento sprezzante dei cittadini di Atene li portò ad imbarcarsi nell’impresa che segnerà la futura disfatta della città di Atena. La superbia ateniese non fu solo manifestata contro il rivale spartano, ma l’autore ci spiega come motivo della sconfitta di Atene fu anche la litigiosità dei suoi comandanti, che non furono in grado di decidere una strategia comune per condurre la campagna in Trinacria.

Ultimo elemento, molto importante per Tucidide, nell’analisi storica e dei rapporti tra gli uomini, è l’agire della τυχη (tyle = sorte), intesa come l’oscura ratio degli eventi non ponderabili dall’uomo e causa di imprevisti favorevoli o sfavorevoli alla persona o alla collettività. Lo storico ateniese ci insegna che il fattore umano e la natura umana sono determinati nello svolgersi degli eventi, manifestando la sua posizione nettamente realista nelle relazioni internazionali.

La contrapposizione di due potenze non può in alcun modo slegarsi dagli uomini che le guidano.

 

 

[1] «Sinolo», dal greco σύνολον, a sua volta composto da σύν «con» e ὅλος «tutto», significa sostanza composta da più elementi che uniti insieme formano un tutt’uno. In filosofia, a partire da Aristotele, indica la concreta sostanza (=ciò che permane al di sotto delle mutevoli apparenze) sintesi di materia, cioè mera potenza (=ciò che ha la possibilità di essere), e forma, cioè ciò che porta all’atto (=esistenza compiuta) la potenzialità della materia.

[2] Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, IV, 131.

 

 

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