Cento anni fa, il 15 ottobre 1922, nasceva don Luigi Giovanni Giussani, fondatore nel 1954 del movimento Comunione e Liberazione. Cento anni dopo ci chiediamo: da dove nasceva quell’idea, che ebbe un grande concorso di aderenti, di dar vita ad un movimento laicale?

Il 26 maggio 1945 il ventitreenne Giussani ricevette l’ordinazione sacerdotale dal beato cardinale Ildefonso Schuster, arcivescovo di Milano. Celebrò la sua prima Messa il 31 maggio nel suo paese natale, a Desio (MB). Il 18 settembre 1945 ottenne la licenza in Sacra teologia e con l’inizio dell’anno scolastico 1945-1946, rimase nel seminario di Venegono e presso la sede ginnasiale di Seveso come insegnante, specializzandosi nello studio della teologia orientale (specie sugli slavofili), della teologia protestante statunitense e della motivazione razionale dell’adesione alla Chiesa.

Durante le confessioni don Luigi Giussani, che successivamente sarà conosciuto e chiamato in Comunione e Liberazione come «il Gius»  incontrò alcuni studenti del Liceo classico Giovanni Berchet e di altre scuole milanesi, cogliendo il loro disagio per ciò che sentivano a lezione contro la Chiesa e la fede cattolica. Intanto proseguì i suoi studi interessandosi in particolare della teologia ortodossa, del protestantesimo e dell’ecumenismo a cui dedicò alcuni scritti. Nel 1954 ottenne il dottorato in teologia con una tesi su Il senso cristiano dell’uomo secondo Reinhold Niebuhr, dedicata a uno dei più importanti teologi riformati statunitensi del XX secolo. Figlio di immigrati tedeschi, si colloca inizialmente su posizioni liberali per approdare, nel secondo dopoguerra, ad un sistema intransigentemente anticomunista. È da questo mentore che Giussani traslerà in Italia, con mediazioni che vedremo, il suo pensiero. La sua opera più importante è considerata The Children of the Light and the Children of Darkness (Figli della luce e figli delle tenebre) del 1944. Criticò il destino manifesto del sogno americano, così come il realismo e il pessimismo politico di Hobbes e di Lutero, questi ultimi per avere intenzionalmente sottovalutato il «pericolo della tirannia nell’egoismo dei governanti». Scelse la democrazia come la forma di governo ideale, l’unica, secondo il suo giudizio, in grado di attuare un equilibrio fra le tendenze anarchiche dei gruppi di interesse sociale e le tendenze dispotiche dei detentori del potere politico.

Nel 1951 Giussani iniziò a insegnare religione in uno degli istituti privati milanesi più antichi e prestigiosi, la scuola di ragioneria Cavalli e Conti, mentre proseguì a insegnare lingua greca e teologia dogmatica nei corsi seminaristici e teologia orientale nei corsi avanzati a Venegono fino al 1954.

Frequentando i giovani in confessionale, a scuola e anche occasionalmente in treno durante i suoi spostamenti dal seminario verso Milano, rimase colpito dalla loro ignoranza in tema di religione, che sfociava sia nello scetticismo che negli atteggiamenti derisori. Nacque e sviluppò in lui l’interesse di arginare fra i giovani questa deriva della fede e l’avversione per la Chiesa.

Tutto prese le mosse da Azione Cattolica, il primo movimento laicale nel mondo cattolico. Dunque per Giussani furono determinanti per la formazione e lo sviluppo del suo pensiero sia  Reinhold Niebuhr che Azione Cattolica.

Torneremo perciò a don Luigi Giussani e alla sua creatura multiforme, Comunione e liberazione, ma a 60 anni dall’apertura del Concilio Vaticano II, l’11 ottobre 1962, desideriamo approfondire proprio i movimenti laicali, frutto indiscusso delle moderne filosofie del XIX-XX secolo e, in particolare, del Concilio che rivoluzionò la Chiesa di Roma a causa di alcuni pastori stanchi del suo passato e delle sue metodologie.

Fino all’avvento di Azione Cattolica, la chiesa aveva aggregato i fedeli attraverso le parocchie e intorno alle parrocchie, fin dal Medioevo, si erano costituite confraternite e Arciconfraternite (unioni tra confraternite). Ma tutto ruotava, appunto, intorno alle parrocchie con la guida e la supervisione del clero. Non c’erano realtà distaccate che svolgevano laicamente un indirizzo religioso votato al sociale, al politico, all’economico…

Azione Cattolica prese le mosse nel settembre del 1867 per volontà di due giovani universitari Mario Fani (1845-1869, nella foto a sinistra), attivista cattolico viterbese, e Giovanni Acquaderni (1839-1922) da Castel San Pietro Terme, del quale quest’anno si celebrano i cento anni dalla sua morte. Essi fondarono a Bologna la Società della Gioventù Cattolica Italiana. Il motto era «Preghiera, Azione, Sacrificio», che comprendeva  i quattro principi fondamentali dell’iniziativa: l’obbedienza al Papa («sentire cum Ecclesia»); un progetto educativo fondato sullo studio della religione; vivere la vita secondo i principi del Cristianesimo; un diffuso impegno alla carità verso i più deboli e i più poveri.

La costituzione dell’Associazione venne approvata il 2 maggio 1868 dal beato Pio IX con il Breve apostolico Dum filii Belial. Questa realtà era legata alle posizioni del Pontefice, infatti, dello stesso anno risale la prima formulazione del Non expedit, disposizione della Santa Sede con la quale si dichiarava inaccettabile, a causa della Questione romana, che i cattolici italiani partecipassero alle elezioni politiche del Regno d’Italia e, per estensione, alla vita politica nazionale, sebbene tale divieto non fosse esteso alle elezioni amministrative. Il Non expedit sarà revocato da papa Benedetto XV nel 1919.

Nel 1872 si tenne a Venezia il primo congresso dei cattolici italiani e l’opera avviata da Fani e Acquaderni fu ribattezzata «Società della Gioventù Cattolica Italiana» e dopo tale congresso presero vita in Italia l’Opera dei Congressi e i Comitati cattolici. Questa realtà non nacque nelle parrocchie, ma si diffuse nelle parrocchie con la divisione maschi e femmine.

Nel 1904 san Pio X sciolse l’Opera dei Congressi a causa dei perduranti contrasti tra «intransigenti» e «innovatori». L’anno dopo il Pontefice emanò l’enciclica Il fermo proposito (11 giugno 1905) con la quale promosse di una nuova organizzazione laicale cattolica che prese il nome di «Azione Cattolica» che, per volere di Pio X, doveva contrastare il modernismo: egli condannò nel decreto Lamentabili sane exitu (3 luglio 1907) 65 proposizioni moderniste e condanno l’eresia modernista con l’enciclica Pascendi dominici gregis (8 settembre 1907): il modernismo, scolo di tutte le eresie, era il risultato del liberalismo e del relativismo penetrati nella Chiesa.

Nel 1908 venne fondata l’«Unione fra le Donne Cattoliche Italiane» per volere di Maria Cristina Giustiniani Bandini e la collaborazione di Adelaide Coari e nel luglio del 1909 Vincenzo Ottorino Gentiloni ricevette da Pio X l’incarico di dirigere un’organizzazione contigua all’Azione Cattolica, l’«Unione Elettorale Cattolica Italiana» (UECI).

Da qui ebbe inizio la formazione della futura dirigenza politica di stampo cattolico, che porterà alla Democrazia Cristiana, un partito che si dichiarava prettamente cristiano, ma che deluderà nel corso del tempo per le sue prese di posizione molto concilianti nei confronti delle sinistre. Nel 1912, nonostante non fosse ancora stato revocato il Non expedit decretato da Pio IX, Ottorino Gentiloni, responsabile della UECI, concluse con Giovanni Giolitti il cosiddetto «Patto Gentiloni», che si basò sul finanziamento alle scuole private (all’epoca la maggioranza erano cattoliche); l’impegno a non permettere l’introduzione del divorzio in Italia; la giurisdizione separata per il clero.

Con il Patto Gentiloni trovarono un accordo l’area risorgimentale istituzionale e l’area cattolica che era maggioritaria. Ancora nel 1912, il conte Gentiloni fondò insieme a Giolitti il Partito Liberale.

L’Azione Cattolica si radicò sulla penisola e nel 1931 contava cinquemila sedi lungo tutto il territorio, tuttavia, più si espandeva quantitativamente e più interveniva al di fuori dei compiti strettamente religiosi con iniziative sociali, attività culturali, ricreative, ecc. Nel ventennio fascista questo non venne tollerato perché andava a minacciare L’Opera Balilla, grande apparato del regime per la gioventù che contava più di un milione e mezzo di iscritti divisi in Balilla, Avanguardisti, Piccole italiane e Giovani italiane. Dal canto suo l’Azione Cattolica riuniva gli universitari nella Federazione Universitaria Cattolica Italiana (FUCI), mentre il fascismo nel Gruppo Universitario Fascista (GUF).

Il contrasto si accende fortemente.

Il 21 aprile 1930 l’onorevole Mario Giuriati, in un discorso a Milano, rivendicò l’assolutismo dello Stato e il Papa replicò subito con una lettera all’arcivescovo di Milano Schuster, in cui si affermava che la Chiesa ha il diritto di entrare nella moralità sociale e che il fascismo errava educando i giovani alla violenza e all’aggressività.

Il Lavoro fascista accusava l’Azione Cattolica di formare uomini «domestici e infermicci», di utilizzare i rottami del mondo sturziano (il Partito Popolare di don Luigi Sturzo, fondato nel 1919, era stato sciolto e il sacerdote era stato mandato in esilio) e di invadere il campo delle corporazioni del regime. Durissima fu la repressione nei confronti dell’Azione Cattolica attraverso violente manifestazioni anticlericali, reprimende sulle colonne dei giornali e la devastazione con saccheggio delle sedi dei circoli cattolici. Lo stesso Mussolini raccomandò i prefetti di vigilare attentamente perché non si verificassero incidenti atti ad offendere il sentimento religioso popolare. La Santa Sede protestò e il Duce fece prudenzialmente chiudere, il 29 maggio 1931, le sedi di tutti i circoli della gioventù cattolica e tutte le federazioni universitarie. Alla fine di maggio vennero sequestrati dalla polizia tutti i circoli cattolici.

In questo clima incandescente, ai primi di luglio esce – ma con data 29 giugno –  l’enciclica Non Abbiamo Bisogno: documento fondamentale per definire la posizione di Pio XI e quindi della Santa Sede nei riguardi del fascismo:

«Ci siamo sempre trattenuti da formali ed esplicite condanne, anzi siamo andati fino a credere possibili e favorire da parte Nostra compatibilità e cooperazioni che ad altri sembrarono inammissibili. Così abbiamo fatto perché pensavamo e piuttosto desideravamo che rimanesse la possibilità di almeno dubitare che avessimo a fare con affermazioni ed azioni esagerate, sporadiche, di elementi non abbastanza rappresentativi, insomma ad affermazioni ed azioni risalenti, nelle parti censurabili, piuttosto alle persone ed alle circostanze che veramente e propriamente programmatiche.

Gli ultimi avvenimenti e le affermazioni che li prepararono, li accompagnarono e li commentarono Ci tolgono la desiderata possibilità, e dobbiamo dire, diciamo che non si è cattolici se non per il battesimo e per il nome — in contraddizione con le esigenze del nome e con gli stessi impegni battesimali — adottando e svolgendo un programma che fa sue dottrine e massime tanto contrarie ai diritti della Chiesa di Gesù Cristo e delle anime, che misconosce, combatte e perseguita l’Azione Cattolica, che è dire quanto la Chiesa ed il suo Capo hanno notoriamente di più caro e prezioso. A questo punto Voi Ci richiedete, Venerabili Fratelli, che rimane a pensare ed a giudicare, alla luce di quanto precede, circa una formula di giuramento che anche a fanciulli e fanciulle impone di eseguire senza discutere ordini che, l’abbiamo veduto e vissuto, possono comandare contro ogni verità e giustizia la manomissione dei diritti della Chiesa e delle anime, già per se stessi sacri ed inviolabili; e di servire con tutte le forze, fino al sangue, la causa di una rivoluzione che strappa alla Chiesa ed a Gesù Cristo la gioventù, e che educa le sue giovani forze all’odio, alla violenza, alla irriverenza, non esclusa la persona stessa del Papa, come gli ultimi fatti hanno più compiutamente dimostrato.

Quando la domanda deve porsi in tali termini, la risposta dal punto di vista cattolico, ed anche puramente umano, è inevitabilmente una sola, e Noi, Venerabili Fratelli, non facciamo che confermare la risposta che già vi siete data: un tale giuramento, così come sta, non è lecito».

 

(1- continua)

 

 

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