«Il buon pastore dà la propria vita per le pecore» (Gv 10,11). In questa descrizione che Nostro Signore Gesù Cristo ci dona del buon pastore riconosciamo il ritratto del Beato vescovo ucraino Ivan Slezyuk, del quale tra un anno ricorrerà il centenario della nascita al Cielo.

Ivan Slezyuk era nato il 14 gennaio 1896 presso il villaggio di Zhyvachiv, nella regione ucraina di Stanislaviv, oggi chiamata Ivano-Frankivsk. Nel 1923 ricevette l’ordinazione sacerdotale in rito bizantino e nel 1945 il suo vescovo, il Beato Hryhorij Khomysyn, gli conferì la consacrazione episcopale quale coadiutore con diritto di successione nell’Eparchia di Stanislaviv nel qual caso egli fosse stato arrestato dai bolscevichi. Questa ordinazione fu provvidenziale, in quanto Mons. Khomysyn morì già il 28 dicembre dello stesso anno nell’ospedale del carcere di Lukianivska a Kiev.

Il suo novello coadiutore non poté però succedergli immediatamente, poiché imprigionato ancor prima che il vescovo morisse, il 2 giugno, e deportato nel campo di lavoro di Vorkuta in Russia e poi dal 1950 nel campo di lavoro di Mordovia, sempre in Russia. Il 15 novembre 1954 fu finalmente liberato e poté far ritorno in diocesi e prendere possesso della sua sede episcopale. Fu poi arrestato una seconda volta nel 1962 e condannato a cinque anni di regime duro in prigione. Fu nuovamente rilasciato il 30 novembre 1968, ma continuò ad essere regolarmente convocato dal KGB per delle “conversazioni”, l’ultima delle quali ebbe luogo due settimane prima della sua morte. Nonostante questa condizione di clandestinità in cui si trovava la Chiesa Greco-Cattolica Ucraina, costretta a convivere con un regime dispotico ostile a Dio quale quello sovietico, Ivan Slezyuk continuò ad esercitare senza sosta il proprio ministero presso i fedeli di Rito bizantino, testimoniando Cristo fermamente e senza paura dinanzi ai persecutori della fede. Morì infine presso Stanislaviv il 2 dicembre 1973.

Ivan Slezyuk è l’ultimo in ordine temporale a morire tra i venticinque martiri ucraini vittime del regime sovietico che il Papa Giovanni Paolo II ebbe a beatificare il 27 giugno 2001 nel suo viaggio apostolico in Ucraina.

«Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde» (Gv 10,12). Il Beato Ivan Slezyuk non era un mercenario, non è scappato quando ha visto arrivare il lupo, non ha lasciato che il suo gregge venisse disperso.

L’apostolo San Pietro affermava che «quando apparirà il Pastore supremo, riceverete la corona della gloria che non appassisce» (1Pt 5,4). Questo vescovo ucraino con il martirio ha ricevuto questa corona gloriosa, che dopo quasi cinquant’anni è tutt’altro che appassita ed un giorno giungerà a compimento con la canonizzazione.

La «Lettera agli Efesini» di sant’Ignazio di Antiochia, vescovo e martire, ci illumina nel capire quello che è stato il rapporto dei vescovi ucraini martiri con il gregge loro affidato.

«È vostro dovere rendere gloria in tutto a Gesù Cristo, che vi ha glorificati; così uniti in un’unica obbedienza, sottomessi al vescovo e al collegio dei presbiteri, conseguirete una perfetta santità. Non vi do ordini, come se fossi un personaggio importante. Sono incatenato per il suo nome, ma non sono ancora perfetto in Gesù Cristo. Appena ora incomincio ad essere un suo discepolo e parlo a voi come a miei condiscepoli. Avevo proprio bisogno di essere preparato alla lotta da voi, dalla vostra fede, dalle vostre esortazioni, dalla vostra pazienza e mansuetudine. Ma, poiché la carità non mi permette di tacere con voi, vi ho prevenuti esortandovi a camminare insieme secondo la volontà di Dio. Gesù Cristo, nostra vita inseparabile, opera secondo la volontà del Padre, come i vescovi, costituiti in tutti i luoghi, sino ai confini della terra, agiscono secondo la volontà di Gesù Cristo. Perciò procurate di operare in perfetta armonia con il volere del vostro vescovo, come già fate. Infatti il vostro venerabile collegio dei presbiteri, degno di Dio, è così armonicamente unito al vescovo, come le corde alla cetra. In tal modo nell’accordo dei vostri sentimenti e nella perfetta armonia del vostro amore fraterno, s’innalzerà un concerto di lodi a Gesù Cristo. Ciascuno di voi si studi di far coro. Nell’armonia della concordia e all’unisono con il tono di Dio per mezzo di Gesù Cristo, ad una voce inneggiate al Padre, ed egli vi ascolterà e vi riconoscerà, dalle vostre buone opere, membra del Figlio suo. Rimanete in un’unità irreprensibile, per essere sempre partecipi di Dio. 

Se io in poco tempo ho contratto con il vostro vescovo una così intima familiarità, che non è umana, ma spirituale, quanto più dovrò stimare felici voi che siete a lui strettamente congiunti come la Chiesa a Gesù Cristo e come Gesù Cristo al Padre nell’armonia di una totale unità! Nessuno s’inganni: chi non è all’interno del santuario, resta privo del pane di Dio. E se la preghiera fatta da due persone insieme ha tanta efficacia, quanto più non ne avrà quella del vescovo e di tutta la Chiesa?» .

 

 

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