“Un vecchio frate che conosceva anch’esso i doni delle Muse, il padre Giacoletti, il cui nome non s’aggira più, che io sappia, che in qualche melanconico chiostro di seminario. Quel nome era allora illustre per poemi latini sull’ottica, niente meno, e sul vapore”[1].

Così il Pascoli ricorda di aver conosciuto, quand’era scolaro delle elementari al collegio scolopico di Urbino, pur senza essere stato suo allievo, un illustre latinista piemontese, il padre Giuseppe Giacoletti, giunto ad Urbino dopo molti anni trascorsi a Roma (dal 1818 al 1849, pur con una pausa di cinque anni ad Alatri) e poi a Chivasso, sua città natale.

Scienziato, filosofo, linguista, letterato, poeta, ma soprattutto paterno maestro e consigliere di molti personaggi, ora famosi ora meno, dell’Italia della prima metà dell’Ottocento, il padre Giacoletti è, per chi lo conosca un po’ meglio, figura affascinante e dotata anche di originalità di pensiero, in particolare in alcuni campi della sua attività intellettuale.

 

Ritratto, opera di anonimo, di Padre Giuseppe Giacoletti

 

Nato il 31 gennaio del 1803 (cioè l’11 piovoso dell’anno XI, secondo il nuovo calendario giacobino) a Chivasso, in provincia di Torino e Diocesi di Ivrea. da una famiglia di modeste condizioni, Giuseppe Simeone Pietro Giacoletti, di Michele e di Teresa Aymasso, seguì studi regolari nel collegio della sua città natale, dove ebbe come maestro lo scolopio p. Raffaele Rosani, zio di quel padre G. B. Rosani (Acceglio, Cuneo 1787-Roma 1862) che, divenuto nel 1836 Preposito Generale delle Scuole Pie, indicò come suo sostituto sulla cattedra di Retorica del collegio romano del Nazareno, proprio il Giacoletti.

Su consiglio dunque del padre Raffaele Rosani il Giacoletti nel 1818 lasciò Chivasso alla volta di Roma per frequentarvi il noviziato a San Pantaleo delle Scuole Pie, con l’intenzione di entrare in quest’ordine religioso che a Roma gestiva, oltre a questo noviziato ed alla casa professa di San Lorenzino in Piscibus in Borgo, anche – come a tutt’oggi – il collegio del Nazareno.

Giunto a Roma, trascorso il periodo cosiddetto di “approvazione” e pronunciata la professio solemnis, il Giacoletti prosegue gli studi al collegio Nazareno, dove gli vengono assegnati anche compiti di istitutore per gli studenti più giovani, come leggiamo in una lettera del 1820 in cui il nostro giovane studente informa i genitori della sua vita in collegio, dandoci anche parecchi ragguagli interessanti sulla vita che vi si conduceva, oltre a qualche squarcio sui riflessi che gli avvenimenti politici di quei mesi (i moti carbonari a Napoli) ebbero su buona parte dell’opinione pubblica: “Ebbi nel mese scorso poche febbri e mi fu fatta una sanguigna, ma ora godo perfetta salute[2], la quale spero di poter conservare, perché non ho più a fare con ragazzi insubordinati, ma con giovani di minor numero, e più buoni; sono questi soltanto cinque, un figlio d’un principe, l’altro d’un marchese, il terzo d’un conte, l’altro d’un cavaliere, l’ultimo d’un colonnello: è questa la seconda camerata nobile di questo collegio. Affinché meglio comprendiate come qui si stia, vi dirò, che oltre i maestri d’aritmetica, di carattere, di lingua francese, di disegno, di musica, di ballo, di scherma, i quali son pagati per lo meno un zecchino al mese, pagano i convittori al Collegio pel cibo e per la scuola circa 80 lire al mese.[…] Si fece rivoluzione a Napoli ed in altri paesi. Dicono che costì [in Piemonte; NdA] ancora vi sia qualche imbroglio, il che mi farete presto sapere.” (14 luglio 1820).

Terminati gli studi di lettere, filosofia e teologia e presi i voti, nel 1823 il Giacoletti per un anno è supplente di filosofia al Nazareno, ma poi viene inviato ad insegnare, sempre filosofia, al collegio di Alatri, dove resterà per cinque anni (1824-1829). Tornerà nuovamente al Nazareno ad insegnarvi ancora filosofia, ma anche matematica elementare e fisica, per altri sette anni (1829-1836).

Frattanto, già nel 1823, era stato ammesso all’Accademia degli Incolti, accademia poetica eretta presso il Nazareno e aggregata come “colonia” all’Arcadia, nella quale sarà ammesso poi, come “pastore arcade soprannumerario col nome di Cratippo”, nel 1832 e come socio effettivo il 10 dicembre 1833 (“col nome di Cratippo Driadrio”). Come poeta, in questi anni, il Nostro compone vari testi, tra cui una poesia in ottave dedicata alla città di Chivasso, di cui abbiamo il ringraziamento da parte della città stessa in una lettera del 20 marzo 1824; ma è attivo anche nei suoi prediletti studi scientifici e filosofici, per approfondire i quali presenta (1827) una supplica al papa per poter «ritenere presso di sé i libri proibiti».

In seguito viene iscritto (4 aprile 1838) anche all’Accademia Tiberina, di cui, oltre che Socio residente, sarà anche Censore (1840, 1842 e 1846), Consigliere (1841, 1844 e 1847) e Vicepresidente (1843). Per questa Accademia il Giacoletti scrisse e recitò varie composizioni poetiche (italiane e latine) e relazioni scientifiche. Tra le prime ricordiamo: Le fontane di Roma (1839), Il Pantheon (1840), La basilica Ostiense (1842); tra le seconde: Sull’Ottica, considerata come soggetto di poesia (1840), Sull’amore dell’uomo verso il maraviglioso (1841), Riflessioni sopra alcuni punti di precetti rettorici (1843), Del sonnambulismo magnetico (1848).

Pur in questa attività di poeta ed oratore, il Giacoletti non trascura certo né i suoi doveri di maestro, come egli stesso dirà in una sua lettera del 1848 né gli impegni connessi con la vita dell’ordine calasanziano. Tanto che, a partire dal 1833, egli ricopre nella sua congregazione vari incarichi di responsabilità: è Preposito Provinciale Romano (1833), aggiunto al Capitolo Generale e Assistente Provinciale Romano (1836). Nello stesso anno 1836 viene eletto Preposito Generale dell’ordine il padre G. B. Rosani, che, dovendo lasciare per questo motivo il suo incarico di docente di Retorica al Nazareno, vuole che sia proprio il Giacoletti a succedergli su questa cattedra; e ciò contro le aspettative di tutti e, probabilmente, anche dello stesso interessato che, avendo sempre insegnate le discipline scientifiche, non si aspettava certo l’incarico della Retorica[3], la cattedra più prestigiosa ma anche la più onerosa nelle scuole dell’epoca.

Egli comunque “in breve tempo facilmente mostrò quanto siano utili alle lettere ed all’eloquenza la filosofia e le altre discipline” (così traduciamo dalla biografia del Giacoletti stesso), riuscendo così non solo a dar gran prova di sé come insegnante di letteratura, ma anche ad armonizzare i due aspetti della sua dottrina, quello scientifico e quello poetico: risultato di questa sintesi interdisciplinare fu il suo poema in terza rima sull’ottica, che verrà pubblicato, in tre volumi (1841, 1843 e 1846), per un totale di 30 canti e 5664 versi.

 

Padre Giovanni Inghirami (1779-1851)

Nel 1845 fu nominato Preposito Generale il toscano p. Giovanni Inghirami, che volle presso di sé il Giacoletti, nominandolo nell’agosto dello stesso anno rettore di San Pantaleo (carica che gli verrà riconfermata per il triennio 1846/48). L’Inghirami fu poi costretto, per motivi di salute, a ritornare a Firenze, per cui il Giacoletti ne fece le veci, dal settembre del ’45, sostituendolo per qualche tempo nella carica di Preposito Generale: dovette però, a questo punto, lasciare con suo grande rammarico l’insegnamento. Negli anni Quaranta, oltre al poema sull’ottica, si collocano anche le edizioni delle principali opere poetiche del periodo romano: lo Specimen latinorum carminum del 1845[4] ed una poesia italiana in onore della basilica nuova del Santuario biellese di Oropa, del cui culto mariano egli era particolarmente devoto[5], nel 1847. A questi testi poetici si può aggiungere, negli stessi anni, la Vita del Comm. D. Carlo Torlonia (Roma 1849)[6], ultima opera del suo periodo romano. A conclusione del cap. X di quest’opera leggiamo un excursus sul comunismo, con una sua netta e severa condanna: il Giacoletti infatti lo definisceuna ributtante ingiustizia, un’orribile confusione”[7].

Il Giacoletti proveniva, abbiamo visto, da una famiglia di non elevata condizione sociale, e per di più egli si trova ora a dover aiutare i parenti che in Piemonte vivono in situazioni economiche disagiate, tanto che nel giugno del 1842 egli ottiene di erogare alla madre e al patrigno (“ridotti a tale stato di fortuna da dover ricorrere per sussidio all’altrui beneficenza”) “piccole somme provenienti da tenui risparmi sul ristretto vestiario, che fornisce la Religione delle Scuole Pie, a cui egli (scilicet: il Giacoletti) ha servito con tutto l’animo fino dal 1818 e da straordinari lavori letterarii, per attendere ai quali gli è riuscito di trovare pur qualche tempo, senza mai tralasciare le occupazioni dell’Istituto. Siffatte piccole somme egli godeva poterle impiegare in uso così santo, anziché valersene per viaggi, ed altre ricreazioni, come avrebbe potuto fare, e come si suol fare da altri”.

Nonostante lo zelo e le buone qualità mostrate nei vari incarichi da lui ricoperti, nel 1847 al Giacoletti, che aveva rivolto domanda in tal senso, è negato il permesso di allontanarsi da Roma, anche se tuttavia gli viene concesso di usare il denaro della Congregazione per aiutare i parenti. Nel marzo del 1848 la madre, già vedova dal 1847 e poi risposatasi, rimane vedova anche del secondo marito e, pur vecchia e malata, deve accudire ancora a figli e nipoti; pertanto, servendosi anche di lettere di appoggio da parte del vescovo di Ivrea, mons. Luigi Moreno (1800-1878), il Giacoletti si rivolge direttamente al Papa e “supplica a calde lacrime il paterno cuore della Santità Vostra a degnarsi accordargli il permesso di allontanarsi ad tempus dal suo Istituto, per recarsi in Piemonte sua Patria, ove occupandosi nella pubblica istruzione (nel che continuerebbe ad esercitare anche fuori dell’Ordine i doveri di Scolopio) ne ritrarrebbe mezzi sufficienti per sé, e per adempiere il caritatevole e doveroso uffizio di soccorrere alla sua buona ed amatissima genitrice”.

La sua richiesta, a condizione che “in abito di prete secolare segua la regola e osservi ciò che è compatibile con il proprio stato”, è accolta, a partire però dall’anno scolastico 1849/50, giacché nello stesso anno 1848 il Giacoletti era stato nominato dal Padre Generale Gennaro Fucile anche Rettore ad annum della Casa dei novizi di San Lorenzino in Piscibus in Borgo. Proprio del periodo di rettorato in San Lorenzino, periodo che corrispose quasi esattamente a quello della 2ª repubblica romana (novembre 1848-luglio 1849), abbiamo una testimonianza molto interessante: una lettera, dell’aprile ’49, al padre Assistente Generale Angelo Bonuccelli, lettera che ci informa della situazione di disordine, di incertezza e di pericolo (soprattutto per i religiosi) che regnava in Borgo durante l’assedio francese alla Città; infatti in essa si chiede che “si permetta ai nostri religiosi di uscir di casa travestiti, come già fanno i preti del Seminario di S. Pietro, ed altri sacerdoti in Borgo. V(ostra) P(aternità) ben vede la necessità di queste misure; e son certo che la loro esecuzione non incontrerà ostacoli per parte di alcuna autorità superiore, né ragionevole censura di alcuno”.

Nel 17 settembre dello stesso anno egli è nominato professore di Retorica e Umanità nel Collegio della sua città natale, collegio di cui sarà nominato anche Direttore degli Studi, carica che gli sarà rinnovata fino all’anno scolastico 1854/55. In questi anni, tuttavia, oltre che agli impegni scolastici il Giacoletti si dedica anche a quelli di scrittore, sia in prosa che in poesia; egli pubblica infatti la sua traduzione delle favole latine di Fedro (1851), preceduta da un opuscolo sulla corretta pronunzia toscana (1850)[8]; collabora inoltre con vari giornali torinesi, tra cui la «Gazzetta Piemontese» (dal 1850 al 1854), la «Rivista contemporanea» e l’«Armonia», di tendenze conservatrici[9], diretta dal teologo Giacomo Margotti (1823-1887) ed appoggiata dal vescovo d’Ivrea mons. Moreno[10]. Sono anni dunque di grande impegno e di fatiche, punteggiati da interessi per argomenti anche diversissimi tra loro[11].

La morte della madre (agosto 1854) segna l’ultimo periodo di permanenza del Giacoletti nella sua città, dove tornerà comunque nell’anno scolastico 1860/61: ricopre ancora i suoi incarichi scolastici per tutto l’anno 1854/55, dopo di che, l’anno successivo, lo troveremo a Pesaro, dove giungerà nell’estate. Egli accetta, infatti, la proposta, fattagli già nel 1851 (e poi confermata anche in seguito), da parte del Vescovo della città marchigiana, di insegnare Retorica presso il Seminario di Pesaro, alle condizioni che troviamo proposte in una lettera del febbraio 1855: “per la sola Rettorica quei cento scudi in danaro, alloggio in Seminario e trattamento come sopra”.

Nel mese di settembre 1860, poco prima del plebiscito di annessione delle Marche al neonato Regno d’Italia (4-5 novembre), il Giacoletti lascia Pesaro e si trasferisce, per non meglio specificati “affari urgenti di famiglia”[12] a Chivasso, dove il Comune gli chiede ufficialmente di assumere nuovamente l’incarico di insegnamento in 2a Retorica (divenuta, col nuovo ordinamento della legge Casati, la 5a ginnasio) con lo stipendio di 1.600 lire annue, oltre la supplenza nelle funzioni di Direttore del Ginnasio e la nomina a Direttore provvisorio (con uno stipendio aggiuntivo di 400 lire annue) e, infine, quella a Deputato alle Scuola: tutti questi incarichi direttivi lo obbligarono tuttavia a lasciare l’insegnamento.

Intanto nel 1860, mentre ancora si trovava a Pesaro, il Giacolettti aveva dato alle stampe lo Specimen poëticum de Vapore, poema latino ristampato poi, ampliato, da Paravia a Torino nel 1861, con l’aggiunta della versione poetica italiana. Con quest’opera il Giacoletti tornava a quel tipo di poesia scientifica e didascalica già frequentato anni prima, seppure in italiano, in cui egli poteva sintetizzare al meglio i suoi due principali interessi: la scienza e l’arte poetica[13]. Il poema ebbe, almeno in alcuni ambienti, un successo immediato: lo elogiò tra i primi l’antico amico Tommaso Vallauri (sia nel 1860 che nel ’61), ma poi si aggiunsero molti altri, tra cui il Ministro dell’Istruzione Terenzio Mamiani (1799-1885) nonché Francesco De Sanctis (1817-1883). Poco più avanti (luglio 1863) si unì alle lodi anche l’astronomo, Direttore dell’osservatorio astronomico di Brera a Milano, Giovanni Virginio Schiaparelli (1835-1910), che tra le altre cose difende la lingua latina come “il miglior fondamento che si possa dare all’educazione dei giovanetti”, concludendo con l’affermare l’esigenza di legare sempre il bello col vero, la poesia con la scienza, secondo un ideale apertamente condiviso col Giacoletti[14].

Terminato l’anno scolastico 1860/61, benché il Municipio di Chivasso volesse riconfermarlo nei suoi incarichi (con lo stipendio oltre tutto aumentato a 2.400 lire annue totali), il Giacoletti dovette rifiutare, poiché – dice – “mi spirava la licenza di vivere fuori del mio Istituto”. Pertanto, egli chiese al padre Generale dell’Ordine G. B. Perrando che gli venisse assegnata una Casa in cui potesse svolgere i suoi compiti istituzionali: il Perrando lo inviò quindi al collegio di Urbino (di cui era allora Rettore il padre Alessandro Checcucci), in cui Giacoletti giunse nell’autunno del 1861.

Ed è proprio durante il soggiorno urbinate che il Giacoletti ottiene il riconoscimento più prestigioso della sua carriera di poeta latino: la vittoria nel 1863 al Certamen Hoefftianum Amstelodamense[15] con il carme De lebetis materie et forma eiusque tutela in machinis vaporis vi agentibus. Questo poema, pubblicato a cura dell’Accademia di Amsterdam nello stesso anno 1863, diede una fama quanto mai ampia al suo autore, non solo ad Urbino, ma in tutta Italia.

Nonostante la gloria internazionale per la vittoria al Certamen, il Giacoletti non cessa di insegnare la letteratura italiana e latina agli studenti del collegio di Urbino, continuando anche a scrivere poesie e ad occuparsi dei nipoti e dei parenti rimasti in Piemonte. Nel 1864 la sua vita di impegno per la scuola viene premiata con il conferimento della Croce Mauriziana, col titolo di Cavaliere, ma oramai la fine è vicina. La malattia di cuore, di cui soffriva fin da ragazzo, l’asma e e l’idropisia non gli lasciano scampo: muore il 21 marzo 1865 a Urbino, dove verrà sepolto, nella chiesa scolopica di Sant’Agata, purtroppo scomparsa, dopo la partenza degli Scolopi dalla città e la sua sconsacrazione, insieme anche ai resti terreni del padre Giacoletti e ad un monumento in suo onore inaugurato nel 1869.

Un destino ingiusto verso chi aveva illuminato la strada della poesia, soprattutto quella didascalica, sia latina che italiana, oltre ad aver formato generazioni di giovani come maestro non solo di poesia, ma anche di scienza, a Roma e ad Alatri come a Chivasso, a Pesaro come ad Urbino.

Abbiamo visto che la fama del Giacoletti è legata alla poesia didascalico-scientifica (italiana e latina), ma certamente egli si distinse anche in quella quella sacra latina. In questo genere poetico ricordiamo in particolare due carmi: uno (del 1843) per celebrare la conversione dall’ebraismo al cattolicesimo di Alfonso M. Ratisbonne, avvenuta a Roma nell’anno 1842, ed un altro (del 1853, scritto nel centenario della beatificazione) con cui si elogia la figura del beato Angelo Carletti da Cuneo, frate cappuccino e co-patrono della città di Chivasso.

 

Padre Alfonso Maria di Ratisbonne (1814-1884)

 

La vicenda dell’avvocato ebreo francese Ratisbonne (Strasburgo, 1814-Ein Kerem, Gerusalemme, 1884) aveva sollevato parecchio scalpore nel 1842[16]. Costui, infatti, giunto a Roma il giorno dell’Epifania, il 20 gennaio si era recato, insieme con l’amico d’infanzia barone Gustave de Buissières, protestante pietista, a visitare la basilica di Sant’Andrea delle Fratte nel rione Colonna, tra fontana di Trevi e piazza di Spagna.. Qui egli ebbe una visione di Maria che lo indusse a convertirsi al cattolicesimo e poi a prendere gli ordini sacri e dedicarsi all’apostolato presso gli ebrei in Terra Santa. In virtù di tale miracolo la basilica assunse in seguito anche il titolo di Santuario della Madonna del Miracolo. Lo scalpore suscitato da questa conversione spinse anche il Giacoletti a comporre un Carmen latino di 79 esametri dattilici, pubblicato a Roma (Tip. delle Scienze) ed intitolato Sulla prodigiosa conversione dell’israelita Alfonso Maria di Ratisbonne.

Del 1853 è invece il Carme latino in onore del Beato Angelo Carletti da Chivasso, edito a Chivasso (Tip. Lamberti & Pietracqua) ed accompagnato dalla traduzione italiana in terzine opera del Giacoletti stesso. Esso fu scritto per onorare il beato frate cappuccino Angelo Carletti, nato a Chivasso nel 1411 (?) e morto a Cuneo nel 1495. Il carme, scritto nel centenario della beatificazione (1753-1853), è dedicato a Tommaso Vallauri (1805-1897), a quel tempo professore di Eloquenza Latina presso l’Università di Torino.

In tale opera si sottolineano in particolare le principali attività del beato Carletti come strenuo difensore della cattolicità in due importanti “crociate”: quella contro i turchi ottomani in Puglia (Otranto) e quella contro i valdesi delle valli pinerolesi, contro i quali non si risparmiano strali polemici; dopo di che si ricorda la sua attività di scrittore sacro, autore di quella “Summa angelica” [17] per la quale ricevette violente offese ed insulti (oltretutto “post mortem”, e quindi nell’impossibilità di ribattere) da Martin Lutero.

 

[1] Cfr. G. Pascoli, Un poeta di lingua morta. Commemorazione di Diego Vitrioli (Messina 1898), in Prose (vol. 1°, Pensieri di varia umanità); Milano (Mondadori) 1946 (a cura di A. Vicinelli). C’è da rimarcare tuttavia, in questa testimonianza pascoliana, un errore che si è poi diffuso in quasi tutta la pubblicistica successiva (peraltro poco ampia) sul p. Giacoletti: il poema sull’ottica non è in latino, ma in terzine dantesche italiane. L’errore è stato già comunque segnalato, e corretto, da P. Vannucci, in Pascoli e gli Scolopi, Roma 1951, p. 22 (nota 21).

[2] Che la salute del Giacoletti malferma fin dalla giovinezza siamo informati dalla principale fonte biografica (in Index bio-bibliographicus CC. RR. PP. Matris Dei Scholarum Piarum, vol. 3; Romae 1911, pp. 317-321; nr. 931), in cui si accenna ad una aegritudo, qua ab iuventute laborabat, probabilmente un qualche problema cardiaco (la biografia parla anche di cordis morbus), cui in vecchiaia si aggiunse l’idropisia.

[3] Tentando un paragone con l’ordinamento scolastico attuale, la cattedra di Retorica potrebbe all’incirca corrispondere a quella di lettere italiane e latine nel triennio liceale.

[4] Riguardo a questo volume di poesie abbiamo un giudizio molto autorevole, quello del Pellico, che così scrive al Giacoletti in una sua lettera da Roma del 7 novembre 1845: “Non creda, Padre, ch’io stessi poco curioso di conoscere il suo Specimen, né molto meno ch’io l’abbia freddamente letto. Mi sento davvero il bisogno di dirle che m’ha rapito. Esametri, elegie, endecasillabi, ed insomma ogni componimento latino, e que’ pochi italiani, sono ispirazioni di fantasia nobile piena di pensieri belli, d’affetti e di grazia; sono ispirazioni non solo si coltissimo professore, ma d’alto poeta. Mi glorio d’esserle compatriota e d’avere un posto nella sua indulgente benevolenza”.

[5] Vedi supra la lettera ai genitori del luglio 1820.

[6] Il duca Carlo Torlonia (1798-1847), figlio di Giovanni (fondatore della dinastia nobiliare) e di Anna Maria Schultheiss, allievo del collegio Nazzareno, fu benefattore e filantropo di profondi e saldi principi cristiani; beneficò molte opere pie (alcune delle quali da lui stesso istituite) sia a Roma che nei dintorni. Terziario francescano, morì vestendo il saio dell’ordine. Suo fratello Alessandro (1800-1886) è ricordato per aver compiuto la bonifica del lago Fucino in Abruzzo.

[7] Aldilà della condanna dell’ideologia comunista, altro aspetto interessante e positivo del Giacoletti è che egli non ci si presenti solamente come un poeta classicista, ma mostri anche un’acuta curiositas nei confronti di ciò che è nuovo (ancorché nagativo), così da poterlo rifiutare e combattere con piena cognizione di causa.

[8] Sull’uso della lingua e della pronunzia italiana in Piemonte. Anche su quest’opera abbiamo il giudizio di Silvio Pellico: “ottimo libercolo. Penso che sarà opera apprezzata ne’ nostri paesi, e lo bramo” (cfr. lettera al Giacoletti, da Torino, il 7 novembre 1850).

[9] Il fatto che il Giacoletti appoggiasse chiaramente idee di stampo conservatore apparirà sempre più evidente col passare degli anni e specie dopo l’Unità, quando, trovandosi egli nelle Marche, lamenta la nuova situazione politica, per cui in queste terre lo stato italiano aveva sostituito il potere temporale del Papa. Egli rimase quindi sempre fedele alle istituzioni del proprio Ordine, mentre proprio in quegli anni tra gli Scolopi era molto diffusa (specie nelle case della Provincia Ligure, tra le quali anche le piemontesi Demonte e Ovada) una certa simpatia per le idee gianseniste; inoltre parecchi padri delle Scuole Pie negli anni del liberalismo e specie in quelli intorno all’Unità abbandonarono l’ordine e l’abito ecclesiastico dedicandosi o all’insegnamento nelle scuole pubbliche o addirittura all’attività politica. A tal proposito si possono vedere innumerevoli esempi biografici in Diccionario Enciclopedico Escolapio, vol. II–Biografías de escolápios, coord. e diretto da C. Vilà Palà, 1969-1978, e in seguito da L. M. Bandrés Rey, 1979-…, Salamanca 1983) oppure consultare il mio articolo Le case scolopiche della Provincia Ligure e la visita del p. G. B. Rosani (Gennaio-Aprile 1839), in “l’Escalina”, anno V/Nr. 1 (Aprile 2016), pp. 85-141.

[10] La figura di mons. Luigi Moreno è stata studiata, seppur con atteggiamento critico-modernista fin quasi alla polemica, da L. Bettazzi, Obbediente in Ivrea-Monsignor Luigi Moreno vescovo dal 1838 al 1878; Torino (SEI) 1989. Purtroppo l’unica fonte attualmente accessibile.

[11] A proposito di questa eterogeneità di interessi, il Giacoletti stesso (in una lettera a Luigi Chiala del 28 marzo 1855, pubblicata dal Chiala stesso sulla «Rivista Contemporanea» del medesimo anno) ci dice: “Ella poi, né altri, non si meravigli della varietà di materia e di forma ne’ miei articoli passati, e, se Dio vuole, futuri. Imperocché le varie specie di scuola, in cui nella mia lunga carriera d’insegnamento mi hanno posto le mie circostanze, e quelle dell’Istituto Calasanziano, chiamarono per necessità il mio studio a cose diverse e disparate; ove sia lecito dire che nel gran campo dell’umano sapere vi abbiano cognizioni ed arti disparate e diverse; e non piuttosto fra loro si colleghino tutte quante, come rami di uno stesso albero immenso, che solo differiscono nello allontanarsi più o meno dalla radice, e divergere più o meno tra loro”.

[12] C’entrerà forse qualcosa anche il voler evitare di votare nel plebiscito di annessione dei territori dell’ex Stato Pontificio al regno d’Italia?

[13] Ricordiamo – per inciso – che la poesia di ispirazione “scientifica” fu uno dei più interessanti sotto-generi della poesia classicista, in cui si distinsero principalmente, oltre a parecchi minori, sia Vincenzo Monti (1754-1828) che Lorenzo Mascheroni (1750-1800), ma di cui si occupò anche il giovane Alessandro Manzoni col poemetto Urania (1809).

[14] Le convinzioni chiaramente classiciste del Giacoletti si sposano con un suo altrettanto evidente anti-romanticismo, già comparso negli anni giovanili romani, quando scriveva, nella Prefazione alle sue poesie latine del 1845, “Inglesi, Francesi, Tedeschi segue ora la nostra gioventù in modo che i posteri diranno aver disimparato l’Italia, non che a regnare, a essere, a vestire, a camminare, a parlare”. Posizioni anti-romantiche si trovano anche, più tardi, nelle Riflessioni sullo studio e l’uso della lingua latina e ragioni del presente saggio, pubblicate come introduzione all’edizione torinese di Il Vapore-Nuovo saggio, del 1861. Del suo anti-romanticismo il Giacoletti investì più tardi anche il collegio di Urbino, tanto che “contribuì, anche con l’autorevolezza ormai ufficialmente consacrata del suo nome, a fare della scuola d’Urbino una roccaforte dell’indirizzo classicistico” (P. Vannucci, op. cit., p. 21). Le posizioni anti-romantiche del Giacoletti ci vengono confermate anche, anni dopo, in vari passi delle Riflessioni sullo studio e l’uso della lingua latina, premesse all’edizione torinese (1861) dei due carmi latini che compongono Il Vapore-Nuovo saggio.

[15] Noto più semplicemente come Certamen (o Certame) di Amsterdam, fu istituito grazie al lascito del dotto olandese Giacomo Enrico Hoeufft (1756-1843) e bandito dall’Istituto Reale Olandese per la prima volta nel 1844; nel 1845 la vittoria andò a Diego Vitrioli, di Reggio Calabria, col poemetto Xiphias. Il 1° premio consisteva in una medaglia d’oro (del peso di circa 250 grammi) e nella pubblicazione dell’opera.

[16] Avuta notizia del miracolo, Papa Gregorio XVI ordinò al suo cardinale vicario Costantino Patrizi di istruire immediatamente un processo canonico, che si svolse dal 17 febbraio al 1º aprile dello stesso anno. Al termine di esso si deliberò “che constava pienamente la verità dell’insigne miracolo operato da D.O.M. per intercessione della B. Maria Vergine, cioè l’istantanea e perfetta conversione di Alfonso Maria Ratisbonne dall’Ebraismo”.

[17] È appena il caso di ricordare che si tratta dell’opera principale del Carletti, cioè la Summa casuum conscientiae, che raccoglie in ordine alfabetico un insieme di regole per chi vuole vivere la propria vita secondo il credo cattolico. Il libro affronta i temi della politica e dell’economia, oltre a quelli della teologia e della morale. L’opera venne stampata per la prima volta nel 1486 e godette di un vasto seguito, tale da vedere circa trenta edizioni in altrettanti anni, ottenendo la definizione di Summa Angelica. Il 10 dicembre 1520 Martin Lutero bruciò nella piazza di Wittenberg, insieme alla propria bolla di scomunica ed alla Summa Theologiae di Tommaso d’Aquino, proprio questo volume, che egli chiamò Summa diabolica.

 

 

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