Mentre la famiglia ducale e la Santa Sindone erano al riparo nelle confortevoli residenze in Genova, il Duca Vittorio Amedeo II e il cugino il Principe Eugenio di Savoia-Soissons, fedele maresciallo delle truppe austro-ungariche mandate dall’Imperatore d’Austria Leopoldo II in aiuto allo stato sabaudo, progettarono l’attacco finale per liberare Torino e si trovarono sulla collina di Superga. C’era lì una piccola nicchia dedicata alla Vergine Maria. Vittorio Amedeo, alla presenza del cugino, fece voto che se Torino fosse stata liberata, avrebbe costruito su quel colle non più una edicola, ma una imponente chiesa, una basilica, in onore della Santa Vergine.

La sera del 6 settembre 1706, dopo cena fatta di carne e frutta, il Principe Eugenio scrisse l’ordine del giorno seguente: «domani, 7 settembre, a Dio piacendo…». Andò tutto secondo i piani e proprio là, al confluire dei due fiumi, a nord di Torino in zona Lucento – Madonna di Campagna – Continassa e Cascina San Giorgio caddero gli ultimi uomini. Le truppe sabaude, unite alle truppe austro-ungariche, entrarono a Torino liberata dai francesi e i Principi insieme alle truppe stremate, alla nobiltà e a tutto il popolo intonarono nel Duomo di Torino il Te Deum di ringraziamento poi, a Palazzo Graneri della Roccia, il Duca e la Corte festeggiarono la vittoria con un ballo. Di lì a poco, tornò a Torino la famiglia del Duca con la Sindone. Più tardi iniziarono, per opera dell’architetto di corte, Filippo Juvarra, sulla collina di Superga, i lavori di costruzione della Basilica, la stessa in cui è sepolto Amedeo II e dove trova pace il cuore del cugino Principe Eugenio di Savoia-Sassonia.

Ancora oggi a Torino, per ricordare l’assedio del 1706, ci sono le vie Pietro Micca e Amedeo II, il Borgo Vittoria e numerosi monumenti, oltre alla Cittadella con tutti i suoi cunicoli. Fra le disposizioni emesse all’indomani della vittoria sulle forze francesi, per tramandarne il ricordo ed esprimere il suo personale sentimento di devozione «alla particolare protezione di Maria Santissima della Consolata», il Duca di Savoia «volle, che tutta la linea di circonvallazione de’ Gallispani nell’assedio di Torino, per l’estensione di circa dodici miglia, marcata venisse col piantamento da esso fatto eseguire a luogo di altrettanti pilastri in pietra, portanti scolpita l’Immagine della stessa Madonna della Consolata».

 

Proprio là, nei pressi della Madonna di Campagna, consultato il Tesoriere di Corte, Amedeo II decise di disporre un intervento a ricordo della vittoria. Fu commissionata una serie di steli in pietra di forma stretta e allungata recanti l’immagine in bassorilievo della Consolata e l’anno dell’assedio, 1706, collocati a partire dall’aprile 1708 «in linea in quella distanza l’una dall’altra che sarà stimata conveniente cominiando da Lusent sin al Palco vechio, nell’istesso sitto ove l’armata francese aveva formata la sua linea per l’Assedio […] il tutto per il fine mottivato dall’A.S.R.». In quell’anno, il 2 aprile, Amedeo II in persona aveva incontrato l’economo della città, il signor Marteno, vicino alla Madonna di Campagna, e gli aveva detto che era suo desiderio far collocare dei pilastrini a partire da Lucento, ad una certa distanza gli uni dagli altri, proprio sulla linea dell’armata francese.

Oggi rimangono ventidue cippi, tutti ricollocati in sedi diverse da quelle originarie, per lo più recuperati durante le opere di urbanizzazione di fine Ottocento prima e quelle del ‘900 con l’allargamento della città alle aree degli attuali quartieri di Lucento e Borgo Vittoria, un tempo aperta campagna. Ben visibile quello a lato della chiesa di Lucento e molto particolari quelli della chiesa di Nostra Signora della Salute e della Vittoria, uno a lato del Santuario della Consolata ed altri quasi mai notati in via Giachino, via Foligno, via Lamporo… È incredibile quanta storia raccontino i nostri borghi e quanta fretta ci distrae dall’osservare la storia. Sono cippi molto semplici, in origine forse erano 200, pietre poste in verticale con incisa la Consolata ed una scritta, 1706.

 

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