San Michele Arcangelo, il comandante delle milizie celesti, il capo delle schiere angeliche fedeli a Dio Onnipotente, il vincitore della battaglia primordiale contro Lucifero e i suoi seguaci, raccontata nel capitolo XII dell’Apocalisse, è sempre stato molto venerato dal popolo cristiano, sia in Oriente che in Occidente.

Nel Messale Romano il suo nome è citato due volte nel Confiteor e nel rito di benedizione dell’incenso, mentre, in tempi più recenti, Papa Leone XIII[1] inserì, dopo aver avuto una spaventosa visione, una speciale preghiera a San Michele dopo l’Ultimo Vangelo della Santa Messa.

Presso Roma, al settimo miglio della via Salaria, sorse probabilmente la prima basilica, oggi scomparsa, a Lui dedicata.

La sua costante protezione sulla Chiesa venne, inoltre, esercitata anche attraverso alcune apparizioni, risalenti principalmente al primo millennio della Cristianità. Le più importanti, fra queste manifestazioni straordinarie, avvennero certamente sul Gargano, in Puglia, tra il 490 ed il 493, quando, secondo la Tradizione, egli richiese di essere onorato all’interno di una grotta ipogea, dove venne poi ritrovato un altare non consacrato da mani umane.

Un’altra famosa apparizione dell’Arcangelo risale all’epoca del pontificato di San Gregorio Magno (590-604). In tale occasione il grande Papa, mentre infuriava una pestilenza, vide il Princeps Militiae Celestis sul tetto del mausoleo dell’imperatore Adriano, nell’atto di rinfoderare la sua spada fiammeggiante. L’evento fu interpretato come il segno di una speciale protezione e, difatti, il contagio rientrò prontamente. Da quel momento, quindi, il mausoleo fu rinominato e così viene indicato ancor oggi come Castel Sant’Angelo.

In questa rapidissima panoramica sulle manifestazioni soprannaturali di San Michele non possiamo, però, dimenticare l’apparizione a Sant’Auberto (morto nel 725), Vescovo di Avranches, risalente al 709. Tale episodio è all’origine del notissimo santuario di Mont Saint Michel in Normandia. La Tradizione racconta che l’Arcangelo avrebbe richiesto la costruzione di una chiesa, a lui dedicata, sulla piccola isola nel Canale della Manica. Ma il presule ignorò, per ben tre volte, il desiderio espresso e il comandante delle milizie divine, allo scopo di mostrare la sua potenza, gli bruciò il cranio toccandolo con un dito, e producendo un foro circolare che tuttavia lasciò in vita l’ecclesiastico. Ancor oggi il capo forato di Sant’Auberto è conservato, in un reliquiario, all’interno del santuario normanno.

 

Le origini della Sacra

Sappiamo con certezza che già i Longobardi, convertitisi al Cristianesimo grazie alla loro regina Teodolinda (570-627), nutrivano una grandissima venerazione verso San Michele. Essi, anzi, attribuivano direttamente una loro vittoria militare dell’anno 663 (la liberazione di Benevento dall’assedio delle truppe dell’Imperatore bizantino Costante II [630-668]), ad un suo intervento diretto sul campo di battaglia al fianco del re Grimoaldo (600-671).

Il culto micaelico si diffuse, dunque, con grande rapidità nell’Italia settentrionale e qualche storico sostiene che, forse, la prima cappella dedicata all’Arcangelo sul monte Pirchiriano, che si trova all’imbocco della Val di Susa, potrebbe risalire proprio all’età longobarda. Non esistono però, in proposito, né documenti scritti, né testimonianze archeologiche precise.

Tutte le cronache giunte fino a noi, seppur frammentarie, fanno invece risalire la fondazione della Sacra agli ultimi anni del X secolo, in un lasso di tempo che va dal 966 al 983 circa.

Una fonte, riferita da un monaco Guglielmo che scrisse intorno al 1090, fa direttamente riferimento alla figura di San Giovanni Vincenzo (955-1000). Quest’uomo di Dio pare fosse stato in precedenza Arcivescovo di Ravenna per poi ritirarsi a vita eremitica sulle montagne della Val di Susa. La tradizione riporta che egli avrebbe desiderato costruire una cappella in onore dell’Arcangelo sul Monte Caprasio, vetta posta nel versante opposto della valle. I materiali raccolti, però, in vista dell’edificazione furono traslati miracolosamente sul Monte Pirchiriano ed il Santo Vescovo comprese così che quella doveva essere la collocazione del santuario più gradita a Dio.

Un’altra narrazione, riferita nella «Chronica Coenobii Sancti Michelis de Clusa», riferisce dell’arrivo del Vescovo di Torino Amizzone (morto nel 1000), che trovò, come nel santuario garganico, un altare dedicato all’Arcangelo già consacrato.

Ad ogni modo gli eremiti iniziarono a costruire un piccolo monastero e, fra gli architetti coinvolti, pare ci sia stato anche il celebre San Guglielmo da Volpiano (962-1031).

Prima furono edificate tre cappelle, che oggi fungono da cripta. La grande chiesa abaziale, invece, per innalzare la quale fu necessario erigere un poderoso basamento in pietra alto ventisei metri, iniziò a svilupparsi intorno alla metà del XII secolo. Nei decenni successivi sorse un convento più grande, di cui oggi restano soltanto le imponenti rovine, che poteva ospitare varie decine di religiosi. Nacquero, così, anche la foresteria, il solenne scalone romanico che consentiva di salire sul basamento, officine e laboratori.

Da quest’epoca fino al XVII secolo, si sviluppò, altresì, una specifica Congregazione Benedettina autonoma, non soggetta all’autorità dei Vescovi del luogo e sciolta, su richiesta dei Duchi di Savoia, con una bolla di Papa Gregorio XV[2] nel 1622. Nel periodo successivo e fino al 1836, l’amministrazione del santuario passò ai Canonici della Collegiata di Giaveno, una cittadina poco lontana, nella limitrofa Val Sangone.

 

Il salto della bell’Alda

Un altro evento assai significativo, sebbene oggi considerato quasi unanimemente leggendario, ci è stato tramandato dallo storico piemontese Padre Pier Giacinto Gallizia (1662-1737), che ne parlò per primo nel 1699, sostenendo di aver udito il racconto da alcuni vecchi che avevano vissuto all’epoca dei fatti.

Una giovinetta, di nome Alda, si era recata a pregare nella chiesa abaziale, ma, all’uscita dal tempio, venne improvvisamente aggredita da alcuni soldati nemici che infestavano la zona. Ella, spaventata per quanto avrebbe potuto capitarle, si mise a correre lungo il muraglione di cinta e, giunta sulla torre angolare del medesimo, piuttosto di cedere alle angherie dei suoi aggressori, preferì gettarsi nel vuoto nel dirupo sottostante. Gli angeli le vennero, però, in aiuto, sostenendola miracolosamente durante la caduta e posandola dolcemente su un prato in fondo alla valle. Purtroppo la ragazza non seppe, però, far tesoro del favore celeste che aveva ottenuto: si inorgoglì e pensò di poter ordinare agli Angeli, a suo piacimento, di soccorrerla anche in futuro. Così, qualche giorno dopo, Alda radunò sul monte le sue amiche e gli abitanti del villaggio dove abitava; davanti a tutti, per una civettuola scommessa, risalì sulla torre e si gettò nuovamente nel precipizio. Questa volta, però, nessuno venne a salvarla e la giovane si schiantò rovinosamente sulle rocce morendo sul colpo. Non bisogna tentare Dio, ci insegna del resto la sana Dottrina, e la Chiesa, quando si è trovata a dover giudicare sulla veridicità dei miracoli, ha sempre accertato che essi avessero una funzione salvifica e non puramente spettacolare.

 

Le vicende più recenti

Anche il nostro augusto monastero, come tanti altri luoghi sacri, dovette subire, purtroppo, la chiusura e pesanti danni ad opera delle truppe napoleoniche che invasero il Piemonte nel 1798. L’istituzione, sebbene notevolmente impoverita, fu comunque ripristinata nel 1817, ma solo nel 1836, per effetto di un Breve di Papa Gregorio XVI[3] e grazie all’interessamento di Re Carlo Alberto (1798-1849), l’intera struttura fu assegnata alla Congregazione della Carità, fondata da Antonio Rosmini (1797-1855). L’abazia passò, inoltre, sotto la giurisdizione dei Vescovi di Susa.

Si ebbe così una notevole rifioritura del convento. La chiesa venne nuovamente officiata con regolarità e il Re Carlo Alberto, che teneva molto al rilancio dell’insigne monumento, fece trasportare alla Sacra le salme di ventiquattro suoi antenati, affidandone ufficialmente la custodia ai padri rosminiani. Questi ultimi, che giunsero ad essere fino a quattordici, riuscirono a restare stabilmente nel monastero anche dopo le famigerate leggi del 1867 che prevedevano l’incameramento, da parte dello Stato, di tutti i beni ecclesiastici. Oggi, però, a seguito della crisi vocazionale che ha colpito quasi tutti gli ordini religiosi dopo il Concilio Vaticano II, i padri permanentemente presenti alla Sacra sono solo tre.

L’antico santuario, a seguito anche della legge regionale n. 64/1994, è stato ufficialmente proclamato «Monumento simbolo del Piemonte» e, grazie anche a questo riconoscimento, ha potuto beneficiare di numerosi approfonditi restauri. Esso domina l’imbocco della Val di Susa e lo si scorge anche da lontano sulla vetta del monte Pirchiriano (m. 960 slm). Nell’ammirarne l’arditezza e l’imponenza della costruzione non si può che restare stupefatti: certo quei monaci architetti erano davvero abili ed animati da una grande Fede.

La Sacra di San Michele è visitata ogni anno da numerosi turisti, ma ben pochi, purtroppo, oltre ad ammirare il panorama o scattare fotografie alle principali opere artistiche, salgono le pendici del monte Pirchiriano con lo spirito dei pellegrini devoti al Principe delle Milizie Celesti.

I tempi sono, dunque, davvero cambiati e l’architettura delle chiese contemporanee, ben diversa dalla solennità di questo complesso, ne è una eloquente testimonianza.

 

 

[1] Nato Vincenzo Gioacchino Raffaele Luigi Pecci nel 1810, eletto Papa nel 1878 e morto nel 1903.

[2] Nato Alessandro Ludovisi nel 1554, eletto Papa nel 1621 e morto nel 1623)

[3] Al secolo Bartolomeo Alberto (in religione Mauro) Cappellari, nato nel 1765, eletto Papa nel 1831 e morto nel 1846.

 

 

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