Le Vetrate nascono come forma d’arte sacra, non è possibile infatti scindere in esse il binomio arte/sacralità.

Il rapporto intrinseco delle vetrate con la luce infatti è costitutivo della loro essenza, ed è anche il motivo della loro genesi.

Il Credo cristiano recita: Luce da luce, Cristo Dio è luce, la radice di ogni arte religiosa ha la sua anima nella luce.

Essa perde il suo carattere puramente fisico perché per suo mezzo Dio comunica all’uomo la sua Verità, la sua Bontà, la sua Bellezza.

La fioritura dell’arte del medioevo risente degli influssi delle filosofie della luce e gli scritti del mistico Dionigi l’areopagita del V sec, che ripensa il neo-platonismo in chiave cristiana, ispirarono il padre dell’architettura gotica, l’Abate Suger. Egli fece decorare St. Denis, la chiesa abbaziale vicino a Parigi, con le più «radiose vetrate allo scopo di illuminare le menti degli uomini perché per mezzo Suo possano giungere a comprendere la luce di Dio».

Questo è l’humus in cui nasce l’arte delle vetrate che si fondava sul concetto Dio/Luce.

Gli architetti medievali avevano talmente radicata questa convinzione che forzarono le regole architettoniche per realizzare, con quelle enormi superfici di vetrate, l’idea spirituale della “luce divina”, così da riuscire nell’intento di donare quell’atmosfera di un mondo Altro che ancora oggi possiamo avvertire entrando in una cattedrale gotica.

Nelle altre forme di arte la luce viene “riprodotta”, applicata con l’aggiunta del bianco, nelle vetrate la luce non si può aggiungere perché è già lì, gli artisti medievali ne conoscevano la forza e la valenza all’interno del messaggio e avevano studiato esattamente le proporzioni del “bianco” luce e del “nero” ombra; la relazione tra la luce e Dio connaturava il messaggio delle vetrate che non era solo e unicamente didascalico come spesso si dice, ma anche emozionale e devozionale.

Esse mai prescindevano dal loro significato cultuale.

Le rappresentazioni delle prime vetrate, di cui quelle di Chartres sono un esempio fulgido, erano specchio dell’arte di quel periodo che era partecipazione e rappresentazione. Un’arte che si esprimeva con un linguaggio sintetico, simbolico, che doveva essere immediatamente compreso, per raccontare a tutti i fedeli in modo “bello” il culto, in un’immediatezza senza fronzoli, ma efficace per l’unanime partecipazione.

Gli artisti che si occupavano della progettazione generale e di dipingere le parti iconografiche (non erano solo dei semplici artigiani come siamo abituati a pensare) erano spesso colti, dotti, a volte eruditi e avevano un vantaggio che gli artisti delle epoche successive cominciarono a smarrire: la vicinanza alle Sacre Scritture e alla tradizione ad esse collegata.

Rispettavano questa tradizione, come una Regola, perché esisteva un ossequio della trasmissione di memorie, che avvicinava l’artista, a motivo della peculiarità di questa arte, sia dal punto di vista tecnico e compositivo, che dal punto di vista proprio teologico, al senso vero del messaggio cristiano.

Tutto ciò significava essere degni comunicatori della Parola di Dio, e capaci recipienti di ispirazione.

La loro arte era davvero Arte Sacra.

 

 

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