Il volume Scritti su Cesare Brandi 1946-2017. Un incantevole compagno di strada, a cura di Vittorio Brandi Rubiu (Silvana Editoriale, marzo 2021, pp. 368, € 28,00), raccoglie un’antologia ragionata di scritti su Cesare Brandi. Una raccolta di ampio respiro, suddivisa in cinque sezioni – lo scrittore, il filosofo, la forma del saggio, il teorico del restauro, il critico e lo storico dell’arte – che dà conto della varietà e della vastità dell’area culturale in cui si colloca l’opera dello studioso. Un omaggio a una figura di grande rilievo per la cultura italiana, attraverso gli scritti di personalità di indubbia caratura, che hanno tratto dall’insegnamento di Brandi spunti di riflessione che meritano di essere riportati all’attenzione del pubblico. Un testo curato dal figlio dell’illustre personaggio e prefato da Giuseppe Appella. Una raccolta che mancava nel panorama della cultura e dell’arte italiana. Un ricco campionario di personaggi legati alla vita di colui che seppe essere poeta e filosofo; artista, critico d’arte, pragmatico ed operativo. Viaggiatore indefesso. Scrutatore, scopritore, salvatore di affreschi, di culture ormai nascoste, abbandonate, attratte da quell’oblio che solo gli uomini incauti sanno produrre. Infatti, i testi contenuti in questa collettanea sono firmati, solo per fare alcuni riferimenti eccellenti da: Benedetto Croce, Carlo Bo, Geno Pampaloni, Nicola Abbagnano, Alberto Arbasino, Leone Piccioni Carlo Giulio Argan, Vittorio Sgarbi, Quirino Principe, Dino Buzzati, Giorgio Manganelli, Achille Bonito Oliva. Un testo su Brandi, su colui che Buzzati definì: “un pozzo di erudizione”. Cesare Brandi, che fu avversato per le sue idee avveniristiche e tutte risultate vincenti, torna sulla scena per essere conosciuto, apprezzato, valorizzato, attraverso questi scritti che non lo esaltano in maniera iconografica, ma realmente, così come egli fu e si fece conoscere. Nella quarta di copertina viene riportato un giudizio espresso da Pier Paolo Pasolini, che mi piace riprendere: “Questo eterno, diabolico, ignoto: Cesare Brandi è l’uomo meno raro e difficoltoso che abbia incontrato. Dopo i primi minuti allarmanti, anzi per me quasi terrificanti, egli è stato di una precisione e calore di lingua come raramente ho incontrato”. Brandi, il visionario, secondo alcuni, il velleitario, secondo altri. Sia l’uno che l’altro nell’ottica e nella prospettiva di un sano e ricostruito rinascimento, risorgimento dell’arte antica e moderna fusa nelle maglie descrittive, trafilate dall’organico recupero estetico; dal sapiente restauro per restituire, per consolidare, per ammonire quanto di necessario fosse giusto perché l’uomo, ogni uomo, non cadesse nelle trappole dell’indifferenza. Brandi fu capace di suscitare ed animare dibattiti vivaci, coscienti, lucidi, perseguendo i fini nobili di una civiltà da recuperare e da non considerare decaduta o decadente. Da tutti gli scritti recuperati e racchiusi nel volume, emerge una sola verità a sostegno di realtà dimenticate, ritenute obsolete, ma riportate alla luce, nei giusti posti della conservazione, della riabilitazione artistica, storica, culturale, monumentale. Brandi, come è andato manifestandosi lungo le pagine del poderoso volume, ebbe il pregio, il privilegio di essere toscano, senese per la precisione, cioè con il piglio giusto; di essere figlio di una terra d’arte testimone, attrice e non spettatrice degli eventi. La caratura mondiale ed internazionale di Brandi fanno di lui il pilastro sacro e consacrato da tutta quella critica oggettiva e soggettiva che lo ha coinvolto nei processi di transizione: dal dopoguerra ,all’Italia che andava industrializzandosi. All’Italia che progrediva, ma che perdeva smalto, capacità di identificarsi con il suo più antico e recente passato. All’Italia distrutta dalla guerra, ma che, consapevolmente o inconsapevolmente, continuava a distruggere. A nascondere i suoi gioielli, per la sua incapacità di proporsi, di argomentare con sostegno quanto di buono aveva ereditato. Brandi da una spinta accelerativa a questo processo, sostenendo tesi, confrontandosi con la sua formazione culturale e con i suoi maestri, ma, anche, con il suo istinto ragionevole, di persona sensibile, perspicace nel cogliere e nel saper cogliere le fortune storiche dei popoli passati e di quelli futuri. Brandi ha messo un sigillo sulla storia dell’arte italiana. E’ stato maestro, allievo e discepolo. Ha tracciato alcune vie sulle quali ha camminato e ha fatto camminare tanti altri. Soprattutto coloro che in lui non avevano creduto e che, poi, alla fine si sono ricreduti.

 

 

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