Paura del domani?

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A forza di sentire di notizie di guerre prossime in arrivo, di terremoti che sono già arrivati, di crolli economici e di mancanza di rifornimento di gas, il livello di timore e paura per il domani ha raggiunto nella gente livelli elevati. Se troviamo qualcuno che vive serenamente l’oggi, contento della vita, che sorride alle cose che vengono e che avvengono lo riteniamo uno sciocco, un irresponsabile, un superficialone che non sa quello che avviene nel mondo e al quale non importano i guai dell’umanità, come i famosi topi che ballano nella nave che affonda cantando: “Che c’importa? La nave non è nostra”. Tale figuro è l’egoista. L’altruista, invece, si preoccupa.

Ma le cose stanno realmente così?

A ben considerare, nel Vangelo e nella Bibbia la prospettiva è diversa. Gesù non dice mai di preoccuparsi del domani. Dice l’esatto contrario, di non preoccuparsi: «Per la vostra vita, non affannatevi di quello che mangerete o berrete, o quello che indosserete. Di queste cose si preoccupano i pagani. Non affannatevi dunque per il domani» (Mt 7,25.32.34). Nelle Lettere san Paolo, idem: «Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste» (Col 4,5). Quell’ «non angustiatevi per nulla» può essere anche tradotto meglio con: “non coltivate le vostre preoccupazioni”.

A riguardo poi degli eventi esterni, delle cose che succedono nel mondo e nella società, vale sempre il detto del saggio Qoelet: «Non c’è niente di nuovo sotto il sole» (Qo 1,9). Ma proprio niente. E insiste, nel versetto successivo: «C’è forse qualcosa di cui si possa dire: guarda questa è una novità? Proprio questa è già stata nei secoli che ci hanno preceduto».

Tutta questa preoccupazione per il domani dunque non sembra essere gradita a Dio. Ma, aggiungo, nemmeno tutta la tensione che deriva nella nostra vita dagli eventi passati è qualcosa di positivo. In sostanza, l’uomo sembra sempre muoversi tra il tempo passato, che fu, e il tempo futuro, che sarà, andando a coltivare una montagna di preoccupazioni da una parte e dall’altra, per rendere amaro e invivibile l’unico momento reale che possediamo, il presente, l’adesso.

Facciamo una prova: tracciamo una lunga linea retta sul suolo, e andiamo a posizionarci nel bel mezzo della striscia; se ci volgiamo indietro vediamo tutto il nostro passato, se ci volgiamo in avanti c’è tutto il nostro futuro. I ricordi del passato sono quelli che fanno la fortuna degli psicologi (psicanalisti, psichiatri, eccetera) perché gli episodi dolorosi del passato tornano fuori in qualche modo e condizionano il presente, bloccandolo e a volte rovinandolo completamente. Questo, per il passato. Per il futuro, le paure, come detto, ci angosciano prima ancora che siano avvenute: io mi immagino e mi faccio scenari apocalittici, e per questo sto malissimo. Insomma, stare su questa linea retta guardandosi sempre indietro e in avanti è una vera pena.

Ebbene, dobbiamo sapere che questa linea, sic et simpliciter, non esiste. La mia vita non è più nel passato, e non è affatto nel futuro, tanto che per quel che riguarda il futuro io non so nemmeno se camperò fino a domattina, non sono padrone del tempo nemmeno per lo spazio di un minuto. Il futuro, semplicemente, non c’è. Me lo immagino, ma non c’è. E se non muoio io per conto mio, potrebbe anche finire il mondo questa sera. Chi mi assicura che ciò non sarà?

Conclusione: la vera dimensione nel quale si muove l’uomo non è nel pendolo “passato-futuro”, ma piuttosto nella dinamica “presente-vita eterna”. Facciamo allora un’altra prova: cancelliamo la linea retta e teniamo solo un punto, nel terreno. Mettiamoci su quel punto e chiamiamolo “presente”. Dietro non c’è nulla, davanti non c’è nulla. Ma c’è qualcosa di lato, una linea enorme che si perde nel passato e si protende verso quello che verrà, e chiamiamola “vita eterna”. Noi possiamo spostarci di lato, e finire nella vita eterna, in ogni momento. Un giorno questo passaggio sarà definitivo (con la nostra morte) ma fin da ora l’unico movimento possibile (e reale) è il passaggio continuo dall’oggi alla vita eterna. Voi capite facilmente che in questa vita eterna ogni cosa presente acquista un valore e una luce diversa, perché questa vita eterna altro non è che Cristo. Non lo dico io, lo dice san Giovanni al termine della sua Prima Lettera: «Noi siamo nel vero Dio e nel Figlio suo Gesù Cristo: egli è il vero Dio e la vita eterna” (1 Gv 5,20). Quella congiunzione “e” è fondamentale: ci dice che Gesù è una persona (Dio), ma contemporaneamente una realtà, un eone, una dimensione: la vita eterna.

Capite allora che in questa linea “vita eterna” non ci possono essere preoccupazioni per il futuro, perché il futuro lì non esiste. Forse aveva ragione Kierkegaard quando affermava che il futuro è un’invenzione del demonio. Quando siamo nella vita eterna, guardiamo agli avvenimenti che verranno con spirito di fede, quindi siamo tranquilli. Sappiamo che ci saranno eventi delittuosi, come ci sono sempre stati nella storia del mondo, come anche sappiamo che conosceremo prove e lutti, ma non ci pre-occupiamo in anticipo, perché siamo nella vita eterna, e il Signore ci aiuta a cogliere tutto dalle Sue mani. Se saranno sofferenze, le vivremo come purificazione dai peccati, come partecipazione alla Passione del Signore; se saranno cose buone ce ne rallegreremo, ma tutto quello che sarà non è oggetto della nostra angoscia presente. A riguardo del passato, poi, anche in questo caso chi vive nella linea vita-eterna non si turba, perché se ha chiesto perdono per peccati di gioventù ed è stato perdonato, sa che essi non esistono più, e se ci sono conseguenze sul piano psicologico, chiede allo Spirito Santo che la sua anima venga risanata nel presente, perché lo Spirito è “datore di vita”.

Il passato, per quanto inquietante o fastidioso, non può avere un imperio nella nostra vita. La Maddalena aveva un passato pesante, ma quando si fece discepola del Signore superò in ardore e fede tutti gli apostoli. Era una donna che amava molto e non si ripiegava continuamente su se stessa. Ricordava il suo passato e i suoi errori trasportandoli nel suo presente, e il presente era semplicemente Cristo, il perdono, la vita, l’amore. Il passato, in sostanza, per lei non esisteva più.

La vita religiosa correttamente intesa, soprattutto la vita contemplativa, insegna a vivere il presente come unico momento a disposizione, momento che è riempito dalla divina presenza del Signore risorto. Ma tale ricchezza non è una prerogativa dei monaci di clausura: è la vita proposta da Gesù e che Maria di Betania ci insegna. Ella si è scelta la “parte migliore”, la quale suppone quindi una parte peggiore, definita da Gesù “preoccupazione per molte cose”.

Ma allora, si obietterà, chi vive così è sempre felice perché Dio è con lui e provvede a tutto? Non deve avere, quest’uomo, proprio nessuna preoccupazione? Niente affatto! Deve averne, ma averne una sola. «Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo e dopo questo non possono fare più nulla. Vi mostrerò invece di chi dovete avere paura: temete colui che, dopo avere ucciso, ha il potere di gettare della Geenna. Sì, velo dico: temete costui» (Lc 12,4-5). Si parla del demonio, che va proprio ad occupare lo spazio del presente (l’unico che abbiamo a disposizione, noi, ma anche lui) inducendoci e stimolandoci al peccato. Se egli riesce a convincerci di peccare (non gli ci vuole molto, purtroppo…) e noi disgraziatamente gli diamo retta, anziché fare il passo verso la vita eterna, lo facciamo verso la separazione eterna. Se la morte ci sorprenderà mentre saremo in tale stato, non avremo bisogno che Dio ci “mandi” all’Inferno, perché vi saremo già. Lì non c’è futuro né passato, appunto perché anche l’Inferno, come il Paradiso, è eterno. Di qui ne viene che non c’è guerra che possa farci paura, non c’è malattia che possa angosciarci, non c’è conduttura del gas che possa rovinarci. L’unico vero grande nemico dell’uomo è il peccato. Peccato che non è nel passato né nel futuro, ma nell’oggi, nell’adesso, se lo scelgo e lo voglio. Sì, questa deve essere assolutamente l’unica preoccupazione dell’uomo.

Ma questo non viene più detto. Ci vogliono convincere che il vero male è qualcosa che verrà un domani. Ma nel domani, noi, non ci saremo, come cantavano i Nomadi in una canzone di anni fa. Noi siamo solo nell’oggi, nell’adesso. E qui possiamo essere tutti di Dio o tutti contro Dio.

La lotta al peccato è la vita della Chiesa. E i sacramenti, la preghiera, la penitenza, la fede, l’esercizio dell’umiltà e della carità le sue armi, da sempre. Non v’è altra battaglia, non v’è altra preoccupazione.

 

 

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