Come già abbiamo evidenziato nelle scorse puntate, Papa Paolo VI nel canonizzare i martiri per mano anglicana offrì una rappresentanza territoriale di quelle che divennero poi le varie componenti del Regno Unito. A rappresentare la Scozia il sacerdote gesuita John Ogilvie. Così dice di lui il Martirologio Romano: «A Glasgow in Scozia, san Giovanni Olgivie, sacerdote della Compagnia di Gesù e martire: trascorsi molti anni nello studio della sacra teologia esule per i regni di Europa, ordinato sacerdote, tornò di nascosto in patria, dove con somma diligenza si dedicò alla cura pastorale dei suoi concittadini, finché, messo in prigione sotto il re Giacomo VI e condannato a morte, ricevette sul patibolo la gloriosa palma del martirio».

Re Giacomo era omosessuale: James Stuart (Edimburgo, 19 giugno 1566 – Londra, 27 marzo 1625) ascese ai troni di Scozia e Inghilterra con i nomi, rispettivamente, di Giacomo VI di Scozia e Giacomo I d’Inghilterra, per primo regnò su tutte le isole britanniche, avendo unificato le corone d’Inghilterra, Scozia e Irlanda. Uno degli aspetti più chiacchierati della sua vita furono proprio i suoi gusti sessuali. Un epigramma dell’epoca recitava «Rex fuit Elisabeth, nunc est regina Jacobus» (Elisabetta fu re: ora è regina Giacomo). È fuori questione che il re, nello scegliere i suoi favoriti, privilegiasse i gentiluomini giovani e belli, anche se di famiglia non particolarmente importante: la carriera di Robert Carr, I conte di Somerset, e di George Villiers ne sono un esempio. Quando Giacomo riferì al Privy Council nel 1617 dei favoritismi a quest’ultimo (nominato nel 1615 gentiluomo della camera da letto, nel 1616 cavaliere e visconte, per poi nominarlo conte l’anno successivo), dichiarò senza ritegno: «Io, Giacomo, non sono né un dio né un angelo, ma un uomo come qualsiasi altro. Perciò mi comporto come un uomo e confesso di amare quegli uomini a me più cari di altri. Potete essere sicuri che amo il Conte di Buckingham più di chiunque altro, e più di voi che siete qui riuniti. Io desidero parlare per conto mio e non credo sia un difetto, perché Gesù Cristo ha fatto lo stesso, e pertanto non posso essere accusato. Cristo aveva Giovanni, io ho George». Definirlo blasfemo è assai riduttivo.

John Ogilvie (Ogilby) nacque nel 1579 a Drum in Scozia e di lui non sappiamo nulla con certezza prima del 1593, anno in cui fu inviato quattordicenne in Europa a studiare, come molte famiglie facoltose della Gran Bretagna erano solite fare, in quell’epoca, con i loro figli. Si convertì al Cattolicesimo ed entrò nel Collegio scozzese di Douai in Francia; nel 1595 si trasferì a Lovanio in Belgio, dove venne affidato alla guida di Padre Cornelio a Lapide. Tre anni dopo, nel 1598, lasciò Lovanio per proseguire gli studi a Ratisbona, in Germania, nel Collegio dei benedettini scozzesi, poi presso i gesuiti ad Olmütz, dove sentì la chiamata di Dio alla vita religiosa. Venne ammesso al noviziato gesuita di Brunn in Moravia, in cui entrò il 24 dicembre 1599, all’età di vent’anni. Nel 1607 era a Vienna come docente di sacra eloquenza, ruolo ricoperto per due anni, nel biennio successivo, poi nuovamente ad Olmütz a studiare teologia.

Venne ordinato sacerdote a Parigi nel 1610 e destinato a Rouen. Era però da tempo suo desiderio poter ritornare nella sua patria, la Scozia, per operare nelle missioni cattoliche. In tutta la Gran Bretagna era in corso la persecuzione anticattolica, attuata per mano dei riformatori anglicani e sostenuta da Re Giacomo. In Scozia, pur essendo della stessa intensità nelle restrizioni e nelle sofferenze, ebbe a mietere comunque pochissime vittime. Dopo oltre due anni di richieste, rivolte anche al generale gesuita Padre Claudio Acquaviva, il suo desiderio fu esaudito e nell’autunno del 1613 poté partire e sbarcare a Leith, sobborgo di Edimburgo. Dopo 22 anni di assenza riuscì dunque finalmente ad entrare in Scozia con la falsa identità di «Capitano Watson». Iniziò a dedicarsi all’apostolato missionario proprio a Edimburgo, ospite di Guglielmo Sinclair, Avvocato al Parlamento e fervente cattolico, celebrando clandestinamente le Sante Messe, frequentatissime da parte dei fedeli, predicando ai tanti cattolici scozzesi che meditavano con interesse le sue parole. Padre Ogilvie si spinse, travestito, anche nelle carceri a confortare i numerosi cattolici prigionieri. Recatosi anche a Londra e Glasgow, fu proprio in questa città che venne arrestato il 4 ottobre 1614, su denuncia di Adam Boyd fatta all’Arcivescovo protestante. Per quattro mesi subì dolorosissime torture e restando sempre strettamente incatenato, tanto da poter compiere pochissimi movimenti, comparì davanti ai giudici scozzesi per cinque volte, dal 1614 al 1615. Sono stati tramandati due resoconti molto particolareggiati dei processi, uno redatto dallo stesso Ogilvie e completato dai compagni di prigionia, l’altro costituito dalla relazione ufficiale inglese fatta scrivere dall’Arcivescovo protestante Spottiswood, subito dopo l’uccisione del martire.

Il 10 marzo 1615 il sacerdote venne dichiarato reo di lesa maestà dal tribunale di Glasgow e condannato a morte mediante impiccagione. La sentenza venne eseguita nel pomeriggio dello stesso giorno, sulla forca innalzata al centro della città nel crocevia detto «Glasgow Cross». Contrariamente agli altri condannati, gli fu risparmiato lo scempio dello squartamento dopo morto. Non si finisce mai di restare sgomenti davanti alle efferatezze inventate dagli esseri umani contro i propri simili: l’odio che investì gli anglicani nei confronti dei cattolici fu di proporzioni spaventose. Fu subito sepolto nel cimitero dei condannati e dei suoi resti non se ne seppe più nulla. La sua causa di beatificazione fu associata nel 1922 a quelle di numerosi martiri inglesi, ma l’episcopato, il clero ed i cattolici scozzesi richiesero un processo apposito per questo martire, gloria della Chiesa in Scozia. John Ogilvie fu beatificato il 22 novembre 1929 da Papa Pio XI ed infine canonizzato da Papa Paolo VI il 17 ottobre 1976.

 

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