«Quanti oggi credono all’esistenza, all’azione, alle vittorie del Demonio? È questo il suo successo più grande: convincere il mondo di non esistere, di essere scomparso per sempre, e invece agire indisturbato, colpire le creature indifese. Indifese perché incredule: da cosa difendersi, se il male non esiste più?». Queste sono le efficaci domande che il vaticanista Domenico Agasso, figlio e nipote d’arte nel campo giornalistico, che pone nel suo ultimo libro biografico dedicato ad un esorcista che ha lasciato approfonditi studi e preziose testimonianze del regno del male, che agisce e influisce nel mondo e «come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare», come insegna san Pietro (1Pt 5,8). Stiamo parlando del libro Don Amorth continua. La biografia ufficiale, edito in questi giorni dalla San Paolo (pp. 240, € 18,00)

Il grande Tentatore, in quest’età così povera di umiltà e così tracotante del suo “sapere”, ha fatto terra bruciata di sé a livello cognitivo nella mente e nella spiritualità delle persone, per avere ampio potere nell’elargire con grande prodigalità peccati, vizi, edonismi, depravazioni, turpitudini, angosce, violenze, delinquenza, depressioni, crudeltà e pervertimenti (si pensi all’adozione dei bambini da parte delle coppie omosessuali o alla formazione gender nelle scuole) omicidi (compreso l’aborto)…

Con lucida osservazione Agasso afferma: «Quel che è peggio, la Chiesa stessa sembra dimentica del Demonio. Dopo averci insistito per secoli, adesso, nella modernità più sregolata, ha abbandonato la sfida. Come se il Vangelo non fosse lì, da sempre, ancora e ancora, a mettere in guardia, a insistere, a ripetere che il cuore di ogni uomo – anche quello di Pietro e quello di Giuda, due dei Dodici vicinissimi a Gesù – può essere conquistato dal signore del male, può esserne travolto, con risultati disastrosi per l’uomo singolo e l’umanità. intera. No, non basta più nemmeno il Vangelo. Non bastano i santi, i Papi, i vescovi e i preti che, lungo duemila anni, si sono cimentati nella lotta contro il Maligno».

È vero, non bastano più: il tronfio uomo e la tronfia donna dell’età contemporanea bastano a se stessi, e i risultati si vedono in questa società che fa marcire le anime per far risaltare l’idolatria dei corpi.

Fanno conto che Gesù Cristo, considerato ormai più uomo che Seconda Persona della Santissima Trinità, della quale neanche si sente più parlare, sia venuto nel mondo non per distruggere il peccato in noi, non per vincere il demonio con la Sua presenza sacramentale e la Grazia di Dio, ma per essere un modello ed una guida “accomodante”, “carezzevole”, di “mediazione culturale”, “pluralista”, “relativista”, il quale, con la Sua morte in Croce ha già tutti giustificato senza necessità di conversione alla Chiesa cattolica.

I Novissimi, come Satana sono diventati retaggi di un passato assolutamente da scartare, “roba da Medioevo”, età ricchissima di spiritualità e proprio per questo foriera di sublime Cultura e di eccezionali figure, maschili e femminili in tutti gli ambiti del sapere umano, ma che l’Illuminismo, il razionalismo e il positivismo hanno sbeffeggiato, lordato e vessato con la sua Chiesa.

«Gli stessi concetti di bene e di male si sono modificati nella mentalità comune. Che cosa è bene e cosa male? Chi può dirlo. Tutto è relativo. Ognuno ha il diritto di costruirsi un bene e un male su misura per sé; e se ciò danneggia altri, che importa: l’uomo è libero o no? […] Così l’umanità corre verso un destino oscuro e spaventoso, già visto, già vissuto: l’uomo divora l’uomo, homo homini lupus».

Ecco che l’autore pone e propone riflessioni, avvertendo il diabolico malessere generale nella vita civile come in quella religiosa.

Nella giungla di un fittizio benessere immanente e democratico di marchio occidentale, il cui modello valoriale cresciuto sotto l’albero giacobino dei senza Dio, è esistito un sacerdote che per trent’anni ha vissuto combattendo proprio il Principe di questo mondo e i suoi giannizzeri, i demoni. Don Gabriele Amorth ha fatto scuola, ridando visibilità «e nobiltà alla pratica antica dell’esorcismo, trascinando alla battaglia altri giovani sacerdoti, sensibilizzando i vescovi».

Originario di Modena con una famiglia profondamente cattolica, si trovò vice-comandante di piazza della sua città e comandante del 3º Battaglione della 2ª Brigata Italia. A vent’anni, conclusa la seconda Guerra mondiale, gli fu conferita la Croce di guerra al valor militare. Dopo la sua avventura bellica, si ritrovò nelle maglie della Democrazia Cristiana, che videro in lui una personalità da considerare seriamente. Nel 1947, a 22 anni fu già nominato vice delegato nazionale dall’allora presidente dei Movimenti giovanili della Democrazia Cristiana, Giulio Andreotti.

Poi, la scelta decisiva: «All’epoca ero legato al gruppo politico di Giorgio La Pira, Giuseppe Dossetti, Amintore Fanfani e Giuseppe Lazzati. Quando Andreotti venne promosso alla segreteria della presidenza del Consiglio mi proposero di prendere il suo posto. Non ci pensai un solo istante. Lasciai la politica». Lasciare quella politica significava interrompere un percorso carico di successi, di prestigio e di pecunia. «[…] ho capito che se mi fossi fatto vincolare dalla politica non ne sarei più uscito, invece volevo essere fedele ai patti con don Alberione», che andò a cercare nell’autunno del 1947 ad Alba e al quale diede retta. Laureatosi in giurisprudenza fra i Paolini, il 24 gennaio 1954 venne ordinato sacerdote, nel centenario del dogma dell’Immacolata Concezione. Alba, che grazie a don Alberione divenne una delle capitali editoriali cattoliche più produttive al mondo,  è divenuto il centro formativo dell’apostolato mediatico del giovane sacerdote.

L’autore ricorda in queste pagine la mirabile opera del beato Giacomo Alberione, fondatore della Società San Paolo nel 1914, embrione della «Famiglia Paoline», e qui cogliamo un tratto non certo irrilevante: quando suo padre in religione è sul letto di morte, già moribondo e in stato d’incoscienza, lo va a trovare papa Paolo VI, che si mette in ginocchio accanto al giaciglio e prega, dandogli l’assoluzione in latino, quel latino che da due anni era stato bruscamente eliminato dalla riforma liturgica per amore della «partecipazione attiva» dei fedeli… una partecipazione che si è si è tristemente tramutata in assenza di vocazioni sacerdotali e di fedeli, sempre più latitanti e distanti dalle chiese. Ma questa è un’altra storia…

Dopo un’ora dalla visita di Paolo VI, don Alberione muore, era il 26 novembre del 1971. Un altro aspetto che non possiamo trascurare è quando padre Amorth ebbe un contrasto con il cardinale Anastasio Ballestrero, all’epoca presidente della CEI. Ma facciamo un passo indietro per comprendere l’accaduto.

Nel 1958, mentre si insidia papa Giovanni XXIII sul soglio di san Pietro, il giovane paolino è al lavoro per consacrare l’Italia alla Madonna, un’impresa enorme, che coinvolgerà tutta la nazione. L’idea fu proprio sua e venne accolta perché il paolino preallertò i Vescovi. Così venne nominato segretario del Comitato organizzatore e si dedicò per un anno completamente a questa missione mariana, con la maggior parte dei presuli che approvò l’iniziativa ancor prima che venisse messa ai voti dalla CEI, allora presieduta dal cardinale Giacomo Lercaro. E l’Italia venne consacrata al Cuore Immacolato di Maria il 13 settembre del 1959: «Tutto avvenne a Catania [nella foto sopra a destra]. Fu il coronamento del XVI Congresso eucaristico nazionale. Fu una mirabile sinfonia tra culto eucaristico e venerazione di Maria. Con quell’evento si voleva restituire la nazione alla Madonna per un risveglio di fede […] Non solo, dovetti anche adoperarmi nei mesi precedenti per far arrivare in tutti i capoluoghi italiani la statua della Madonna di Fatima. Fu un anno di duro lavoro. Un anno dedicato alla Madonna, al regno della luce».

La Peregrinatio Mariae, con la statua della Madonna di Fatima, giunse in Italia nel 1959, fu un capitolo straordinario di devozione mariana sul territorio italiano, che ebbe molte critiche da parte dei non credenti, degli anticlericali e delle sinistre. Ci furono anche due impreviste soste, volute e fatte realizzare da don Amorth: da Padre Pio a San Giovanni Rotondo, di cui era figlio spirituale, e da don Alberione al santuario Regina Apostolorum della Famiglia Paolina a Roma. «Siccome organizzavo io le cose, ed ero già da alcuni anni figlio spirituale di padre Pio, ho riservato un giorno perché la Madonna andasse proprio da lui: il 5 agosto». Quello straordinario viaggio mariano, dove la Madonna era stata la protagonista per volere di padre Gabriele, a suo stesso dire fu l’avventura più bella sua vita.

 

13 settembre 1959, l’Atto di consacrazione dell’Italia al Cuore Immacolato di Maria pronunciato dal cardinale arcivescovo di Napoli Marcello Mammì, davanti a 400 mila fedeli. «L’avvenire d’Italia» titolò a nove colonne: L’Italia consacrata alla Madonna

 

I problemi si aprirono subito dopo il grande successo, con milioni e milioni di fedeli che erano stati coinvolti in un’impresa che li rese spiritualmente pieni e felici. Tutto, però, si silenziò, come se gli scontenti e sconfitti avessero fatto rimostranze alle più alte gerarchie della Chiesa. In fatti, quando padre Gabriele propose ai Vescovi di preparare una pubblicazione inerente ai fatti straordinari che si erano manifestati con tanta sentita partecipazione di parroci e di popolo, questa volta giunsero dei secchi rifiuti: «non ne volevano più sentir parlare».

Che cos’era tutta quella devozione? La Madonna di Fatima, lo sappiamo era legata al famoso “Terzo segreto”… fra poco si sarebbe aperto il Concilio Vaticano II, il Concilio dei venti nuovi nella Chiesa, una Chiesa che chiedeva di essere aggiornata per “dialogare” con il mondo, con i lontani. Come poteva essere internazionalmente accreditata se sosteneva manifestazioni popolari che la nuova teologia e i pastori progressisti consideravano atti che inducevano alla superstizione?

Trent’anni dopo, nel 1984, padre Gabriele tornò sull’argomento: desiderava che la Chiesa in qualche modo festeggiasse i 25 anni di quello straordinario anno in cui la Madonna Pellegrina aveva sorvolato sull’elicottero [nella foto a sinistra] per essere trasportata da Nord a Sud nelle diverse tappe. Allora ne parlò con il nuovo presidente della CEI, il carmelitano Anastasio Ballestrero, ma: «Lui era contrarissimo perché aveva l’incubo del devozionismo. Diceva che questa era una forma di devozionismo, quindi ha bocciato tutte le proposte da me fatte alla CEI. Per questo non si è mosso nessuno e l’anniversario non fu sentito». Il paolino si accontentò, dunque, di scrivere un libretto sull’anniversario per la predicazione dei parroci nel mese di maggio, libretto che andò a ruba e fu necessario ristamparlo più e più volte.

Egli, che con tanto amore e con tanto zelo si era prodigato per portare la Madonna di Fatima in Italia, fu sempre protetto e assistito da Maria Santissima e probabilmente fu proprio Lei ad intercedere presso il Signore perché entrasse in quella missione sacerdotale tanto impegnativa quanto delicatissima: il ministero dell’esorcista.

L’11 giugno 1986 ricevette una lettera stilata dal cardinale Ugo Poletti, arcivescovo vicario di Roma: «Caro padre Gabriele, non occorre che dica nulla. Così ho deciso e così deve essere. La Chiesa ha un disperato bisogno di esorcisti. Roma soprattutto. Ci sono troppe persone che soffrono perché possedute e nessuno è incaricato di liberarle. Padre Candido [Amantini] da tempo mi ha chiesto un aiuto. Io ho sempre tergiversato. Non sapevo chi mandargli. Quando lei mi ha detto che lo conosceva ho capito che non potevo indugiare oltre. Lei farà bene. Non abbia paura. Padre Candido è un maestro speciale. Saprà come aiutarla».

Padre Candido dell’Immacolata Amantini, che per 36 anni fu l’esorcista ufficiale della diocesi romana, iniziò ad occuparsi di esorcismo con Alessandro Coletti, esorcista della diocesi di Arezzo e già suo allievo in seminario, con il quale effettuò il suo primo esorcismo. Conobbe san Pio da Pietrelcina, il quale disse di lui: «È un sacerdote secondo il cuore di Dio».

Dalla lettera del cardinale Poletti ha il percorso terribile e pericoloso di don Gabriele Amorth, purtuttavia un cammino magnifico per la consapevolezza dell’esistenza del regno delle tenebre e del suo padrone. È l’uomo che ha parlato direttamente con i demoni: li ha scacciati, li ha schiacciati.

Tuttavia, si sentì chiamato ad una missione più grande di lui, ma credendo alla realtà della lotta soprannaturale, prima ancora che terrena, fra il bene e il male, la Madonna gli diede gli strumenti necessari per combatterla non alla pari dell’avversario, ma con l’autorità di chi sa già dove sta il trionfo. Sapeva discernere lucidamente fra la fazione di Dio e quella di Satana. Lascia scritto fra le tante pagine vergate: «lui, Satana, esiste e vuole una sola cosa, portare il mondo all’autodistruzione, gli uomini alla dannazione eterna. In questa lotta che sembra senza fine il Papa ha una funzione chiave». Paolo VI parlò anche, nel postconcilio, dell’autodistruzione della stessa Chiesa e disse che il fumo di Satana vi era penetrato.

Il neo esorcista mise se stesso sotto il manto della Madonna per affrontare Lucifero:

«Chi sono io per combattere il principe delle tenebre?

Non sono nessuno. Ma Dio è tutto. Il Demonio non si combatte con le proprie forze ma con quelle del cielo.

Un giorno, parecchio tempo dopo aver fatto quella supplica, mi trovo a esorcizzare un posseduto. Attraverso la sua voce è Satana che mi parla. Mi sputa addosso insulti, bestemmie, accuse e minacce. Ma a un certo punto mi dice: Prete, vattene. Lasciami stare.

Vattene tu gli rispondo.

Ti prego, prete, vattene. Contro di te non posso fare nulla.

Dimmi, nel nome di Cristo, perché non puoi fare nulla?

Perché tu sei troppo protetto dalla tua Signora. La tua Signora col suo manto ti circonda e io non posso raggiungerti.

Sub tuum praesidium confugimus… sotto il tuo manto troviamo rifugio sicuro: così prega la Chiesa da secoli».

Padre Gabriele partì per un nuovo e inaspettato viaggio, non più quello entusiasmante e devozionale per le strade d’Italia con Nostra Signora di Fatima, ma per combattere a muso duro e in prima linea Satana in persona, nel nome di Colei che schiaccerà per sempre la sua testa e il cui Cuore Immacolato trionferà, come disse proprio nel 1917.

Molto altro è contenuto nel libro di Domenico Agasso che con piacevole scrittura regala ai  lettori un lavoro prezioso,  che  ha saputo abilmente realizzare con documentazione di prima mano per conoscere seriamente un sacerdote che si definiva innocentemente «burlone, buono a niente, solo a fare scherzi e monellerie…», ma che trattava e combatteva vis-à-vis con il sovrano degli abissi, attraverso la forza, il coraggio, la determinazione di chi è conscio di cosa significhi avere Fede e vivere per donarla agli altri, liberandoli così dalla schiavitù del peccato e dall’Inferno del Demonio, che ci vuole strappare dal redento e beatifico destino promesso da Nostro Signore Gesù Cristo.

Padre Amorth continua, come evidenzia il titolo del libro di Agasso, ad essere un punto di riferimento indiscutibile: i suoi insegnamenti  restano validi perché modellati su quelli del primo esorcista della Storia, il Salvatore.

 

 

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