In uno dei suoi libretti più caustici (e quindi migliori), dal titolo L’ora di Barabba, il grande scrittore toscano Domenico Giuliotti scrisse: «Niente libertà, dei quali i popoli non sanno che farsi, che non hanno mai chiesto né desiderato, ma giustizia, chiara, aperta, inflessibile, e Amore». Nello stesso testo, poco più avanti, in modo più lapidario: «Il popolo non ha bisogno di libertà politica, ma di giustizia».

Cresciuto in clima di sessanttottismo, abituato a percepire nei discorsi di tutti l’esigenza della libertà come condizione di crescita e di sviluppo dei popoli, quando mi sono imbattuto in questa sentenza di Giuliotti sono rimasto profondamente soddisfatto, perché ho avvertito la meravigliosa verità di tale affermazione. A forza di sentire parlare di «libertà, uguaglianza, fraternità» come valori imprescindibili per la vita di uno Stato e di una società, mi ero dimenticato che queste cose non stanno in piedi se non vi è la giustizia, che invece era passata sotto silenzio o vista come qualcosa di negativo, borghese, poliziesco.

In effetti è vero: se chiedessi ad un cittadino qualsiasi, sano di mente, se preferirebbe vivere in un Paese dove la giustizia fosse assicurata, ossia dove il reo fosse punito e il meritevole premiato, le tasse fossero pagate in modo equo e le risorse distribuite in modo giusto e onesto, ma con dei giusti limiti nella libertà di azione, o piuttosto preferirebbe un Paese dove ognuno può fare ciò che vuole, ma dove il reo viene premiato, il giusto viene punito, i ricchi tiranneggiano e sfruttano i deboli, eccetera, penso che la risposta sarebbe una sola: meglio la giustizia. Che poi è la base del Regno di Dio, il quale consiste, giustappunto in «giustizia, gioia e pace nello Spirito Santo» (Rm 14,17).

In Paradiso vi è assoluta giustizia: ecco perché ci sentiamo attratti lì. La questione è profondamente religiosa, dunque. L’uomo sente il bisogno che le cose siano giuste, ossia nell’ordine stabilito da Dio, non dagli uomini. In Paradiso infatti ogni ingiustizia sarà stata soddisfatta in Purgatorio. Tutto torna meravigliosamente: se l’uomo pecca commette un’infrazione contro l’ordine stabilito da Dio, per entrare in Paradiso egli sente che deve riparare in qualche modo. Ci soccorre il buon ladrone, che sulla croce dice una delle frasi più felici del Vangelo: «Noi è giusto che stiamo qui». Gesù non gli dà nemmeno l’assoluzione, ma gli risponde direttamente: «Oggi sarai con me in Paradiso».

Ed ecco anche perché noi uomini non possiamo farci giustizia da soli, ma dobbiamo affidare la regolazione dei conti (che sia punizione o assoluzione) a Dio, perché Egli solo sa come stiano veramente le cose, Egli solo conosce i pensieri dell’uomo. «Non fatevi giustizia da voi stessi, carissimi – scrive l’apostolo Paolo -, ma lasciate fare all’ira divina. Sta scritto infatti: a me la vendetta, sono io che ricambierò, dice il Signore. Al contrario, se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare, se ha sete, dagli da bere; facendo questo, ammasserai carboni ardenti sopra il suo capo. Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male» (Rm 12,19-21).

Sappiamo che in Paradiso non ci sarà un grammo di ingiustizia, ma ognuno avrà il suo, e tutti saranno contenti, a posto, nessuno avrà da recriminare: una volta passati dal Purgatorio capiremo che tutto quello che abbiamo espiato è sommamente giusto, perché abbiamo sbagliato e anche noi come il ladrone avremo detto: «Noi è giusto che stiamo qui».

E allora la libertà? Non dobbiamo volere, desiderare la libertà? Anche i farisei fecero gli offesi quando Gesù smascherò la loro schiavitù: «Noi non siamo mai stati schiavi di nessuno», affermarono piccati (Gv 8,33). Evidentemente qui si parla di libertà personale, interiore, non della vita della società. Nella Sacra Scrittura si parla infatti di libertà interiore e vittoria sulla schiavitù del peccato e delle passioni. Gesù risponde ai farisei: «Chiunque commette peccato è schiavo del peccato» (Gv 8,35) indicando così da quale tipo di padrone occorra affrancarsi.

Viceversa, la società “libera”, intensa nel senso che ognuno fa quello che vuole, significherebbe il caos più totale e la disperazione assoluta.

Prendiamo ad esempio un monastero. Si tratta di una piccola società. Essa è regolata da molte leggi, ordinamenti, che danno ordine ad ogni più piccola cosa, persino l’orario di alzata e l’abito che si deve portare. I monaci accettano questo liberamente, nessuno li ha costretti ad entrare in monastero o a restarvi. Eppure interiormente sono liberi come nessun altro al mondo. Quale paradosso! La vita regolata secondo criteri di giustizia fa sì che tutti siano liberi, quindi felici (per quanto si può in questo mondo). Il monaco si pone allora come esempio da guardare e imitare. Naturalmente il mondo intende il contrario e vede i monasteri con il fumo negli occhi. La differenza è che nel monastero tutti riconoscono di avere un unico Padre, un unico regolamento di vita, un ordine più grande cui conformarsi. E nell’ascesi e vittoria sulle passioni sentono di essere liberi, come Dio vuole per i suoi figli. Liberi di amare, liberi di donarsi, liberi di esistere e di essere. In altri termini, liberi di vivere.

Non a caso san Giovanni Crisostomo, grande Vescovo di Costantinopoli dei primi secoli della Chiesa, vedeva la città come un grande monastero. Certo, adattato alle esigenze e alle diverse vocazioni, ma l’intendimento era quello della vita regolata sulla giustizia prima di tutto: dare a Dio quello che gli spetta, ossia il culto, l’onore, il primato. Poi a cascata tutte le altre cose.

Se nego Dio e pongo come criterio di convivenza la libertà sociale, come voleva Russeau, finirò facilmente sotto la tirannia del più forte del momento, come la storia dimostra in continuazione, con i risultati che sono sotto i nostri occhi.

Volere la giustizia come prima cosa allora è sommamente… giusto.

 

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