Rolando Rivi (1931-1945), il martire della talare

 

La missione della Chiesa è quella di portare la salvezza nel mondo con l’annuncio del Cristo, unico Salvatore. La Chiesa è inviata agli uomini affinché essi conoscano il Cristo, ricevano il battesimo, vivano nell’obbedienza a Dio e, dopo aver passato un certo tempo su questa terra, vadano in Cielo dopo la morte a godere per sempre della vita divina loro promessa.

Questo è sempre stato e sempre sarà. Questa è la missione e funzione della santa Chiesa di Dio nel mondo.

È evidente che a questo annuncio risponde l’accoglienza delle genti (o meglio, dei singoli, perché non ci si salva in massa) oppure il rifiuto, che sfocia sovente in persecuzione e ostilità. Questa fu anche la vita di Gesù nel suo tempo terreno: fu accolto e amato, oppure fu rigettato e odiato.

La funzione dei sacerdoti è quella di fare presente il Mistero di Cristo offrendo alla Chiesa e al mondo i mezzi ordinari della salvezza, che sono i sacramenti: celebrando i divini Misteri essi portano nel mondo non un messaggio, ma il Salvatore stesso. Non si limitano ad indicarlo e additarlo: lo fanno realmente presente, lo portano a noi, lo mettono a disposizione. Il linguaggio è semplice e probabilmente teologicamente imperfetto, ma dico questo per farmi intendere. Non stupisce allora la grandezza di questa vocazione, assolutamente unica. «Il sacerdote capirà se stesso solo in Cielo», diceva il santo Curato d’Ars, «se si comprendesse pienamente ora, ne morirebbe. Non di paura, ma d’amore».

Come il sacerdote faccia a non impazzire mentre celebra la Messa, è domanda che si poneva anche santa Veronica Giuliani, meravigliata e intimorita.

La domanda della santa non è retorica: i sacerdoti tengono tra le mani l’unica e la sola possibilità di salvare il mondo dalla corruzione. Per questo motivo il sacerdote non è affatto “uno come gli altri”. Egli, al contrario, è diversissimo dagli altri, perché è l’unico che può compiere atti sovrannaturali. «Sacerdote, vivi quello che sei!» gridava Enrico Medi invitando i ministri di Dio a non perdersi dietro alle cose che non servono a nulla.

Al tempo stesso Georges Bernanos, famoso romanziere francese e fervente cattolico, dichiarava, sulla stessa linea: «Il sacerdote o è più di un uomo o è meno di un uomo». Ed è vero: è più di un uomo perché compie atti sovrannaturali, celebrando la Messa e assolvendo dai peccati in nome di Cristo; ma se non vive questo in pienezza è meno di un uomo, perchè non ha famiglia, non ha moglie e figli che lo tengono impegnato, “costringendolo” a non vivere per se stesso, ma ad impegnarsi fino all’osso. Il prete non ha dei bambini piccoli che piangono di notte, non ha una sposa per la quale vivere, non ha un lavoro, sovente penoso e faticoso, che deve portare avanti per il sostentamento dei propri cari. E, non avendo tutto questo, se non si vive pienamente il proprio dovere sacerdotale, è più tentato a lasciarsi andare alle cose del mondo, vizi compresi.

Il prete che non è prete, è una cosa inguardabile. Scriveva il grande Giuliotti in L’ora di Barabba: «I pochi preti ancora preti venivano sbattuti qua e là da un vento di dannazione; i molti preti non più preti vestivano di Cristo in marsina e lo presentavano, perché fosse tollerato e li facesse tollerare, come un umanitario e un filantropo». Come a dire che i sacerdoti veramente tali sono perseguitati, mentre quelli non più tali, vestiti elegantemente, presentano un falso Cristo, per farsi accogliere dal mondo.

Il vero sacerdote, pur conservando un’amabile umanità, è avvolto in un’aurea di mistero, il buon popolo di Dio percepisce questo, lo rispetta e lo ama con umile e riverente venerazione. Il popolo di Dio non ama il proprio sacerdote perché è un buon uomo, ma perché porta in sé un Mistero che lo trascende. Un padre Pio, un Giovanni Bosco, un Dolindo Ruotolo: erano perseguitati da una parte, ma venerati dall’altra. In loro si faceva presente quel “di più” di cui erano reali, fedeli rappresentanti. Ma se il sacerdote si adegua al mondo e vuole dialogare con esso, viene da esso riassorbito: parla come il mondo, segue le cose del mondo, si mondanizza. Avrà l’illusione di sopravvivere e di essere utile, ma in realtà il vero popolo di Dio, che “avverte” tale decadimento, se ne allontana.

Tanto per dirne una, un prete veramente prete, si veste da prete. La veste è la prima cosa che la gente vede di una persona. Il sacerdote vero non si vergogna di farsi riconoscere come tale. Si dirà che il vestito non è importante, che l’abito non fa il monaco e che quello che conta è il cuore. Discorsi. L’abito ecclesiastico esiste ancora, ed è prescritto dal Diritto canonico, quindi chi non lo porta disobbedisce. Un motivo di sarà.

Quando nei primi tempi dopo il Concilio Vaticano II un’anziana di mia conoscenza vide un sacerdote in borghese, mi disse di essersi meravigliata e turbata di avere visto un sacerdote vestito “da uomo”. Nulla di più preciso e perfetto, pur nella semplicità del linguaggio di una che aveva fatto la terza elementare. Il prete o è più di uomo o meno di uomo. Mai “un” uomo.

Mi scriveva un seminarista che dovrà essere ordinato sacerdote tra poco, che alla domanda del parroco «che cosa ti dobbiamo regalare da parte della parrocchia», egli aveva risposto: «una veste talare». Il parroco, imbarazzato, gli aveva ribattuto: «Per fartene cosa?».

Secondariamente, il sacerdote che vive immerso nel sovrannaturale trasmette questa realtà anche quando fa qualsiasi altra cosa, perché quel senso di divina presenza, celebrato sull’altare, continua durante il giorno: «Sia che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio» (1 Cor 10,31). Se questo è vero per tutti i cristiani, quanto maggiormente per i ministri di Dio!

Il sacerdote deve essere il primo a credere in se stesso, quindi a coltivare quel senso di dignità e di privilegio che la sua vocazione impone. Egli è molto amato da Dio, sovraccaricato di quei doni necessari per il compimento della propria missione; non deve fare altro che lasciare agire lo Spirito di Gesù, unico Maestro e Signore, in sé. Allora potrà dire una parola che illumina, potrà dare il conforto vero della fede alla sua gente, potrà essere un altro Gesù tra il suo popolo.

Questo modo di essere prete attira certamente nuove vocazioni. Ma se continuiamo ad insistere sul fatto che il prete deve essere come tutti gli altri, che la missione della Chiesa è portare pace tra le nazioni litiganti, disarmo o acqua potabile nei pozzi, non si capisce davvero perché un giovane debba farsi sacerdote.

Sono i santi che fanno i santi, è l’esempio dei veri sacerdoti che attira. Ne basta uno, nell’ambiente, per risanare tutto. Perché chi salva non è don tizio o padre caio, ma Gesù. Il quale però ha scelto quegli uomini per farsi presente nel mondo.

Ho avuto la ventura, nella mia vita, di conoscere personalmente il Servo di Dio padre Tomas Tyn, un domenicano della repubblica Ceca morto all’età di 39 anni, una figura eccezionale. Nessuno mi ha mai dato l’idea e il “senso” di Dio come lui. Il solo ripensarlo mi fa rivivere quel “gusto” di Dio che trapelava in tutto quello che faceva: da come celebrava la Messa, dal vigore delle sue parole, dal suo tratto, dal suo sorriso. Lo vedevo camminare per strada con passo lesto e spedito. Incredibile ma vero: anche il suo modo di camminare mi parlava di Dio.

 

 

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