Leggende regionali – Valle d’Aosta: Il diavolo gabbato

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Tanto, tanto tempo fa, viveva a Dégioz un nobile signore di nome Forteheuse. Non era un barone potente: le sue terre non abbracciavano neppure tutta la Valsavarenche ed il suo modesto castello aveva più l’aria di una grossa fattoria che di una dimora signorile; ma la torretta che si levava ad uno degli angoli della costruzione attraversava la nobiltà di ser Forteheuse, cui la frugalità dei costumi consentiva di vivere comodamente con le rendite di quel che possedeva.

Il barone non era un cattivo padrone ed i suoi contadini non potevano lamentarsi di lui; era anche un vassallo rispettoso e obbediente, sempre disposto a servire il suo signore, il conte di Savoia… eppure non lo si poteva dire un modello di virtù: di temperamento violento, si batteva in guerra con accanimento brutale, risparmiando i suoi prigionieri solo quando poteva sperare in un riscatto; e poi, aveva un debole per il succo d’uva. I vini d’Enfer e di Arnad, il fresco moscato di Chambave, che beveva senza contare i bicchieri, lo sprofondavano spesso in un’ebrezza scomposta, che lo spingeva ad eccessi d’ogni sorta: percuoteva i servi, rompeva loro in testa coppe e boccali, intonava canti triviali con voce impastata e non esitava a lanciare si suoi nemici ingiurie oltraggiose, che gli procuravano, senza frutto, ahimè, i moniti del suo del suo cappellano, dom Filosabero.

Forteheuse aveva una figlia, una graziosa e delicata creatura di nome Biancastella. Il signore di Dégioz avrebbe voluto che un erede maschio venisse ad assicurargli la continuità del casato, ma aveva dovuto rinunciarvi.

Aveva sposato, infatti, vent’anni prima, un’amabile e nobile donzella di Romagna, Nigra di Roccavilla, che gli aveva portato in dote centocinquanta scudi d’oro, in monete sonanti e ballanti. Nigra era morta, dando alla luce Biancastella; se Forteheuse si fosse risposato, avrebbe dovuto rimettere al vescovo di Aosta i centocinquanta scudi d’oro, perché il prelato amministrasse quella somma sino che Biancastella non avesse raggiunto la maggiore età o non fosse convolata a giuste nozze: e la cosa procurava un bell’imbarazzo al barone.

Il fatto è che, una dozzina d’anni prima, era stato invitato a partecipare a Casale ai grandiosi festeggiamenti organizzati dai duchi del Monferrato per il matrimonio del loro primogenito e, non volendo sfigurare, si era fatto venire di Toscana, per l’occasione, una splendida armatura da parata, che gli era costata sedici scudi; ed era a Casale, poi, in una sontuosa residenza, per un intero mese aveva tenuto tavola imbandita, con una prodigalità che gli aveva valso l’appellativo di Magnifico, ma, nello stesso tempo, aveva completamente esaurito la dote della moglie.

Di ritorno in Valle d’Aosta, Forteheuse, fatti bene i conti, aveva preso una duplice decisione: non si sarebbe mai risposato (tanto peggio per l’erede maschio) ed avrebbe accasato la figlia con qualche signorotto dei dintorni, che, felice di legarsi ad una famiglia di antica nobiltà, sarebbe passato sopra la questione della dote.

Biancastella, che ormai aveva diciassette anni, era una pia e dolce damigella, fragile e bionda come un cherubino, devota alla Vergine e ricolma d’amore francescano per tutti gli esseri viventi, uomini, animali e piante.

Dom Filosabero, che univa alle funzioni di cappellano quelle di amministratore delle rendite del suo signore, era riuscito, ingegnandosi in ogni maniera, a sottrare alla sete del barone una decina di scudi d’oro, che giacevano solitari sul fondo di un cofanetto con tanto di borchie e chiavistello.

Quanto a Forteheuse, era uscito piuttosto mal ridotto da una brutta avventura. Combattendo al servizio del conte di Savoia contro le milizie del marchese di Saluzzo, aveva accettato, malgrado l’espresso divieto del suo signore, di confrontarsi in singolar tenzone con il terribile Brassidero di Revel, vassallo del marchese.

Brassidero, che passava il suo tempo in imprese di caccia e di guerre e beveva vino soltanto i giorni di festa solenne, non ci aveva messo molto a disarcionare il povero Forteheuse, cui l’abuso di libagioni aveva ficcato l’antico vigore. Con la punta della spada sulla giuntura della gorgiera dell’avversario steso al suolo, Brassidero aveva dichiarato con voce altisonante: «Siete mio prigioniero, sire di Forteheuse! Per intanto vi rendo la libertà, concedendovi un anno per pagarmi il riscatto, che stabilisco in venticinque scudi. Se allo scader dell’anno non li avrò ricevuto, vi impegno a presentarvi a me a Revel, e davanti alla porta del mio castello vi farò mozzare il capo, che isserò sul pennone. Ho detto!».

Ed aveva ritirato la spada, lasciando quello che era allora il grido di guerra del marchesato: «Saluzzo e la mia bella!».

Ancora una volta Forteheuse era tornato a casa mogio, mogio ed ancor più preoccupato. Come procurarsi la somma? Non poteva alienare parte dei suoi beni, perché il conte di Savoia, corrucciato per la disubbidienza del sire di Dégioz, gliel’aveva formalmente vietato. D’altra parte, malgrado gli sforzi compiuti dal devoto dom Filosabero, nessuno aveva voluto concedere il più piccolo prestito al povero barone, notoriamente più incline ad acquistar buoni vini che a saldare i suoi debiti. Così, man mano che i giorni passavano, Forteheuse diventava sempre più irritabile e, pensando ai dieci scudi che il cappellano gli aveva messo da parte e ai quindici che mancavano per pagare il riscatto, percorreva il castello in luogo e in largo, ripetendo: «Dieci e quindici, venticinque! Dieci e quindici, venticinque!».

Un giorno trovò sua figlia in contemplazione della tenera giovenca rossa che aveva partorito la sua mucca bianca preferita (tutte le mucche della Valle d’Aosta erano, a quel tempo, bianche e rosse, e perché cambiarono lo dirà la storia) e stizzosamente ordinò di gettare la bestiola nel torrente Savaraz, con una pietra al collo. Fortunatamente, Biancastella non durò fatica ad indurre Cochinaso, il capoguardie incaricato dell’esecuzione della sentenza, ad affidare la giovenca rossa al giovane Crisocardo, il figlio del fabbro, che era assai devoto alla sua padroncina.

Crisocardo era un gagliardo giovanotto di vent’anni, che poteva tranquillamente passare per figlio di un principe. Quand’era bambino, si divertiva a cavalcare un manico di scopa e, sguainando nella destra un bastone, percorreva declivi e sentieri, lanciando il fiero grido: «Forza, miei prodi! Forza! Viva Maurienne e Challant!».

Oppure, servendosi di un semplice coltellino, scolpiva nel legno di castagno statuine di guerrieri, contadini o santi, che regalava alla piccola Biancastella. Fattosi giovanotto, aveva seguito il suo signore alla guerra ed ella caccia, comportandosi sempre da prode; e divenuto abile scultore, aveva disseminato per tutta la valle figure di santi, armati e damigelle, che sapeva colorare così felicemente che i personaggi sembravano vivi.

Crisocardo era dunque diventato guardiano della Rossotta (così aveva chiamato la giovenca rossa) e l’aveva anche ritratta in diverse sculture, l’una meglio riuscita dell’altra.

I giorni passavano: la Rossotta cresceva, Biancastella pregava e sognava; dom Filosabero gemeva e faceva i conti; l’infelice Forteheuse sempre più s’incupiva, perché il termine fissato da Brassidero si avvicina. Un mese, quindici giorni, una settimana…

Una sera Forteheuse smaltiva nella sua camera una sbornia e, passano lo sguardo vacuo sulla Testa di Valsavarenche, pensava depresso alla sua, che già non si sentiva più sicura sulle spalle. Aveva appena licenziato bruscamente il cappellano, che gli proponeva di recarsi di persona a Revel, coi dieci scudi d’oro, per chiedere a Brassidiero una dilazione. Ad un tratto, la stanza fu invasa da un forte odor di zolfo ed il sire di Dégioz si accorse che un curioso personaggio stava seduto sul davanzale della finestra. Faceva pensare, al primo sguardo, ad uno di quei mercanti ebrei che percorrevano a quei tempi i sentieri dei monti, offrendo in vendita stoffe e mercerie; ma, ben guardare, ci si accorgeva che, al posto dei piedi, due zoccoli caprini affilati e biforcuti rilucevano a strati nella penombra.

«Buongiorno, ser Forteheuse.» disse il nuovo venuto «Ma sì, sono proprio io: il Diavolo. Un buon diavolo, vi assicuro, perché vengo a togliervi dai guai. Sapete che cosa vi porto? Il vostro riscatto».

Sbalordito, Forteheuse si accorse che il demonio reggeva in mano una borsa rigonfia.

«Ci sono qui dentro ventisette scudi: venticinque per Brassidero, un per le spese di viaggio del vostro messaggero ed uno per la sua paga. La volete questa borsa? Naturalmente! Ed io voglio la vostra anima. Il vostro uomo partirà domani e fra trenta giorni sarà comodamente di ritorno al castello. Ci sarò anch’io, per stendere il contratto. Al momento, mi basta la vostra parola; ma allora firmerete (non con la croce, ma col vostro sigillo), firmerete, dico, questa pergamena: e la vostra anima sarà definitivamente mia. Accettate?».

Abbagliato dalla vista del denaro, felice di rimandare la data della morte, Forteheuse rispose, con voce appena percettibile: «S… S… Sì».

Immediatamente il diavolo scomparve ed il barone si ritrovò in mano la borsa. Allora si rese conto di ciò che aveva fatto ed i fumi dell’alcool si dissiparono di colpo.

«Disgraziato che non sono altro!» si mise a gridare «Sono perduto! Ho venduto l’anima al diavolo!».

A quelle strida accorsero tutti: dom Filosabero, che piangeva silenziosamente in un cantuccio, Biancastella, intenta a farsi raccontare da Crisocardo le ultime prodezze della Rossotta, cameriere e valletti. Davanti a tutti, Forteheuse si percosse il petto, confessò l’odioso mercato che aveva concluso, ordinò di portargli al più presto uno scapolare ed una camicia di tela di sacco da mettersi addosso…

Dom Filosabero mormorava costernato: «Vade retro… Vade retro…»; Biancastella, in lacrime, pregava, silenziosamente ad occhi chiusi; le domestiche urlavano, i valletti si facevano i segni della croce…

Soltanto Crisocardo non aveva perso la calma; avanzò verso il suo signore con aria decisa, si segnò tre volte e, a voce chiara, disse: «Ser Forteheuse, come vostro vassallo vi offro i miei servigi. Datemi quei ventisette scudi d’oro: ne porterò venticinque al signore di Revel ed offrirò gli altri due a Nostra Signora delle Nevi, al santuario di Machaby, da cui passerò, prima di rientrare a Dégioz. Quanto a me, il viaggio non verrà a costarmi niente: pagherò il conto, nelle locande in cui mi fermerò, incidendo sulle tavole il ritratto del proprietario o scolpendogli qualche statuina. Entro un mese, sarò di ritorno. Allora, con l’aiuto della Rossotta, che Cochinaso non ha fatto annegare, sire, e che sta d’incanto, con l’aiuto della Rossotta, dico, affronterò il diavolo e lo costringerò a rinunciare all’anima vostra, che non ha ancora in mano, il maledetto! Se riesco, vi domanderò qualche cosa che sarete libero di concedermi o rifiutarmi. Forza! Avanti! Viva Maurienne e Challant!».

«Che il Cielo ti protegga, ragazzo mio! La mia vita è nelle tue mani» rispose il barone; e congedò gli astanti, per indossare subito uno scapolare ed una camicia di ruvida canapa, cospargendosi il capo di cenere e far penitenza.

La sera stessa, Crisocardo si mise in cammino. Il suo viaggio si svolse come aveva previsto e meno di tre settimane dopo era già di ritorno.

Appena a casa, si mise al lavoro e, in pochi giorni, costruì una bambola straordinaria, che rassomigliava incredibilmente ad un neonato in carne ed ossa, il cui ventre, munito di un coperchio a graticciata, era completamente cavo. Trenta giorni dopo la visita del diavolo, il giovane scultore rinchiuse un gattino in quella singolare scatola, fasciò la bambola in modo da consentire all’aria di circolare all’interno e, venuta sera, si appostò con la Rossotta all’incrocio delle strade di Villeneuve e di Introd. A memoria d’uomo, infatti, tutte le volte che il diavolo aveva fatto una capatina in Valsavarenche (non gli era, del resto capitato spesso), era passato di lì. Perciò, per tenere lontano il maligno, si era rizzata in quel punto una colonna, sormontata da un crocifisso. Ma ahimè! Il diavolo passava un po’ alla larga e proseguiva ugualmente.

Crisocardo posò la bambola ai piedi della colonna e si sedette, qualche passo più a valle, sul ciglio del sentiero, dopo aver messo la Rossotta di traverso sulla strada, per sbarrarla del tutto.

La sera calava; già le campane dell’Angelus s’erano fatte sentire; pian piano, dal torrente Savaraz si levava una leggera bruma.

Improvvisamente, nel silenzio sisuonò lo scalpitio di un cavallo e, di lì a poco, un prestante cavaliere comparve in groppa ad un nero palafreno dalle froge infuocate. Avvolto in un mantello color della notte, che lasciava intravvedere un giustacuore d’un rosso fiammante, si teneva ritto sul destriero, una mano sul fianco, l’altra sul pomo della sella; un cappello di feltro giallo sulfureo, ornato di una lunga penna di pavone, contribuiva a dare al personaggio un aspetto sfarzoso e temibile ad un tempo.

Il cavallo del maligno avanzava, facendo sprizzar scintille sui suoi passi. Alla vista della Rossotta che sbarrava la strada, s’arrestò di colpo.

«Ehi, tu, buzzurro!» gridò il diavolo con voce tonante «Leva di mezzo al più presto codesta stupida bestia, se non vuoi ritrovarla in fondo ad un burrone!».

«Calma, calma, mio bel signore.» ribatté Crisocardo «Se io sono qui, è solo per servirvi. Ho sentito che venite per contratto col barone Forteheuse. Bell’affare fate!».

«Come sarebbe a dire, giovanotto!?».

«Andiamo! Il sire di Dégioz è vostro, senz’alcun bisogno di contratto. Non vedete come impreca e bestemmia, quando ha in corpo un bicchiere? Andrà dritto all’inferno, è garantito!».

«Toh, è vero!» disse il diavolo «Sono fregato».

«No, se mi date ascolto.» ribatté Crisocardo «Sentite quella creaturina che vagisce? Laggiù, ai piedi della croce… Quello è il figlio di una buona donna che mi ha fatto dei torti: e voglio vendicarmi. Prendete lui, al posto del barone; io ve lo dò volentieri, e voi avete tutto da guadagnarci. Perché, se non provvedete a mettere le cose a posto, magari quello vi diventa un galantuomo, un prete, un santo, forse…».

I miagolii del gatto prigioniero sembravano proprio i vagiti di un neonato, ed il diavolo non si fece ripetere l’invito.

«D’accordo.» disse «Passami quel fagotto. Forteheuse troverà modo di dannarsi da solo».

Crisocardo prese il manichino e lo porse al maligno che, sceso da cavallo, protendeva avidamente le mani; ma il micetto, sentendo puzzo d’inferno, ebbe una tale paura che fece saltare il coperchio della sua prigione e schizzò via come un razzo, gnaulando a piena gola.

«Maledetto furfante, mi hai giocato!» strillò allora il demonio «Ho barattato l’anima di un barone con quella di un gatto!».

«Correte, correte, bel sire!» ribatté il giovanotto «O rischiate di perdere anche quella».

Il diavolo fece allora un balzo per afferrare il gattino, ma alterato com’era, andò a sbattere alla cieca col capo contro la colonna benedetta. Squassato dal sacro contatto, si sentì scagliare venti metri indietro e si ritrovò inebetito al suolo tastarsi le corna.

A quel punto, a testa bassa, Rossotta caricò il destriero infernale, spingendolo giù nel burrone; poi, senza dargli tempo di riaversi, piombò sul principe delle tenebre e…vlan! Con una sola incornata lo fece volare lontano, lontanissimo, al di là della Testa di Valsavarenche: così lontano che, da quel giorno, il maligno non tornò più nel paese.

Ma, per un attimo, Rossotta era rimasta avvolta nel mantello del diavolo. Là dove la stoffa l’aveva toccata, il pelo si era tutto bruciacchiato e, da rossa che era, la mucca divenne rossa e nera. Per questo, da quel giorno, le mucche della Valle d’Aosta hanno il manto pezzato, per ricordare la loro celebre antenata che tenne fronte a Lucifero e lo vinse.

Dopo un tale successo, Crisocardo non ebbe che da chiedere la mano di Biancastella, per ottenerla in sposa. Le nozze ebbero luogo in occasione delle solenni Udienze Generali, a conclusione delle quali il conte di Savoia, cui Forteheuse aveva raccontato la vicenda, insignì il giovanotto del titolo di Cavaliere della Rossotta, con l’arme “d’argento alla vacca rampante, chiazzata di nero, armata, cornuta e lampassata”.

Ser Forteheuse divenne un modello di virtù e di sobrietà e trascorse felicemente il resto dei suoi giorni, attorniato da una nidiata di nipoti e pronipoti.

Quanto al denaro del diavolo, ebbe una sorte curiosa.

Un giorno, il focoso Brassidero, inventariando i suoi averi, si accorse che i venticinque scudi d’oro che gli aveva mandato Forteheuse si erano trasformati in altrettanti pezzi di carbone. Profondamente turbato dalla scoperta, subodorando una qualche diavoleria, il signore di Revel decise su due piedi di seguire, ad ogni buon conto, il Conte Verde alla crociata. Vi si coprì di gloria e, al ritorno, andò a rendere visita a Forteheuse. Ci fu fastoso banchetto di riconciliazione, ci furon feste e discorsi a non finire e, quando Brassidero lasciò Déioz, gli venne affidato come paggio il primogenito di Crisocardo e Baincastella, perché il ragazzo si perfezionasse, sotto la guida dell’ardimentoso crociato, nel mestiere delle armi ed imparasse a comportarsi sempre da vero gentiluomo.

I due scudi d’oro che Crisocardo aveva offerto alla Vergine non subirono alcuna trasformazione e, uniti ad altri, servirono a circondare di un’aureola radiosa il capo della Madre di Dio: il ché li mise definitivamente al sicuro dalle insidie di Satana.

Questa è la storia del Crisocardo, che seppe gabbare il diavolo per salvare l’anima del suo signore e ne ottenne in sposa la figliola.

 

 

Questa leggenda si svolge a Dégioz,  villaggio situato ad un’altitudine che supera i 1500 metri e capoluogo di Valsavarenche, comune italiano sparso di 171 abitanti della Valle d’Aosta.

Il nome di Valsavarenche deriva dal torrente Savara. In latino veniva chiamato Savarantia Vallis.

Nonostante la scarsa popolazione, Valsavarenche è un comune che affiora la sua importanza, dal momento che, in questo paese, si trovano la sede della Società delle guide alpine del Gran Paradiso, il centro visite del Parco Nazionale Gran Paradiso e la sede della ProLoco, per non parlare del Museo Etnografico, che ospita strumenti di lavoro, vestiti e fotografie legati alle attività tradizionali delle antiche comunità alpine, in particolare di quelle presenti a Valsavarenche o il Museo Parrocchiale di Valsavarenche. Inoltre, accanto al municipio di Dégioz c’è anche la “biblioteca tematica della Montagna”.

Oltre alle prospettive culturali, Valsavarenche ha anche quelle sportive; il turismo è principalmente escursionistico, ma lo sport del comune è il palet, un caratteristico sport tradizionale valdostano.

Il palet è una delle tante varianti del gioco delle piastrelle, diffuso in tutta Europa fin dall’antichità, ed è un gioco di precisione, in cui si deve lanciare un disco verso un boccino.

Insomma, come Dégioz, nel suo piccolo, è ricca di storia e cultura, così è grande la fede di Crisocardo, che affidandosi alla Madonna è riuscito a gabbare e a sconfiggere il Diavolo in persona, con l’aiuto della sua fedele amica Rossotta, saldando così il bene più prezioso del suo signore: la sua anima.

 

 

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