In questa seconda tappa del nostro viaggio tra lessico e civiltà ci occuperemo di altri termini che in modo più o meno diretto hanno relazione con l’aspetto religioso della nostra vita.

Partiamo dagli aspetti più propriamente concreti e materiali per passare poi a quelli astratti ed ideali, iniziando quindi con le costruzioni e le strutture in cui gli antichi veneravano le loro divinità e per cui noi, sulla loro scia e grazie alla loro eredità, adoriamo e preghiamo nostro Signore e pratichiamo il culto di Maria Vergine e dei Santi.

Il primo culto divino in Grecia era strettamente legato ai luoghi campestri (quella greca era civiltà di pastori, soprattutto, e di contadini) e in particolar modo a quelli boschivi[1], in cui meglio si coglieva ciò che potremmo definire il «senso del sacro».

 

 

Anche nel mondo italico il culto sacro si praticava principalmente in un bosco (nemus)[2] e soprattutto in quella radura al cui interno penetrasse la luce del giorno[3], cioè il lucus, unico spazio del bosco ombroso in cui trapelasse appunto la luce (lux), dalla radice i. e. *luk- (cfr. in greco lúchnos/λύχνος, «lucerna», e leukόs/λευκός, «luminoso» e poi «bianco»).

Al centro di questa radura dapprima sorse in Grecia il témenos/τέμενος, letteralmente «luogo delimitato con un taglio» (dal verbo témno/τέμνω, «taglio»). In origine il témenos era dunque la porzione di spazio che l’indovino (mántis/μάντις; a Roma l’augur o l’haruspex) delimitava in cielo, indicandola con la sua bacchetta (in latino: infula), entro cui avrebbe osservato i presagi. Tale porzione di cielo, riportata in modo immaginario sulla terra, costituiva il perimetro del témenos, che doveva venir costruito su quel terreno e con quelle dimensioni. L’equivalente latino del témenos fu appunto il templum[4], legato all’idea del «cielo», donde anche il verbo contemplor. In epoca classica templum valeva anche, in forma estensivamente generica, «spazio, regione» (pensiamo agli Acherusia templa, «le regioni dell’Acheronte», cioè degli Inferi, nel poema De rerum Natura di Lucrezio).

Diverso valore aveva invece il fanum, il cui significato doveva essere, almeno inizialmente, quello generico di «luogo consacrato», forse dal verbo for, fari («parlare»), cioè luogo in cui un dio parla. Questo termine negli scrittori cristiani (per esempio in San Gerolamo) assume il valore di «tempio pagano» contrapposto a templum (cristiano), donde anche il termine negativo fanaticus («pagano»), continuato nell’italiano «fanatico» («persona esageratamente partigiana di qualcuno o qualcosa»), mentre profanus (e l’infinito profanare), già attestato in età classica, vale «chi (o ciò che) sta davanti (pro) al tempio (fanum)», perché non vi può entrare, e quindi contrapposto a «sacrum».

Altre forme per indicare il tempio, ma che non hanno dato esiti italiani, sono delubrum (presumibilmente «tempio circondato da portico, santuario»), quasi certamente termine di registro più elevato che non templum: ciò spiegherebbe la sua non presenza nelle lingue romanze, che tendono in genere a continuare forme lessicalmente non elevate; aedis (se non nel diminutivo aedicula > edicola, sia nel senso sacro di «piccola cappella» che in quello profano di «rivendita di giornali»), che vale «stanza, focolare» (il tempio arcaico era costituito da un solo ambiente), probabilmente dal verbo *aedo, < radice i. e. (a)idh- (cfr. greco áitho/αίθω), «accendo, brucio, ardo» (continuato anche nel termine irlandese, usato pure come nome proprio, Aidan, «fuoco»).

Passando invece al greco classico, esso impiega sostanzialmente due termini: neoós/νεώς (da non confondere con néos/νέος, «nuovo») o naόs/ναός per «tempio»[5], mentre il neutro hierón/ιερόν (dall’aggettivo hierós/ιερός), confrontabile col sanscrito iḍe («io supplico»), valeva semplicemente «cosa (luogo) sacro», per intendere «santuario». Da quest’ultimo termine abbiamo, in greco, hieréus/ιερεύς («sacerdote»), ed in italiano vocaboli di registro alto come «ieratico», che vale appunto «sacrale» o, con un minimo abbassamento di registro, «dignitoso, severo», detto in genere di portamento, incedere, atteggiamento.

Noi, tuttavia, almeno nel linguaggio quotidiano, più che il termine «tempio» preferiamo usare «chiesa», dal greco ecclesìa/εκκλησία («riunione, assemblea», dal verbo ek-kaléo/εκκαλέω, «chiamo insieme, riunisco, invito»; cfr. sanscrito kala, «chiamare» ed i.e. *qala-, «campana»[6]), attraverso il latino tardo ecclésia, da cui con derivazione popolare abbiamo appunto «chiesa», mentre da derivazione dotta provengono voci come «ecclesiale, ecclesiastico, ecclesiologia».

Intorno all’iperonimo «chiesa» abbiamo poi una serie di «iponimi»[7], tutti di origine tardo-antica e medievale, e quindi linguisticamente latini: duomo (< domus, «casa», cioè la casa per eccellenza, quella di Dio), cattedrale (< cathedralis, duomo che è anche sede episcopale, e quindi con la presenza della cathedra, cioè il trono vescovile), pieve (< plebem, letteralmente «popolo», poi «gente semplice, di campagna»; quindi per metonimia chiesa di campagna), collegiata (< collegium, cioè la sede di un «collegio», o capitolo, di canonici), parrocchia (paroeciam, a sua volta dal greco paroikìa/παροικία, lett. «costruzione vicina», ma nel greco cristiano «comunità»), prevostura o (raro) prepositura (sede di un praepositum, attraverso il francese antico prevost, cioè di un religioso che abbia un ruolo di «comando» in un territorio).

 

Pieve di San Giorgio del XII secolo ad Almenno San Salvatore (BG)

 

[1] Tale abitudine resterà anche in età più tarda, sia nel mondo greco che in quello romano, quando, pur essendosi già sviluppate le città, tuttavia i più venerati santuari degli dèi continuavano ad essere in luoghi isolati o quantomeno appartati.

[2] Dalla radice i. e. *nam-, cfr. greco némo/νέμω («distribuisco») e nόmos/νόμος («legge», in quanto distribuisce ad ognuno la sua parte), che vale «far parte, partecipare»: quindi «luogo assegnato (per il pascolo)».

[3] Richiamiamo, per inciso, quanto detto nel nostro primo intervento sull’origine etimologica di nomi quali Diós (Διός) e Deus.

[4] Cogliamo anche questa occasione per sottolineare la differenza tra la civiltà greco-romana (e cristiana) e quella ebraica. Per l’ebraismo l’unico tempio poteva essere quello di Gerusalemme, dove, nel Sancta Sanctorum, si trovava l’Arca dell’Alleanza (e quindi la presenza di Dio, la «shekinàh»), mentre tutti gli altri luoghi di culto, preghiera e riunione, presenti sia in Israele che nella diaspora (ancor oggi), cioè le «sinagoghe», sono luoghi dove il popolo si riunisce (< greco sunagoghé/συναγωγή, «assemblea», a sua volta < sunágo/συνάγω, «riunisco»). In esse si ascolta la lettura delle Scritture e si prega, guidati dal Rabbi («maestro»), ma non si celebrano sacrifici né si pensa ad una presenza specifica di Dio. Notiamo che in molte comunità diasporiche in Italia la sinagoga viene anche definita «scuola», proprio perché prevale l’idea dell’istruzione e non quella della sacralità e della trascendenza.

[5] Pensiamo, nel lessico dell’archeologia e della storia dell’arte, al termine «pronao», cioè «spazio che sta davanti (pro) al tempio».

[6] Cfr. anche la radice latina kala-, da cui kalendae, cioè il primo giorno del mese, in cui i pontefici proclamavano se il mese avrebbe avuto le none il giorno 5 o il 7 e di conseguenza le idi il 13 o il 15, o – con metatesi – kla- (> nomen-clator, «colui che dice il nome»).

[7] In linguistica si parla di «iperonimo» (nome di ampio significato) e di «iponimo» (nome di significato meno ampio, contenuto all’interno di un iperonimo). Esempio: cane (iperonimo), alano, bassotto, collie, boxer ecc (iponimi).

 

 

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