«Nessuno può negare che noi tutti passeremo all’eternità e quindi che moriremo. Per passare all’eternità abbiamo bisogno, direi quasi, di un biglietto di viaggio e questo biglietto è il malanno che ci conduce alla tomba. A meno che non si muoia subitamente o violentemente, cosa che potremmo auspicare solo se morissimo per la Fede, tutti noi avremo un malanno finale. Abbiamo anche tanti malanni più o meno gravi che ci tormentano a tratti nella vita. Sono periodi tormentosi assai per noi e per quanti ci circondano impreparati. Bisogna, dunque, fare una grande provvista di soda spiritualità, perché in quei momenti tutti gli ideali terreni svaniscono e, se non si vive di Dio fortemente, ci si trova in un vuoto vertiginoso e disperante». Queste sono le parole che don Dolindo Ruotolo pronunciò nell’omelia del 5 settembre 1948 e, tuttavia, sono espressioni che valgono prima di quell’anno, dopo quell’anno, fino alla fine del mondo… perché l’uomo, anche quello senza Dio e tecnologicizzato, di fronte al dolore e alla morte, è sempre lo stesso. Nudo, indifeso, vulnerabile, fragilissimo. Fra i malanni anche la pandemia contemporanea, quella del Covid 19, con le sue varianti e i suoi vaccini, con i suoi panici mediatici, con le sue chiusure e privazioni di libertà.

La Casa Mariana Editrice – Apostolato Stampa ha pubblicato il 15 settembre, festa  dei sette dolori di Maria Santissima, del 2020 una raccolta di prediche di don Dolindo molto efficaci per il nostro tempo, dal titolo Sermoni del 1948. Per il mese di settembre. L’iniziativa è stata realizzata in occasione del 50° della morte del sacerdote napoletano, avvenuta a Napoli il 19 novembre 1970. Il suo corpo venne tumulato nella chiesa di San Giuseppe dei Vecchi e di Nostra Signora di Lourdes e da allora, è usanza dei napoletani bussare per tre volte in nome della Santissima Trinità sul marmo del suo sepolcro, pregando con tanta fede per ricevere grazie spirituali e materiali attraverso la sua intercessione, poiché egli disse: «venite a bussare alla mia tomba… io vi risponderò».

Terziario francescano e venerato come servo di Dio dalla Chiesa, era nato a Napoli il 6 ottobre 1882.  Quinto degli undici figli di Raffaele, ingegnere e matematico, e Silvia Valle, discendente della nobiltà napoletana e spagnola, ebbe un’infanzia difficile per problemi di salute e per le ristrettezze economiche della famiglia. Nel 1896, con la separazione dei genitori, Dolindo – il cui nome si richiama al dolore – fu avviato col fratello Elio alla Scuola Apostolica dei Preti della Missione, e tre anni dopo fu ammesso al noviziato. Prese i voti religiosi il 1º giugno 1901 e due anni dopo chiese senza successo di essere inviato in Cina come missionario.

Dopo l’ordinazione presbiterale del 24 giugno 1905 a quasi 23 anni, fu nominato professore dei chierici della Scuola Apostolica e maestro di canto gregoriano. Per un breve periodo si trasferì a Taranto e poi al seminario di Molfetta, dove insegnò e lavorò per la riforma del seminario stesso. Seguirono anni di incomprensioni, di indagini sul suo operato, sulla sua persona da parte della congregazione a cui apparteneva. Fu così che la sua vita sacerdotale divenne diocesana e, oltre a creare l’Opera di Dio e l’Opera Apostolato Stampa, iniziò una prodigiosa attività come autore: scrisse il Commento alla Sacra Scrittura in 33 volumi, diverse opere di teologia, ascetismo e mistica, volumi di epistolari, scritti autobiografici e di dottrina cristiana. Il Commento alla Scrittura adottava un metodo esegetico tradizionale cercando di ricomporre nell’esegesi la frattura tra scienza e fede, metodo combattuto allora dal Pontificio Istituto Biblico e dalla Pontificia Commissione Biblica, guidati rispettivamente da Augustin Bea e da Eugène Tisserant, prelati avviati sulle linee della rivoluzione nella Chiesa, che avranno poi il loro successo con il Concilio Vaticano II e produrranno nella Chiesa quegli effetti che sono sotto gli occhi di tutti, così gravi che la Chiesa è sotto tempesta da più di mezzo secolo.

Fra le sue opere anche l’Atto di Abbandono: un breve ed intenso scritto che, sul modello mistico proposto da Jean-Pierre de Caussade, tratta dell’abbandono fiducioso e totale dell’anima nelle mani di Cristo, ricevendo misericordia, grazie, conforto, pace e libertà, realtà che il mondo non sa e non saprà mai, non può e non potrà mai offrire.

Molto seguito e amato dalle persone, don Dolindo si spostava sovente per predicare, là dove lo chiamavano. Le omelie proposte in questo volume hanno la particolarità di essere state trascritte dall’Autore dopo averli pronunciati, magari per averne traccia e spunto per possibili altri e successivi sermoni, come egli stesso pare voler far intendere:

«Come l’acqua passando in un  tubo lo lascia appena bagnato e subito dopo col vento il tubo s’asciuga e non ha più tracce dell’acqua, così io sento passare in me la Parola di Dio; mentre l’annunzio me la sento come suggerita, e subito dopo me ne dimentico. Questo dimostra ancora di più la mia estrema nullità, Oh, la gloria sia tutta di Dio!» (p. 50).

La linea del libro è, quindi, legata al mese dedicato all’Addolorata Corredentrice. Un tema assai discusso oggi, quello del ruolo corredentivo della Beata Vergine, da sempre sostenuto nella Tradizione della Chiesa, ma negato attualmente da papa Francesco. Intorno a questo fulcro, ruotano i diversi temi: il dolore umano; le piccoli e grandi croci quotidiane, in particolare quelle interne alla vita familiare; la povertà e la privazione del necessario, come era consuetudine nell’Italia del dopoguerra.

In questo contesto don Dolindo, pastore vigile e accorto del suo gregge, utilizza un linguaggio semplice e parlato, a differenza del suo Epistolario e del Commento alla Sacra Scrittura. Sono presenti anche connotati ironici, come era tipico del suo stile quando comunicava con la gente. E tutti correvano, infatti, ad ascoltarlo. Affermava: «Nel parlare semplicemente non entra la povera natura o la compiacenza umana, e quindi il Signore passa più facilmente alle anime. Non crediate, dunque, sciocchezze i paragoni e le parabole che vi riporto, ma vi rimangano impressi come salutari insegnamenti» (pp. 25-26).

Al di là dei suoi riferimenti espliciti al contesto sociale e storico degli anni Quaranta del Novecento, troviamo rimandi dottrinali e teologici salutari per i nostri tempi. Schietto e adamantino non aveva timori nei confronti del mondo, è per questa ragione che troviamo, in queste pagine, tutto il rispetto per Dio, ma non il rispetto umano quando si trattava di denunciare gli errori, per esempio, delle ideologie di stampo socialista e comunista. Come un buon padre illuminava le menti dei suoi fedeli, facendo chiarezza sulla falsa fede politica che portava le persone all’ateismo.

I suoi insegnamenti spirituali sono un benefico balsamo per le smarrite anime dei nostri giorni, lasciate sempre più sole nell’esilio di questa vita.

 

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