La ricerca di perfezione spirituale come un proprio cammino per portare la singola persona al Moka (la liberazione o affrancamento), nell’Induismo, viene vissuta e attuata in forme diverse e tramite insegnamenti spesso non solo diversi, ma addirittura antitetici gli uni nei confronti degli altri. La contrapposizione più netta è tra gli approcci, le pratiche e le dottrine di carattere vedico e quelle tantriche.

La convinzione che assilla da millenni tutta la cultura e le popolazioni indiane è l’infinita ripetizione del «Samsara», inteso come il ciclo di reincarnazioni che è necessario interrompere per arrivare all’unione con il tutto, detta anche Nirvana, ottenuta grazie al Moka. Le vie per arrivare a tale compimento sono diverse non solo secondo le principali scuole di pensiero, come quella tantrica o quella vedica, ma anche tra i vari Guru[1], i quali, pur avendo una comune origine, applicano riti e hanno princìpi fortemente discordanti.

Tradizionalmente ed ancora oggi nelle sue correnti tradizionali, l’Induismo divide i suoi fedeli e gli esseri umani in genere in quattro caste principali ed i «fuori casta»: i sacerdoti (Brahmani), i guerrieri (Ksatriya), i mercanti e artigiani (Vaisya), i servi (Sudra) e, infine, gli Intoccabili (Paria o Dalit). Tra le caste vi deve essere il minimo contatto sia fisico che spirituale in modo da impedire possibili contaminazioni. Nel caso dei Paria, poi, il distacco e la lontananza devono essere assoluti, poiché possono rendere impuro un membro di caste superiori anche solo sfiorandolo con lo sguardo o con la propria ombra; essi svolgono professioni che hanno a che fare con la nascita (ostetrica, medico) e la morte (macellaio, conciatore di pelli, boia, crematore) o che vengono a contatto con la sporcizia (lavandaia, netturbino).

Per tutte le visioni indù la vita terrena e, quindi, tutte le sue ripetizioni sono causa di dolore, ambizioni e sofferenze che possono essere eliminate solo superando il Samsara.

Nell’Induismo, essendo esso una religione esoterica, la verità ha un’importanza relativa, in quanto il reale non possiede una propria natura oggettiva e conoscibile; la conoscenza, quindi, è soggettiva e strumentale al superamento della propria dimensione individuale, legata alla materia, per giungere all’universale. Tale etica spirituale è legata alla casta di appartenenza, all’interno della quale ci si deve “spingere verso l’estremo” spirituale consentito dalla medesima, riuscendo, così, a reincarnarsi in quella superiore, fino a raggiungere il Moka. Il processo di passaggio di casta può avvenire sia in senso ascendente che discendente, secondo la misurazione del Karma[2], con cui si intende il rapporto tra ogni azione compiuta e gli effetti spirituali che ne derivano. Questa continua purificazione/contaminazione riguarda solo l’anima e non il corpo e, dunque, procede ininterrottamente lungo tutte le vite che l’anima è costretta a subire in tutte le reincarnazioni che le sono necessarie per arrivare al Moka.

All’interno dell’Induismo tantrico[3] esiste una declinazione fortemente temuta e disprezzata, nata in India intorno al XVII secolo, che prende il nome di Aghora, la quale vuole annullare completamente il sistema delle caste e dimostrare come tutta la realtà porti al distacco dai beni materiali per arrivare alla piena comprensione di essere già parte del tutto e, quindi, poter raggiungere in una sola vita il Moka.

La liberazione, permettendo all’individuo di annullarsi nel tutto (universale), spiega come il singolo debba capire egli stesso di essere Dio, in un panteismo spiritualista. Questo è chiarissimo nel principale Mantra[4] Aghori «Aham Brahmasmi» che recita:

«C’è chi adora il Dio dell’alto dei cieli.

C’è chi adora Dio in una statua o in una immagine.

C’è chi adora il Dio senza forma.

C’è chi adora Dio nel proprio cuore.

C’è chi crede che Dio sia la mente.

Gli Aghori adorano Dio nel proprio corpo o nel corpo dell’altro.

Perchè “Io sono Dio”».

Il fondatore di questa dottrina è stato Baba Keenaram, nato nel 1601 e morto, si dice, nel 1771; si racconta fosse un guaritore eccezionale e non si curasse delle caste, aiutando anche i Sudra e, persino, i Paria.

Fin dal suo fondatore il ruolo della morte e del dissacratorio impuro saranno essenziali nella concezione Aghori. Dal punto di vista dottrinale, il panteismo Aghori è similare alla concezione classica del panteismo induista: divenendo parte al tutto anche la singola persona è Dio, perdendo la sua individualità, che contrasta la liberazione e la fine delle reincarnazioni, in quanto legame con la materialità della dimensione individuale. Questa corrente, però, si differenzia moltissimo nei mezzi da utilizzare per raggiungere lo scopo.

Lo stesso significato della parola Aghora, composto da «a», che, nelle lingue indoeuropee (si pensi, ad esempio all’α privativo greco), esprimere il concetto di privazione/assenza, e «ghora» che significa oscurità, mostra come il valore non sia presente nella luce come tale, ma nella mancanza dell’oscurità, la quale, in completa avversione al concetto di illuminazione e purezza tipici dell’Induismo, viene abbondantemente sfruttata nei riti Aghori come vero punto di accesso al Moka. Il progresso, che avvicina l’uomo alla immissione totale di sé nel tutto, segue un percorso di evoluzione e realizzazione spirituale, che parte dagli aspetti più animaleschi, più grossolani, dell’essere umano e, stadio dopo stadio, evolve in quello che può essere definito un’anima liberata. Da Pashu (Animale) a Vīra (Eroe), a Dīvya (Divino), a Bāla (Bambino), Unmatta (Pazzo), Pīshacha (Spirito) e Avadhut (Rinunciante), sinonimo di Asceta, ossia colui che è andato oltre i propri sentimenti e gli obblighi mondani e morali, che è andato oltre tutto ciò che è puro o impuro, oltre ogni dualità e differenziazione.

Per gli Aghori il concetto di casta, puro, impuro, buono o cattivo non hanno alcun significato. Il perfezionamento spirituale è dato esclusivamente dal distacco totale dalla realtà e dalle sue regole. Invece di sottostare alle regole naturali un Aghori deve opporsi ad esse e vivere rompendo tutti gli schemi sociali e le tradizioni che lo circondano: solo così potrà avere il vero distacco dai desideri e dalla materialità e poter arrivare alla liberazione della sua spiritualità, annullandosi completamente.

Le pratiche più d’impatto adottate da questa particolare setta sono le più disparate e sudice: mangiare da crani umani, cibarsi di carne umana, dormire o meditare con e sopra i morti, attuare atti osceni in pubblico, usare smodatamente alcool e sostanze stupefacenti…

Queste azioni, pur avendo un forte impatto sensibile, vengono percepite dagli Aghori come la manifestazione dell’inutilità delle convenzioni e dei rapporti sociali, dato che, solo se sono veri Aghori, non manifestano alcun approccio di rigetto o approvazione per azioni di questo tipo. Lo stesso approccio vale per gli stati alterati di coscienza, dovuti ad alcool oppure alle droghe utilizzate in abbondanza; la stessa sessualità deve essere libertina ed occasionale, meglio se con Intoccabili, per testimoniare, anche in questo, l’inutilità delle caste, come di ogni altra regola o limite alla ricerca della nullificazione della propria individualità, unica via al Moka. In questo la dimensione tantrica è piena.

Il luogo in cui oggi vivono e agiscono gli Aghori è principalmente la città sacra indù di Varanasi, citata nei Veda e uno dei luoghi dove la cerimonia della cremazione induista è maggiormente applicata. Per gli induisti la cremazione è importantissima e, specialmente nella città di Varanasi, manifesta dimensioni e numeri impressionanti, dato che richiama sulle sponde del Gange, fiume da cui la città è bagnata, migliaia di famiglie con i propri defunti per il rito. Con i resti delle cremazioni si agghindano e si cibano o li utilizzano come strumenti accessori.

Le loro azioni e il loro stile di vita, oltre ad identificarli come addirittura inferiori e più pericolosi dei Paria, suscitano timore negli abitanti della città, che li ritengono capaci di sortilegi e pericolosi per la propria integrità fisica e spirituale, dato che il contatto con l’impuro porta, a sua volta, impurità nell’animo della persona.

La tradizione Aghori ha avuto, specialmente dopo la fine del colonialismo inglese, molte mutazioni nelle sue pratiche e nel suo approccio dottrinale, portando ad una vera e propria scissione da parte della maggior parte dei federi. L’alfiere di questo mutamento è stato Aghoreshwar Bhagwan Ram (1937-1994), che cambiò completamente i riti e le pratiche, portando: la pulizia, il cibo sano, pratiche comuni e la solidarietà moderna, battendosi contro le caste e, come dichiarato dal fondatore, per l’eliminazione delle discriminazioni su base di genere, religione, casta e pensiero politico in India.

Nonostante le battaglie per ideali molto vicini al moderno politicamente corretto, anche la comunità Aghori influenzata dal mondo occidentale non ha mai rinnegato la necessità di raggiungere il Moka e superare il concetto di bene e male come valori, ma ha semplicemente cambiato l’approccio, le pratiche e i riti.

Baba Keenaram Stahl è il principale tempio Aghori presente in Varanasi ed è il luogo di culto principale per tutti gli Aghori, sia ortodossi che secolarizzati. In questo luogo ci si reca per pregare Dattatreya, una divinità che comprende in sé la Trimurti indù, ossia l’unione di Brahma, Vishnù e Shiva. Baba Keenaram, che abbiamo visto essere il fondatore degli Aghori, è considerato la reincarnazione di Dattatreya e, quindi, la multipla divinità è il vero fondatore della setta Aghori.

Tutti i fedeli di questo tempio posso trovare le ceneri dei corpi bruciati in Varanasi, fornite direttamente in loco e conservate a tale scopo, e cibarsene, attuando un cannibalismo meno diretto di quello tradizionale; la struttura, inoltre, concede la possibilità immergersi nel Gange (uno dei fiumi più inquinati al mondo e centro di raccolta delle ceneri delle cremazioni di milioni di indù) e di berne le acque.

Molto spesso l’Occidente, che ha abbandonato la sua spiritualità cristiana, rimane affascinato da spinte ascetiche e spirituali provenienti da culti geograficamente distanti, dimenticando troppo spesso che il bene esiste e non va mescolato con il male, altrimenti ogni aberrazione viene giustificata.

 

Moli crematori di Varanasi

 

 

[1] Per Guru deve intendersi un «maestro spirituale», la guida spirituale nell’Induismo; in particolare è colui che impartisce al discepolo la dīkā, vale a dire l’iniziazione, essendo l’Induismo una religione iniziatica.

[2] Può essere tradotto con «azione».

[3] Il Tantrismo è una forma di gnosticismo (comune a Induismo, Buddhismo e Jainismo), cui partecipa l’intera psiche dell’iniziato: il reale è visto come il dualismo fondamentale dell’Universo manifesto, che oppone spirito e materia, microcosmo e macrocosmo. I Tantra sono i suoi testi sacri (i più antichi del VI secolo, ma la cui ispirazione è molto più antica), rivolti a tutti senza distinzione di casta o di sesso, perché esso è considerato una via superiore alle caste, destinata ad un’élite spirituale; essi trattano, con una complessa simbologia esoterica, di cosmogonia, innologia, magia, tecniche rituali, meditazione…

[4] Per Mantra si deve intendere una sillaba, una frase, un nome o una poesia, ripetuti un numero indefinito di volte ed atti a rafforzare la spiritualità, estraniando l’esercitante dalla materialità che lo circonda.

 

 

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