Ci sono opere che vanno viste almeno una volta, perché sono esperienze capaci di segnare uno spartiacque dentro di noi nella comprensione dello straordinario potere della Bellezza, non quella superficiale, superflua, vacua, ma quella pregna di tutti i significati, persino quelli più reconditi che interrogano da sempre e che la storia dell’arte attraverso il suo messaggio religioso riesce a comunicare, a penetrare.

La Resurrezione di Piero della Francesca è lì da oltre 5 secoli a suscitare stupore e ammirazione, in un minuscolo borgo dell’Appennino centrale, Sansepolcro in provincia di Arezzo, al confine con Umbria e Marche.

Piero della Francesca, realizza quest’opera tra il 1450 e il 1463 per il Palazzo dei Conservatori (oggi sede del Museo civico) all’età di circa 40 anni, dopo essere ritornato nella sua città natale nel 1442, ricoprendo l’incarico di consigliere popolare nel Consiglio comunale. Era già un pittore affermato formatosi lungamente a Firenze, dopo aver viaggiato e lavorato a Roma, a Ferrara, a Rimini alla corte di Sigismondo Malatesta, ad Arezzo e alla corte di Federico da Montefeltro duca di Urbino.

È un uomo colto, attivo politicamente, curioso e partecipe del fermento culturale del suo tempo, il Rinascimento.

La sua “riscoperta” nel XX secolo, gli restituirà il ruolo che merita nella storia dell’arte (anche se mai abbastanza) quale uno degli artisti del Quattrocento più completi, profondi e innovatori, un pilastro per la storia artistica a lui coeva e un punto di riferimento per artisti di tutti i tempi, persino moderni o contemporanei come Morandi, De Chirico, Casorati.

La Resurrezione, ma anche tutte le altre sue opere, sono perfette nella loro architettura geometrica, razionali eppure commoventi, in un sistema complesso di lettura che solo i grandi artisti sanno offrire, sospeso tra razionale ed emozionale, in un connubio straordinario e profondo tra arte e scienza.

In questa opera in particolare, un murale in affresco e tempera a secco di 2,25 x 2 metri, Piero riesce a conciliare e ad esprimere la nuova scienza della prospettiva geometrica, un solido senso del volume e della forma, il gusto del dettaglio minuscolo in una scena di carattere monumentale, e una placida armonia svelata col suo personale e raffinatissimo senso del colore.

È posto sul muro di un’ampia sala, in alto rispetto al punto di osservazione, tanto da accrescere ancora di più la soggezione al suo cospetto, è dipinto all’interno di un architettura che non segue la forma del suo perimetro; la scena è inserita tra due colonne di ordine corinzio, come fosse visibile dall’interno attraverso una sorta di finestra porticata, sulla base, in finto marmo, si intravede parte di una scritta, che secondo gli studiosi che l’hanno ricostruita cita una lettera di Seneca (tratta da le Epistulae morales ad Lucilium): “omne humanum genus morte damnatum est”. Tutto il genere umano è condannato a morire, ma la Resurrezione vince l’ineluttabilità della morte!

La didascalia è solo un concetto, l’immagine di Cristo che esce dalla tomba è la Verità, la Sua figura monumentale rappresenta, all’interno della composizione, il perno, il centro, il fulcro, maestoso, solido come una colonna, statico, silenzioso, solitario, mentre gli altri personaggi dormienti sono solo un corollario.

È il Cristo risorto, ma è anche la certezza della Resurrezione, e tutto si svolge in quel momento di confine tra il prima e il dopo, proprio come la Sua figura divide in due il paesaggio: brullo e spoglio a sinistra e rinascente e verdeggiante a destra.

Il Suo sguardo placido e profondo ci interroga, ci interpella sulla Verità della fede, e noi siamo pronti ad accogliere il Suo Mistero perdendoci nell’enigma di quello sguardo che prende vita grazie al  genio di un artista.

 

 

 

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