La nobile famiglia Gianazzo di Pamparato

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Da Moncalieri a Mongreno i Gianazzo di Pamparato hanno legato il proprio nome a vaste proprietà e ad alcune tra le più belle ville e vigne della collina torinese. Il Gianazzo, il Pamparato, sono toponimi che ancor oggi ricorrono nella cartografia collinare, ricordando il nome degli antichi proprietari.

Anche a Torino differenti linee dei Pamparato furono proprietarie di bei palazzi: il più prestigioso fu quello che fecero costruire nel Seicento in piazza San Carlo (oggi contrassegnato dal numero civico 196) su disegni di Carlo di Castellamonte. Di un altro, che sorgeva in via Garibaldi, non si conserva memoria dell’esatta posizione, anche se, probabilmente, era ubicato in prossimità di via Milano. Non deve essere infine dimenticato il palazzo che costituisce – unitamente ad altri edifici adiacenti – la sede della Regione Piemonte in piazza Castello 165. Questo (costruito tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento nell’ambito del complesso urbano progettato da Ascanio Vitozzi / Vittozzi), pur essendo appartenuto per lungo tempo ai Gianazzo, viene assai raramente collegato ad essi.

 

Palazzo Gianazzo di Pamparato, centro storico di Moncalieri

 

Le più antiche memorie dei Gianazzo risalgono, secondo quanto asseriscono i più accreditati storici della nobiltà subalpina, a un Giovannino, del quale si sa poco o nulla, soltanto si ricorda che morì di morte violenta, ucciso, ma non è chiaro se in guerra o in altra circostanza nel 1498.

Pare essere tutt’altro che da escludere la possibilità, pur esclusa da studiosi di indubbia autorità come Francesco Guasco di Bisio, che la famiglia – in antico detta indifferentemente anche Gianasso – possa trarre origine dai signori di Calpice (oggi Carpice, una realtà territoriale autonoma sino al tardo Medioevo, destinata, in seguito, a divenire parte integrante del territorio moncalierese). Dei signori di Carpice, verosimilmente diramazione, secondo la fondata opinione di alcuni accreditati autori, dei visconti di Torino, restano molte memorie nei cartari medievali, dove sono definiti talora vicecomites de Calpice.

Chi scrive ritiene che progenitore comune dei Gianazzo possa essere stato un Johannacius de Calpex, che visse nel 1263, il cui figlio sembra essere stato Uberto Johannacio, citato come possessore di beni in Carpice, in documenti del 1271 e del 1289.

Verso la metà del Cinquecento si nota in Piemonte la presenza di almeno tre diverse famiglie Gianazzo. Pur essendo in quel tempo già ben distinte tra loro, queste erano tutte notabili o rappresentate da qualche ramo che poteva essere considerato come appartenente alla “piccola” nobiltà.

Tutte avevano dimora a poca distanza da Carpice, fatto che contribuisce a sostanziare, congiuntamente ad altri, l’ipotesi che avessero origini comuni e che discendessero da uno stesso capostipite. Una aveva sede in Mombello di Chieri e Chieri, un’altra in Carmagnola e un’altra ancora in Carignano. Fu quest’ultima, in progresso di tempo, a primeggiare sulle altre e a divenire assai rilevante, in generale, nella storia di Torino e del Piemonte.

Se verso la metà del Cinquecento il ramo di Mombello/Chieri, assai turbolento e con vari personaggi coinvolti, nel quadro di una vivace conflittualità paesana, in risse e duelli, sembrava vivere una fase di decadenza[1], altrettanto non si potrebbe dire dei Gianazzo carmagnolesi e di quelli carignanesi.

Alla città di Carmagnola la famiglia diede, con una certa continuità, personaggi attivi nelle amministrazioni civili e religiose; tra questi possono essere menzionati cinque sindaci (Sebastiano,

Nicolino, Lorenzo, Agostino e un altro Nicolino) nel periodo compreso tra il 1516 e il 1575. Nicola Ghietti suppone, perdendosi le tracce della famiglia in Carmagnola nel Seicento, che il ramo carmagnolese possa essere passato nella limitrofa Carignano[2] ma ciò non è probabile in quanto il ceppo carignanese aveva in questa città numerosissimi rappresentanti, con memorie e matrici genealogiche più antiche. Le più antiche memorie in Carignano risalgono, infatti, a quel Giovannino, che si è citato più indietro, attestato nel 1498; poi, già nei primi anni del XVI secolo diversi erano i rappresentanti del nome. Nel 1555 Ludovico era membro del Consiglio di credenza, divenendo sindaco nel 1572. Annibale veniva chiamato a ricoprire la medesima carica nel 1588. Anche in Carignano non mancano in questi anni tra i Gianazzo i protagonisti di qualche duello o rissa.

Da atti conservati presso l’Archivio di Stato di Torino, abbiamo notizia del pagamento di 300 scudi d’oro d’Italia da parte di Giovanni Maria Gianazzo (personaggio evidentemente piuttosto facoltoso) per ottenere la liberazione e «grazia d’ogni pena tanto reale che corporale [nonché] per la confisca dei beni e bandimento […]» a favore di un suo fratello, Millano (= Milano/Melano) Gianazzo, colpevole di avere ucciso, nel corso di una rissa, Andrea Beccaria[3].

Alcuni rami mantennero un ruolo di rilievo soprattutto nel Carignanese (un’area a livello geo-politico assai rilevante) esprimendo sei sindaci di Carignano tra il 1628 e il 1793, alcuni medici, notai, alcuni religiosi, compresa un’abbadessa del florido e importante monastero di Santa Chiara[4].

Un Milano Gianazzo consegnò (20 maggio 1580) l’insegna dell’osteria dell’Olicorno in Carignano; un suo [presumibilmente ma non necessariamente] omonimo era notaio nella città negli stessi anni. All’inizio del Seicento uno dei rami carignanesi, discendente dall’ennesimo Milano (nome evidentemente molto caro in famiglia) Gianazzo, pose la propria principale residenza a Torino e, ricoprendo ruoli di primaria importanza nello Stato sabaudo gettò le basi della futura affermazione della casa. Circa l’esatto sviluppo genealogico delle generazioni secentesche permane qualche incertezza, di cui si ha un esempio anche nella genealogia proposta[5] nel Patriziato Subalpino di Antonio Manno (consultabile su www.vivant.it).

 

 

Piazza San Carlo 196, Portone del Palazzo Gianazzo di Pamparato (poi sede della Banca Popolare di Novara),  sormontato dall’arma gentilizia della famiglia

 

Nel corso del ‘600 la rapida ascesa dei Gianazzo ebbe quale iniziatore proprio il citato Milano, ed essa è probabilmente da interpretarsi, come pure per altre famiglie carignanesi, nel quadro di un rapporto di assoluta fedeltà ai principi di Carignano e alle loro strategie di espansione. Nominato Mastro uditore nella Camera dei Conti attorno al 1620, Milano ebbe modo, per molti anni, di rendere importanti servigi ai Savoia, riuscendo, pur legato al principe Tommaso e al cardinal Maurizio, a non inimicarsi, anche durante la “guerra tra i cognati”, Madama Cristina.

Carlo Emanuele II lo teneva in alta considerazione, come dimostrano, tra l’altro, le espressioni

usate nelle patenti di nomina a Consigliere senatore (2 settembre 1650) dirette al «Magnifico nostro carissimo Messer Milano Gianatio, dalle quali apprendiamo che egli, essendo stato per oltre vent’anni uno dei controllori della casa e finanze del principe cardinale Maurizio, aveva avuto modo di assolvere con «zelo e prudenza» molti incarichi delicati «tanto a Pariggi che Roma et altrove […]». La tradizionale fedeltà ai Savoia-Carignano continuò a essere testimoniata anche dalle generazioni successive. Un figlio di Milano, Giacomo, fu anch’egli controllore e poi intendente del principe Tommaso; nel 1686 ebbe in dono dalla principessa Ludovica (sorella del duca Carlo Emanuele II e moglie del principe Maurizio dopo l’abbandono da parte sua della porpora) porzioni del feudo di Pamparato, del quale fu investito con titolo comitale. Successivamente i Gianazzo entrarono in possesso di parecchie altre giurisdizioni feudali: furono conti di Belvedere, signori di Castellino de Voltis, Ceva e Montechiaro.

Nella Torino del Seicento fu personaggio di particolare spicco Silvestro, dottore in leggi, professore («lettore ordinario di leggi») dell’Università torinese dal 1667, poi avvocato generale dei poveri e senatore.

Tra i militari possono essere menzionati Cesare (1540-1625), capitano di milizie, che si distinse nei

principali episodi guerreschi del suo tempo; Ottavio (1740-1822), maggior generale nonché cavaliere di Gran Croce e tesoriere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro; Luigi (nato nel 1742), colonnello del reggimento Piemonte fanteria; Carlo Romano, maresciallo d’alloggio nelle Guardie del Corpo (1776); Leopoldo, maggiore in Savoia Cavalleria (1834).

Alla famiglia appartennero diversi uomini di cultura e di lettere in ogni secolo, anche nell’Ottocento e sino ai giorni nostri. Un ruolo di particolare importanza in questo campo spetta a Vittorio Enrico, nato nel 1846, autore di parecchie opere di interesse storico-artistico, alcune delle quali (una sintetica ma preziosa monografia dedicata alla reggia di Venaria[6] e un volume in cui è ricostruita la biografia del principe cardinale Maurizio di Savoia, che grandeggiò nel Seicento in Italia[7]) si vanno, proprio in questi ultimi tempi, studiando e rivalutando. Apprezzato promotore di cultura fu, in tempi recentissimi anche Francesco Gianazzo di Pamparato, organizzatore di ampi studi e ricerche sulla nobiltà piemontese in rapporto e in parallelo con le sue eredità culturali, artistiche, architettoniche, economiche e imprenditoriali, nonché con i ruoli da essa avuti nella tutela, crescita e consolidamento degli Stati sabaudi sino all’unificazione italiana. Da tale attività di studio sono scaturiti parecchi volumi, dei quali il Pamparato è stato il curatore, nonché coautore, congiuntamente a chi scrive ed Enrico Genta Ternavasio, poi, di volume in volume, affiancati da Orsolamalia Biandrà di Reaglie, Elisa Gribaudi Rossi, Anna Provana di Collegno, Gustavo di Gropello[8] e Renato Bordone[9].

 

[1] L’appartenenza dei Gianazzo da Mombello e Chieri a un ceto privilegiato si può evincere, in primis, dallo stemma gentilizio di cui facevano uso (distinto da quello di altri rami). Che si trattasse di una famiglia di qualche peso si ricava, tra l’altro, dalle patenti con cui Carlo Emanuele II graziò Giacomo, ordinando di rilasciarlo dalle carceri in cui si trovava detenuto per avere accettato due volte, in pagamento di un suo credito, da Francesco Rosso, da Cinzano, in totale di 4 rubbi di sale di contrabbando. Il sovrano concesse la grazia, recitano le patenti, trattandosi di un «figlio di fameglia», a condizione che non facesse mancare la propria approvazione alla grazia il gabelliere del sale. E l’approvazione non si fece attendere, dato che il gabelliere, Biagio Alfazio, «tanto a nome proprio che de’ compagni», prestò il 24 dicembre 1660 il proprio «[…] consenso, per trattarsi di un figliolo di fameglia il qual ha servito [Casa Savoia] nelle scorse guerre e per avere preso il sale in paga di un suo credito […]» (Archivio di Stato di Torino, Sezioni riunite, Patenti Controllo Finanze, 1660 in 1661, f. 117, 11 gennaio 1661). All’inizio del Seicento qualche rappresentante del cognome risultava essere in condizione di povertà, come si evince dalla grazia concessa al «[…] povero Antonio Gianazzo da Monbello [sic]» della condanna che gli era stata inflitta «[…] per haver assistito ad un homicidio casuale comesso da Pietro Marzano in persona di Antonio Sardo, stante massime l’aggiuto dato […] alla morte del bandito […]». Confligge con la dichiarata condizione di povertà l’abbastanza ingente entità della sanzione pecuniaria fissata in 50 ducatoni da fiorini 13 caduno, e presumibilmente pagata, per ottenere la grazia (Archivio di Stato di Torino, Sezioni riunite, Patenti Controllo Finanze, 1612, f. 238, 16 aprile 1612). Si ha memoria di un’altra grazia anteriore, concessa, in seguito alla loro supplica a «Lorenzo e Gioanino de Gianatj», di Chieri «di ogni pena in cui siano incorsi per rissa e omicidio», mediante il pagamento di 100 ducatoni da fiorini 11e1/2 (Controllo Finanze, 1594 in 1595, f. 269, 28 novembre 1594).

[2] Nicola Ghietti, Famiglie e personaggi della storia carmagnolese, Torino, Giuseppe Graziano Tipografo, 1980, pp. 157-158.

[3] Archivio di Stato di Torino, Sezioni riunite, Patenti Controllo Finanze, 1567 in 1568, f. 348, 19 luglio aprile 1612

[4] Tra altri religiosi si possono ricordare Annibale, era nel 1583 rettore della «chiesa rurale o cappela di san Vito in Carignano» e Giovanni Battista, dottore in leggi, vicario foraneo di Carignano nel 1676.

[5] Cfr. https://vivant.it/manno-risultati/?param_url=https://vivant.it/immagini/manno_pdf/cd30/Img0093.PDF sgg.

[6] Il Castello della Venaria Reale. Cenni storico-artistici con note, documenti e tavole illustrative, Torino, Stamperia reale della ditta G. B. Paravia, 1888.

[7] Il principe cardinale Maurizio di Savoia mecenate dei letterati e degli artisti, Torino, Stamperia reale della Ditta G. B. Paravia e C., 1891.

[8] Si vedano in particolare, ma non soltanto, Famiglie e Palazzi. Dalle campagne piemontesi a Torino capitale barocca, Torino, Paravia-Gribaudo, 1996; Storia di famiglie e castelli, Torino, Centro Studi Piemontesi, 1999; Europa in Piemonte. Ritratti di sovrani e di principi nelle antiche dimore piemontesi, Torino, Umberto Allemandi & C., 2001.

[9] Famiglie nobili e borghesi, dall’arsenale ai nuovi mestieri, Torino, Piemonte Cultura, 2002.

 

 

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