“Qui invenerit animam suam, perdet illam; et qui perdiderit animam suam propter me,  inveniet eam” (Mt 10, 39).

“Si quis vult post me sequi, deneget semetipsum et tollet crucem suam et sequatur me” (Mc 8, 34).

“Quicumque quaesieret animam suam salvam facere, perdet illam; et, quicumque perdiderit illam, vivificabit eam” (Lc 17, 33).

Qui amat animam suam perdit eam; et, qui odit animam suam in hoc mundo, in vitam aeternam custodiet eam” (Gv 12, 25).

 

di Carla D’Agostino Ungaretti

 

L’evangelista Marco riporta il detto di Gesù che ho citato in epigrafe – preceduto dal rimprovero a Pietro che non accetta l’annuncio della passione da Lui rivolto ai discepoli – facendolo seguire da una seconda affermazione altrettanto sconvolgente: “…chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà”. Tutti e quattro i Vangeli riportano, con qualche lieve variazione, queste drammatiche affermazioni, decisamente agli antipodi del sentire mondano, e soprattutto di quello moderno, che ha l’abitudine di definire “croce” ogni evento sgradevole o qualunque contrarietà quotidiana di cui è costellata la nostra esistenza. Infatti esse possono spaventare chi non accetta di calarsi in un’ottica diversa da quella corrente che il mondo costantemente ci propone. Esse, tuttavia, costituiscono il vero tratto caratteristico della “differenza cristiana” rispetto al comune sentire: se Gesù è andato incontro alla sua Passione, Morte e Resurrezione in totale libertà e per amore, tutti noi (se Lo amiamo e vogliamo seguirlo) siamo chiamati a imitarLo nella totale libertà che Dio ci ha donato.

Quando Gesù diceva: “Se qualcuno vuole venire dietro di me …”, egli sapeva bene che l’adempimento della sua missione l’avrebbe condotto alla morte in croce, a quel supplizio terribile e infamante che i Romani (ma non solo loro) riserbavano ai peggiori delinquenti, perciò Egli non tenne nascosto nulla ai suoi discepoli e parlò con chiarezza della propria Passione (Mc 8, 34). Ecco quindi che fin dal Cristianesimo primitivo emerse quella “differenza cristiana”, di cui S. Paolo fu tra i primi a gloriarsi: “Quanto a me non ci sia altro vanto che nella Croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo del quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo” (Gal 6, 14). La fede nella Resurrezione di Gesù fece sì che quella tragica morte, simbolo di un totale fallimento umano, fosse invece percepita come evento salvifico per eccellenza, tanto che la festa dell’Esaltazione della Croce (14 settembre) perpetua appunto la dimensione salvifica della morte del Redentore, cui ogni cristiano aderisce con il semplice gesto del segno della croce con il quale iniziamo e concludiamo qualunque preghiera o celebrazione.

Tuttavia quelle parole, che dovettero far sussultare tutti gli ascoltatori e ancora ci interpellano, ci invitano a riflettere bene su ciò che Egli richiede per poter andare dietro a Lui. Perciò bisogna ben comprendere quelle parole per non interpretarle come un invito al masochismo, o come un’immagine metaforica o, peggio ancora, come facevano gli scribi e i farisei, i quali “legano pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverle neppure con un dito” (Mt 23, 4).

Infatti Gesù fa appello alla volontà, ossia alla libertà; non costringe nessuno, ma chiama chi lo ascolta a fare i conti con i propri desideri e con la propria vita. Nell’originale greco Marco usa tre imperativi: “rinneghi”, “prenda” e “segua”, indicando un’azione puntuale compiuta una volta per tutte e dunque senza ritorno; anche Luca usa un imperativo, ma completa il suo analogo monito con un’interessante precisazione: “Prenda la sua croce ogni giorno” (Lc 9, 23), insistendo così sulla perseveranza quotidiana richiesta da Gesù al discepolo e fondendo insieme la decisione puntuale con la faticosa fedeltà quotidiana. Bisogna cioè decidere ogni giorno di seguire il Signore come se fosse il primo, cioè sempre con rinnovato entusiasmo.

Ma che significa quel “rinnegare se stessi” di cui parla Marco? Questa espressione richiama alla nostra mente l’idea della rinuncia e del sacrificio, termini che il mondo moderno respinge in toto, impegnato com’è a realizzare la completa soddisfazione del proprio desiderio, ormai ritenuto un inalienabile diritto. Marco usa un verbo che nella lingua greca usata dai LXX indica il rigetto degli idoli preliminare all’adesione a Dio: “In quel giorno (quello della conversione) ognuno rigetterà i suoi idoli d’argento e i suoi idoli d’oro, lavoro delle vostre mani peccatrici” dice il profeta Isaia (31, 7). Il cammino di conversione a Dio è lo stesso: dall’idolatria di sé e dall’autoaffermazione, si arriva a lasciare che sia Cristo a vivere in noi, come dice S. Paolo (Gal 2, 20).

Quindi, rinnegare se stessi significa lottare contro l’egoismo che ci minaccia sempre, contro la “philautìa”, ossia “l’amore egoistico di sé”, quel desiderio perseguito ad ogni costo, anche contro e senza gli altri; quella preoccupazione esclusiva per sé che induce a considerare il proprio io come unica misura della realtà, anche trasgredendo le eterne leggi della natura all’origine di quegli sconvolgimenti antropologici che tutti gli stati moderni stanno via via approvando e che tutti conosciamo.

Le parole i Gesù sono dure. Seguirlo può significare mettere a repentaglio la propria vita e il cristiano deve saperlo, ma sa anche che se dovesse perdere la sua vita, in realtà, come dice Luca, la “vivificherà”, ossia “infonderà nell’anima la vita vera”, quella che sfocia nella vita eterna. “Prendere la propria croce” significa caricarsi dello strumento della propria esecuzione, come fece Gesù nel salire la “Via dolorosa”; significa rinunciare, se necessario, ad autogiustificarci e a difenderci, significa essere disposti a subire tutte le conseguenze della scelta cristiana che abbiamo liberamente fatto, dimostrando con il nostro coerente comportamento che nessuno potrà mai impedirci di vivere il Vangelo, perché è sempre possibile trasformare l’ingiustizia patita in un’occasione per fare del bene e adeguarci così al più sconvolgente insegnamento di Gesù: quello di amare i nostri nemici (Mt 5, 44). Il rinnegamento di sé e il portare la croce possono essere attuati solo da coloro che “seguono l’Agnello dovunque va” (Ap 14, 4), certi che Egli ci ha preceduti insegnandoci un preciso stile di vita: quello dell’Amore. Ecco allora il totale cambiamento di prospettiva operato dalla “differenza cristiana”: Gesù ha trasformato la croce, simbolo della massima vergogna, in quello della massima gloria, la gloria di chi, amando, è capace di dare la vita per gli altri.

Esempi di questo Amore, nella bimillenaria storia cristiana, ne abbiamo conosciuti molti, da parte di uomini e donne che sono riusciti a rifiutare un’esistenza vissuta come egoistica autoconservazione per scegliere un’esistenza volontariamente donata. Ma questo risultato non si ottiene con le nostre sole forze ed è Gesù stesso a spiegarci il perché: “Infatti chi vuole salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo” (cioè anche “per causa mia che sono il Vangelo, la Buona Notizia per eccellenza”) “riceverà nel futuro la vita eterna” (Mc 10, 30).

Queste parole suonano paradossali e assurde alle orecchie di chi non è cristiano, o comunque poco sagge, o addirittura ingloriose, scomode e umilianti, come riconosce anche l’autore della Lettera agli Ebrei quando invita i primi destinatari della sua lettera (i cristiani di origine giudaica) ad abbandonare la comoda situazione che vivono nell’ebraismo – considerato dalle autorità romane “religio licita” – e a non temere “l’obbrobrio” di seguire Cristo, affrontando l’odio degli Ebrei e la persecuzione dei pagani (Eb 13, 13). Eppure quelle poche parole riassumono tutta l’essenza della vita cristiana: capire che tenere gelosamente la vita per sé equivale a perderla, a sprecarla, a buttarla via; mentre vivere per amore di Cristo con Lui e come Lui significa fare già in questa vita terrena un’esperienza di salvezza, pegno della vita eterna (Gv 12, 25).

Ed io, cattolica “bambina”, l’ultima delle pecorelle di Gesù, la più debole e imperfetta, come riesco ad accettare quelle difficili parole? Concludo questa mia riflessione con un ricordo e una testimonianza personale. In un brutto periodo della mia vita, in cui non facevo che piangere, provai la forte tentazione di scuotermi dalle spalle la croce che il Signore mi aveva assegnato, anche se capivo (sia pure nebulosamente) che in quel modo non sarei stata più felice. Capitò allora che ascoltassi l’omelia di inizio del breve pontificato di Papa Giovanni Paolo I, il quale pronunciò una frase che ebbe su di me l’effetto di una scossa elettrica spirituale: “Dio non manda croci che non possiamo sopportare”. Allora non mi posi più tanti problemi e, abbandonandomi completamente alla volontà di Dio, cominciai ad accorgermi che quella croce che tanto mi spaventava, in realtà non era poi così pesante e compresi che Dio si era servito di quelle poche parole di un Papa, che dopo appena un mese avrebbe chiamato a Sé, per illuminare l’oscurità nella quale mi stavo cacciando. Da allora queste poche parole hanno dato forma a tutta la mia vita e mi hanno sempre sostenuto.

 

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