La tolleranza è indifferenza;

chi crede vuole che gli altri credano.

Noi siamo intolleranti

(Domenico Giuliotti)

 

di P. Amerigo Berti

 

La parola del Signore Gesù non va presa per scherzo o per “modo di dire”; va presa alla lettera. E’ Dio che parla, e Dio non mente, non inganna. Egli vuole il nostro vero bene e ci dice, attraverso la bocca divina del Verbo, ossia la persona di Gesù, che cosa sia necessario credere e che cosa dobbiamo invece rigettare. San Francesco d’Assisi diceva giustamente che il Vangelo va interpretato “sine glossa”, ossia senza interpretazioni: alla lettera.

Ebbene, in un passo del Vangelo Gesù ci dice una verità basilare sulla vita: “In verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita” (Gv 6,53). Il testo è così chiaro che smarrirsi in spiegazioni sarebbe perdita di tempo. Gesù chiede che mangiamo il suo Corpo e beviamo il suo Sangue, ossia che ci nutriamo di Lui non in senso vago, ma facendo la Comunione a Messa. Nell’ultima Cena la sua richiesta agli apostoli è imperativa: “Prendete, mangiate! Prendete, bevete!”. Non dice: mangi chi se la sente, beva chi lo desidera. Dio sa che la nostra vera vita non è solo quella biologica che riceviamo con il concepimento nel grembo materno, ma la vita dello Spirito Santo che assumiamo nel battesimo e rinnoviamo continuamente con il sacro banchetto eucaristico, che è in primo luogo un sacrificio, ossia il sacrificio di Cristo, per la salvezza del mondo. I termini sono chiari: chi non mangia quel Corpo e non beve quel Sangue, non ha in sé la vita. Punto.

Quale vita? Quella eterna. Nutrirsi di Cristo è condizione essenziale per essere immersi nella vita eterna, precisamente perché Egli è la vita eterna. E qui si entra di schianto nella vera unica rivoluzione mondiale che cambia lo scenario di ogni esistenza: la vita eterna non è uno spazio da occupare, non è una realtà eterea, non è un Paradiso qualsiasi, ma è una persona. E’ detto al termine della prima Lettera di san Giovanni: “E noi siamo nel vero Dio e nel Figlio suo Gesù Cristo: egli è il vero Dio e la vita eterna” (1 Gv 5,20). Gesù, dunque, non solo è il vero Dio, ma è anche la vita eterna. Ne consegue che la vita eterna è un uomo con barba e baffi, con un corpo, un cuore, una volontà: Gesù.

 

Il cristianesimo allora è necessariamente il contatto con quel Corpo, un essere inseriti in quel Corpo con il dono dello Spirito e il rimanervi. Succede invece che, per non dover dipendere da Gesù e da Dio, ci si inventa una nozione che nel Vangelo non è presente: sembra che per essere cristiani occorra seguire qualche dettame della sua dottrina, andando incontro alle necessità dei poveri, tenere uno stile di vita accettabile in modo da non dare fastidio al prossimo e sovvenire qualche sua necessità, quasi indipendentemente dal fatto che un credente vada a Messa o meno, si comunichi con il Corpo di Cristo o meno. Gesù si pone esattamente al contrario di questa visione: seguire il Signore significa vivere nello Spirito Santo ed essere perseguitati. Scriveva il filosofo Jean Guitton: “Nel problema riguardante Gesù si è stretti tra due ipotesi: o è davvero un uomo divino, o è un pazzo furioso. Non ci sono mezzi termini; nel problema Gesù si giunge ad un punto in cui bisogna scegliere: tra zero e infinito”. Seguire Gesù significa allora credere che Egli sia Dio e la vita eterna, dare la vita per Lui, vivere nel Corpo gli stessi fini del Capo: dare la vita per i fratelli, collaborare a togliere i peccati del mondo, pregare incessantemente, fare dipendere ogni nostro atto dallo Spirito Santo.

Ne viene che il rapporto con il mondo risulta essere necessariamente di contrasto. “Se uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui”, scrive san Giovanni (1 Gv 2,15); gli fa eco san Giacomo: “Chi vuole essere amico del mondo, si rende nemico di Dio” (Gc 4,4).

Quale dunque il rapporto vero, cristiano, col mondo? Di condanna? A riguardo dello spirito del mondo, assolutamente sì; a riguardo degli uomini che vivono nel mondo, la dimensione invece è quella della croce (atto di amore) e la vittoria è il martirio. Non vi è dialogo tra il cristiano e il mondo, né tanto meno quieto vivere. Dire: “ognuno rimanga quello che è, basta andare d’accordo e lottare per la pace, la giustizia, il lavoro, la buona salute” è mentire, non potendo garantire nemmeno per noi stessi un briciolo di queste cose: Dio non ce ne ha dato il potere. La risposta è piuttosto la croce, che è atto di amore: porre tra noi e il mondo la croce chiedendo a tutti a gran voce di farsi cristiani, di accettare la signoria del Cristo, di sottoporsi al giogo leggero della Parola divina, di accogliere il fuoco dello Spirito Santo, e se il mondo risponderà necessariamente con l’odio, la conseguenza per noi sarà accogliere e accettare il martirio come segno di vittoria. Il martire infatti ha sempre l’ultima parola: egli afferma che la sua vita terrena vale meno della Verità, ossia della vita gloriosa di Cristo.

Ecco perché il 14 settembre noi festeggiamo – sì, festeggiamo – il vessillo della croce chiamandolo glorioso: “L’esaltazione della santa croce”. Nella divina liturgia della Chiesa non bastava il Venerdì santo: ci voleva anche il 14 settembre. D’altro canto chi si comunica, ossia chi mangia il Corpo di Cristo, si prepara al martirio, perché il martire che dà il sangue purifica i peccati, partecipa al sommo grado alla vittoria di Cristo, anticipa la vita del Cielo; in altri termini: vive in quell’atto la vita di Cristo nel modo più perfetto.

Il martirio può durare un momento solo o tutta la vita, attraverso gli atti della fede e della carità, questo non conta. Sappiamo però che il contrasto col mondo, al contrario di essere un elemento negativo, è la cifra esatta del nostro cristianesimo, è un onore. “Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia” (Gv 15,19).

Solo la croce può tramutare l’odio in amore. Il nostro dialogo, sì, allora è la croce.

 

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