La carità è la perla delle virtù. Tutti vogliono essere amati, tutti conoscono che cosa significhi amare qualcuno, tutti conoscono anche le sofferenze che vengono da un amore tradito o sbagliato.

 

Amore sacro e amore profano, Tiziano (1488/1490 – 1576), 1515 circa, olio su tela, Galleria Borghese, Roma

 

Ma v’è oggi una certa confusione nell’uso del termine. Si confonde generalmente il verbo «io amo» con la locuzione «a me piace»; per esempio: «amo passare il pomeriggio guardando la televisione»; oppure: «mi sono innamorato della segretaria, la amo, quindi lascio mia moglie per lei». Nel migliore dei casi, si rimane su un amore naturale: la madre ama il figlio, perché non può non amarlo: è frutto del suo grembo. Da questo tipo di amore Gesù stesso sembra prendere le distanze: «Se amate quelli che vi amano, che merito avete? Fanno così anche i pagani» (Mt 5,46). Quando Gesù parla di amore tira in ballo piuttosto i nemici, coloro che ci detestano: «Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi perseguitano» (Mt 5,44). Ora, non è per niente piacevole amare chi ti sta facendo del male, ma proprio qui entriamo nel campo della vera carità, ossia nel giusto significato di questa parola, che è il concetto più alto che possiamo pensare, se è vero che “Dio è amore”. Parlando di carità, allora, parliamo della natura di Dio. Mettiamoci sull’attenti o, meglio, togliamoci i calzari e poniamoci in adorazione.

Che cosa è la carità? E un «abito soprannaturale infuso da Dio nell’anima», dice san Tommaso d’Aquino, e precisamente «una virtù teologale infusa da Dio nella volontà per cui amiamo Dio per sé stesso sopra tutte le cose e noi e il prossimo per amore di Dio».

 

Amore sacro e amore profano, Giovanni Baglione (1573 – 1643), 1602, olio su tela, Galleria Nazionale d’Arte Antica, Palazzo Barberini, Roma

 

La carità viene infusa dunque nella volontà, non è un semplice sentimento. Ciò significa che nell’amore tutta la persona è in movimento verso l’oggetto, che è Dio conosciuto come sommo bene. Poi amiamo noi stessi e il prossimo a motivo dello stesso moto, perché amiamo ciò che ama Dio. Ne viene che amare il prossimo fuori dalla bontà di Dio non è atto sovrannaturale, ma filantropia o, addirittura, puro egoismo (per i vantaggi che se ne possono trarre). L’amore di Dio, invece, ci fa amare tutto quello che appartiene a Dio o riflette della sua bontà. Ora, il prossimo è un bene di Dio e partecipa o può partecipare all’eterna beatitudine. Per questo l’amore di carità con cui amiamo il prossimo é specificatamente identico a quello con cui amiamo Dio. Non ci sono due carità, ma una sola, giacché il motivo formale di amore verso il prossimo è sempre la bontà di Dio in quanto si riflette su in esso.

In sostanza, io devo vedere il prossimo come lo vede Dio, amarlo «con gli occhi di Dio», desiderare per lui il suo sommo bene, che è la salvezza eterna. Quindi, una madre che ama il figlio per via naturale, ma poi non lo educa al vero bene e permette che soddisfi tutti i suoi capricci e suoi vizi, non lo ama veramente, perché non vuole realmente il bene sommo del figlio, che è la vita eterna.

Se dunque, entro nell’amore di Dio, amerò tutte le cose create da lui (gli animali, le piante, le zolle della terra), non per quello che sono in sé stesse, ma perché creati da Dio per la compagnia dell’uomo o comunque in ordine a lui, e amerò il creato intero come dono Dio, come faceva san Francesco d’Assisi che chiamava fratello il lupo del bosco e sorella l’acqua del ruscello, allora capite dunque che nell’amore c’è una gerarchia, non si può andare a casaccio.

 

Predica agli uccellini, Giotto (1267 circa – 1327), 1290-1295, affresco, Basilica superiore, Assisi

 

Sempre san Tommaso insegna che in primo luogo la nostra carità va verso Dio, fonte della beatitudine; in secondo va verso la nostra propria anima, che partecipa direttamente a questa beatitudine; in terzo luogo ai nostri simili (uomini e angeli), compagni della nostra beatitudine; in quarto luogo al nostro corpo, nel quale ridonda la gloria dell’anima; e infine agli esseri irrazionali, in quanto si possono ordinare all’amore e alla gloria di Dio.

Un esempio di questo amore lineare e traboccante lo troviamo, in mezzo agli altri, nella vita in un santo russo di cui ultimamente si parla anche da noi in occidente, san Serafino di Sarov (1759-1833). Egli visse la maggior parte del suo tempo nel monastero, nascosto agli occhi di tutti, come eremita isolato nella foresta. In questi anni si diede ad un’ascesi ai limiti del pensabile, nella preghiera continua, nell’amore per Dio e per la Vergine Maria, amore che cresceva in lui donandogli un fervore fuori dal comune. All’età di 70 anni, sentì che doveva relazionarsi anche col prossimo, e aprì la cella del suo monastero. Da quel momento e fino alla morte (morì a 77 anni) incontrò migliaia di persone. Aveva sì il dono della parola e del consiglio, ma quello che soprattutto impressionò enormemente gli interlocutori che lo conobbero fu l’amore da cui venivano travolti al contatto con lui. Non sapevano nemmeno loro dire “che cosa” succedesse… Il suo viso, il suo tratto, il suo modo, il suo interesse, tutta la sua persona, nel parlare, traboccava di amore per il visitatore. Essi se ne andavano sconvolti, ed era poi logica esigenza e conseguenza per loro cambiare vita: chi viveva nel vizio sentiva di dover immediatamente troncare con le cattive abitudini, chi aveva rancori od odio verso qualcuno cominciava ad amarlo, ecc. Chi aveva visto Serafino di Sarov una volta, non lo scordava più: il suo solo ricordo riaccendeva immediatamente la vita cristiana interiore.

Inoltre san Serafino emanava una particolare luce, come se «da dentro» uscisse una luminosità che dava al suo corpo una caratteristica nuova, diversa, una sorta di “anticipazione” del futuro corpo glorioso. Egli amava tutto e tutti: uomini e donne, buoni e cattivi, santi e peccatori, piccoli e grandi, umili e sovrani. A prescindere. Egli amava. Perché questo è il tratto dell’amore di Dio: è un amore oblativo, preveniente, perché Dio è amore. Dio non mi ama “perché” (perché son buono, perché sono volonteroso, e nemmeno perché sono imperfetto): Egli ama perché ama, perché è amore. Così san Serafino di Sarov si commuoveva davanti agli animali, pregava per loro, parlava con loro: li amava. Ma ne era ricambiato! Si racconta che molte mattine, quando il santo usciva dalla capanna del bosco, trovava schierati diversi animali selvatici ad attenderlo. Egli li salutava, si intratteneva con loro, dava loro qualcosa da mangiare (se l’aveva), poi li congedava. Una volta venne un visitatore e, quando ebbero fame, san Serafino chiamò un orso dal bosco e gli chiese gentilmente di andare nella foresta a prendere un favo di miele selvatico per l’ospite (non ci immaginiamo l’impressione del pover’uomo quando si vide arrivare un enorme orso siberiano alle spalle): questi andò, prese e depositò il favo ai piedi del santo.

L’amore di Serafino di Sarov era universale, e conquistò migliaia di cuori, senza tante prediche, aiuti economici, gesti clamorosi, ma semplicemente amando. Ma in lui la gerarchia di cui sopra era perfettamente rispettata. Oggi, abbiamo bisogno di questa carità…

Non dobbiamo aiutare il prossimo perché ha bisogno, rimanendo, poi, in sostanza quello che siamo. Se amo la persona lontana, ma poi disprezzo chi vive in casa con me, nulla mi giova. L’amore è la vita divina in noi, tanto che in Paradiso ci sarà solo l’amore. Quindi, questo deve essere preveniente. Anche io, come Dio, devo arrivare ad amare non come risposta all’amore dell’altro, o alle sue necessità, ma prescindendo totalmente da queste cose. Amare e basta.

Possiamo iniziare il nostro Paradiso qui in terra, anzi, dobbiamo, perché il tempo non ci appartiene ed è solo l’occasione di crescere in questa virtù.

 

Carità, Piero del Pollaiolo (1441/1442 – 1485-1496), 1469, Olio su tavola, Uffizi, Firenze

 

Dio ci manifesta la verità dell’amore nella sua beata Passione. Gesù non disprezzò né respinse coloro che lo malmenavano, lo torturavano, lo umiliavano, lo frustavano: al contrario chiamò «amico» il traditore e pregò per coloro che lo crocifiggevano con i terribili chiodi. Amando in questo modo, Gesù ci fa intendere che la forma più grande dell’amore è il perdono, che appunto non corrisponde al gusto o piacere dell’uomo. Quando io perdono e imploro il bene a colui che mi ha fatto del male, assomiglio come in nessun altro atto a Dio, perché amo in modo sovrannaturale.

Ora abbiamo capito come l’amore non sia quello delle canzonette, né quello istintivo o passionale, ma quello di Dio. Amando Dio e gli uomini in Lui, vivo già la vita del Cielo, perché Dio è amore.

Scrive Domenico Giuliotti: «Ogni uomo esiste in virtù dei suoi nemici. Chi non ha nemici ha forma d’uomo, ma è, nelle cateratte delle generazioni, una gocciola insapore, senza nome e senza luce. I nemici sono necessari al forte per dimostrare la sua potenza; allo stoico per mettere alla prova la sua inalterabilità; al superbo per sentire il suoi limiti e, finalmente, ai cristiani che dai nemici imparano l’umiltà e il più difficile amore».

 

 

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