«La nuova Messa è quindi immagine e rappresentazione liturgica della nuova Chiesa»: questa frase, che leggiamo a pagina 252 dell’ultimo libro di Cristina Siccardi[1], può essere vista come sintesi perfetta non certo di tutto il volume, una vera e propria storia della Santa Messa, (il che sarebbe offensivo per la fatica, intellettuale e concreta, dell’Autrice), ma sicuramente dell’idea di fondo che a tale volume è sottesa.

Tutto il libro infatti, attraverso i suoi 14 capitoli (più una Premessa dell’Autrice, la Prefazione di don Davide Pagliarani, Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, e un’Appendice relativa all’«Esame critico del Novus Ordo Missae» dei Cardinali Alfredo Ottaviani [1890-1979] e Antonio Bacci [1885-1971]), è una sintesi veramente mirabile dei passaggi attraverso i quali la nuova Chiesa romana (per pudore mi esimo dal chiamarla Cattolica…) ha svuotato di senso il rito della Messa, fino a trasformarla da riproposizione incruenta del sacrificio di Cristo sulla Croce a mensa comunitaria a ricordo (simbolico) dell’istituzione dell’Eucarestia nell’Ultima Cena di Nostro Signore Gesù Cristo coi Suoi Apostoli. In altre parole, la Messa cattolica, così come è sempre stata celebrata e dal Concilio di Trento (1545-1563) approvata e sostenuta, è divenuta una Santa cena protestante, che molto sarebbe piaciuta non solo ai due riformatori più “estremi” (Lutero e Calvino), ma anche a quella sorta di pseudo-compromesso teologico e liturgico presente nella Chiesa di Inghilterra.

Per dimostrare il suo assunto, l’Autrice passa in rassegna (ed è cosa utilissima) le varie polemiche, mosse dagli eretici protestanti, contro il rito della Messa, momento veramente messo sotto attacco (insieme all’altare ed al Tabernacolo) dalla loro nefasta azione. Leggiamo quindi di Martin Lutero (1483-1546), Huldreich Zwingli (1484-1531) e Giovanni Calvino (1509-1564), col loro vero e proprio odio nei confronti della Messa, che troppo loro ricordava non solo il sacrificio di Cristo, ma – e questo è per loro il punctum dolens – la condizione di inferiorità dell’uomo verso il suo Creatore, poiché in essa troppo si sottolineava (e si sottolinea ancora) come il credente si debba sottomettere con gioia alla volontà di Colui che lo ha creato, senza alcun cedimento per quella (falsa) «libertà del cristiano», tanto invocata da Lutero e dai suoi epigoni.

Nell’excursus storico, che occupa i primi capitoli dell’opera, l’Autrice dà anche il suo giusto spazio sia all’anglicanesimo, che così tanti martiri ha prodotto tra le file dei cattolici difensori della vera Messa. Troppo spesso ci dimentichiamo (e la Siccardi, con la dovuta insistenza, ce lo ricorda) di quanto l’anglicanesimo abbia infierito (anche violentemente e sanguinosamente) sui cattolici[2], sia tra la gente comune che tra gli ecclesiastici, gli intellettuali ed i nobili (basti pensare ai martiri contadini del Devonshire e della Cornovaglia, tra i primi, ed ai nomi di Thomas More [1478-1535] e di John Fisher [1469-1535], tra i secondi). D’altronde, la Church of England, il cui capo è il re d’Inghilterra (Defensor fidei; sic!), chiede ai suoi adepti una fede che è anche lealtà nei confronti del sovrano, per cui chi non aderisce all’anglicanesimo viene a trovarsi nella condizione di suddito quanto meno sospettabile di infedeltà, così come accade in tutti quei regimi e quelle istituzioni in cui lo Stato si fa “divinità” o “Chiesa”[3].

 

 

Dopo l’analisi delle posizioni ereticali protestanti nemiche della Messa, ma, per Lutero e Calvino, anche (se non più) nemiche dell’altare e del Tabernacolo[4], l’Autrice passa ad illustrare quella che è stata la conclusione quasi ovvia della polemica contro la Messa tradizionale, cioè il Concilio Vaticano II (1962-965) o, sic et simpliciter, «il Concilio» per antonomasia, fino alla conseguente riforma liturgica del 1969. Con esso si è intrapresa la strada, diciamolo senza peli sulla lingua, della “protestantizzazione” della Chiesa cattolica: i segni dei tempi (l’uomo nella storia, di Lutero), il soggettivismo (la libertà del cristiano, ancora dell’ex monaco agostiniano), la piena attuazione dell’era dello Spirito (dai vari millenarismi al Revival intrapreso, da alcune sette riformate, dal secolo XVIII in poi), la responsabilità dei laici (il sacerdozio universale dei credenti) e – cosa che qui più ci interessa – la trasformazione della Messa in rito assembleare riformato, simbolico-memorialistico dell’Ultima Cena. Si passano così in rassegna, con scrupolosa attenzione, tutte le discussioni (anche serrate) relative alla riforma liturgica scaturita dal Concilio Vaticano II (detta, per brevità e per riferimento specifico, di Paolo VI, ma in realtà opera di Monsignor Annibale Bugnini [1912-1982]).

A proposito poi delle “interpretazioni” e delle “personalizzazioni” del rito, nate a iosa sulla scia della breccia aperta dal Concilio, ricordo personalmente come un parroco ed un suo parrocchiano entrambi modernisti della più bell’acqua, in combutta tra loro, arrivarono a leggere i testi liturgici durante la messa in greco, imponendoli ad una assemblea, esterrefatta (pochissimi capivano qualcosa) ma sudditevole (tutti comunque assentirono, come si dice «a tappetino», all’iniziativa), adducendo come scusa il fatto che quella fosse (secondo loro) la “vera” tradizione (polemica col latino?), perché così facevano alcuni “primi cristiani”.

L’ultima parte di questo interessantissimo volume si occupa invece, dopo la pars destruens (la Messa di sempre adulterata e messa in un angolo e poi “all’indice” dai modernisti), di quella construens, cioè di chi – fortunatamente – ha voluto mantenersi fedele alla Messa tridentina ed al latino. Dopo aver ricordato quanti, nel passato, si batterono sempre in favore della Santa Messa e del suo valore incommensurabile (basti ricordare gli scritti di Sant’Alfonso, Maria de’ Liguori e di San John Henry Newman), si cita la figura di San Pio da Pietrelcina (che non volle mai celebrare il rito uscito dal Concilio e preparatore della riforma del 1969 e ne ebbe l’indulto) e l’opera preziosa di Monsignor Marcel Lefebvre (1905-1991). Si arriva così ai nostri anni e ci si occupa di quelle congregazioni che hanno mantenuto (ed alcune ancora mantengono) la fedeltà al rito, ricordando anche quanto fatto dagli ultimi due Pontefici ante Franciscum, cioè Giovanni Paolo II e Benedetto XVI (con i motu proprio «Ecclesia Dei» [2 luglio 1988] e «Summorum Pontificum» [7 luglio 2007]) in favore, tiepidamente a dire il vero, ma comunque in favore, della Messa di sempre e quanto invece l’attuale regnante Pontefice abbia fatto (il libro della Siccardi è recentissimo e tiene dunque conto della lettera apostolica motu proprio data «Traditionis Custodes» [16 luglio 2021]) contro la Santa Messa di sempre.

Tra le congregazioni che hanno voluto conservare la Messa tradizionale spicca il caso dei Francescani dell’Immacolata che, quasi novelli (etimologicamente) martiri[5] (pur di un martirio incruento), sono stati perseguitati fino al commissariamento dall’attuale pontefice proprio per la loro fedeltà all’integrità della Tradizione: non solo la Santa Messa, ma anche l’adesione completa e fedele alle loro radici francescane, così spesso da altri tradite in nome di una interpretazione poco corretta, per non dire distorta, della figura del Santo poverello di Assisi. Dei Francescani dell’Immacolata la Siccardi, che già ne ha parlato in altre sedi, traccia un profilo che, pur quanto mai equilibrato, nel contempo è anche, e profondamente, pregno di partecipazione.

In conclusione, un libro da leggere per avere una sintesi ben chiara e documentata dei problemi relativi alla trasformazione della Santa Messa di sempre e che, per chi sia estraneo o poco vicino per ora alla questione, potrà costituire un primo valido passo per comprendere la vera dimensione della celebrazione e, magari, spingerlo ad avvicinarvisi.

 

[1] Quella Messa così martoriata e perseguitata, eppur così viva!, Sugarco Edizioni, Milano 2021, pp. 298, 23 euro.

[2] D’altra parte un cattolico, forse non sempre rigoroso, ma meno superficiale di quanto ce lo abbiano voluto far credere, come Oscar Wilde, era solito dire che «La Chiesa cattolica è fatta per i Santi ed i peccatori, per tutti gli altri c’è la chiesa d’Inghilterra». Tutti gli altri: i mediocri, i superficiali, gli a-critici, gli accomodanti, i benpensanti (nel senso deteriore del termine), ecc.

[3] Ricordiamo come nell’URSS un furto anche minimo era considerato crimine gravissimo in quanto, non esistendo ufficialmente proprietà privata, qualsiasi bene apparteneva allo Stato: di conseguenza, rubare equivaleva a tradimento verso lo Stato, configurandosi così come reato punibile con pene severissime (fino alla deportazione in Siberia).

[4] Non è certo un caso che tali eresiarchi si siano scagliati anche contro l’altare, fulcro della celebrazione della Messa, ma anche teca di reliquie di Santi, il cui culto il Protestantesimo nega e vieta, ed il Tabernacolo, luogo privilegiato della presenza reale, anch’essa dai protestanti negata, di Gesù Cristo nell’Eucarestia.

[5] Ricordiamo che il termine «martire» deriva dal greco martyr, che significa letteralmente testimone.

 

 

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2 commenti su “Il segreto oscuro della nuova Messa nel nuovo libro di Cristina Siccardi”

  1. IO PREFERISCO LA SANTA MESSA IN LATINO. FRATELLI E SORELLE (PER USARE UN’ESPRESSIONE CARA A PAPA FRANCESCO) LO ERAVAMO VERAMENTE QUANDO ERAVAMO IN CHIESA E NON C’ERA DISTINZIONE DI LINGUA: LA SANTA MESSA ERA IN UNA SOLA LINGUA CHE FORMAVA UNA SOLA FRATELLANZA. TUTTI STRANIERI, MA IN CHIESA SI ERA UN’UNICA NAZIONE. UNA VOLTA IN CANADA, ERA DOMENICA, ANDAI ALLE ORE 9 DI MATTINA ALLA SANTA MESSA. ARRIVO’ UNA DONNA ALLA PORTA CENTRALE E ANDO’ A GUARDARE GLI ORARI DELLE MESSE, TORNO’ DA DA ME E MI DISSE CHE LA MESSA DELLE 9 ERA IN FRANCESE, PERCIO’ DECISI DI ANDARE A CASA E DI RITORNARE ALLE 11, PERCHE’ A QUELL’ORA LA CELEBRAZIONE SAREBBE STATA IN ITALIANO. A QUESTO PUNTO FECI UNA RIFLESSIONE: “TU VIENI IN CHIESA PER L’ITALIANO NON PER DIO”. SONO RIMASTO MOLTO MALE.
    INOLTRE, IN CHIESA NON C’E’ PIU’ ARMONIA, FANNO CANTI CHE TI VIENE MALE… SPIRITUALMENTE, MA ANCHE FISICAMENTE… LA CHIESA HA PERSO TROPPO TERRENO E NON E’ FACILE RICUPERARLO: QUANDO SI PASSAVA DAVANTI ALL’ALTARE CI SI DOVEVA INGINOCCHIARE, ORA PASSANO FACENDO UN INCHINO (SE TUTTO VA BENE), COME SUCCEDE QUANDO PASSA LA REGINA ELISABETTA. STESSA COSA ACCADE CON IL TABERNACOLO. IL CORO E’ QUELLO CHE E’ E IL SUO DIRETTORE SEMBRA UN PAZZO: ESEGUONO MUSICA UMANA, PLACIDA E FELICE. CHIEDO SCUSA, MA MI DISPIACE VEDERE LA CHIESA CHE SI AVVICINA SEMPRE PIU’ AL FALLIMENTO.

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