Raffaello Stanzio (1483-1520), dettaglio Parnaso: Dante, Omero, Virgilio e Stazio, 1510-1511, affresco, Musei del Vaticano, Città del Vaticano

 

Già era l’angel dietro a noi rimaso,

l’angel che n’avea vòlti al sesto giro,

avendomi dal viso un colpo raso;

 

e quei ch’ànno a giustizia lor disiro

detto n’avea beati, e le sue voci

con ‘sitiunt’, sanz’altro, ciò forniro.

 

E io più lieve che per l’altre foci

m’andava, sì che sanz’alcun labore

seguiva in sù li spiriti veloci;

 

quando Virgilio incominciò: «Amore,

acceso di virtù, sempre altro accese,

pur che la fiamma sua paresse fore;

 

onde da l’ora che tra noi discese

nel limbo de lo ’nferno Giovenale,

che la tua affezion mi fé palese,

 

mia benvoglienza inverso te fu quale

più strinse mai di non vista persona,

sì ch’or mi parran corte queste scale.

 

Ma dimmi, e come amico mi perdona

se troppa sicurtà m’allarga il freno,

e come amico omai meco ragiona:

 

come poté trovar dentro al tuo seno

loco avarizia, tra cotanto senno

di quanto per tua cura fosti pieno?».

 

Queste parole Stazio mover fenno

un poco a riso pria; poscia rispuose:

«Ogne tuo dir d’amor m’è caro cenno.

 

Veramente più volte appaion cose

che danno a dubitar falsa matera

per le vere ragion che son nascose.

 

La tua dimanda tuo creder m’avvera

esser ch’i’ fossi avaro in l’altra vita,

forse per quella cerchia dov’io era.

 

Or sappi ch’avarizia fu partita

troppo da me, e questa dismisura

migliaia di lunari hanno punita.

 

E se non fosse ch’io drizzai mia cura,

quand’io intesi là dove tu chiame[1],

crucciato quasi a[2] l’umana natura:

 

‘Per che non reggi tu, o sacra fame

de l’oro, l’appetito de’ mortali?’,

voltando sentirei le giostre grame.

 

Allor m’accorsi che troppo aprir l’ali

potean le mani a spendere, e pente’mi

così di quel come de li altri mali.

 

Quanti risurgeran coi crini scemi

per ignoranza, che di questa pecca

toglie ’l penter vivendo e ne li stremi!

 

E sappie che la colpa che rimbecca[3]

per dritta opposizione alcun peccato,

con esso insieme qui suo verde secca[4];

 

però, s’io son tra quella gente stato

che piange l’avarizia, per purgarmi,

per lo contrario suo m’è incontrato[5]».

 

«Or quando tu cantasti le crude armi

de la doppia trestizia[6] di Giocasta»,

disse ’l cantor de’ buccolici carmi,

 

«per quello che Cliò teco lì tasta[7],

non par che ti facesse ancor fedele

la fede, sanza qual ben far non basta.

 

Se così è, qual sole o quai candele

ti stenebraron sì, che tu drizzasti

poscia di retro al pescator le vele?».

 

Ed elli a lui: «Tu prima m’inviasti

verso Parnaso a ber ne le sue grotte,

e prima appresso Dio m’alluminasti.

 

Facesti come quei che va di notte,

che porta il lume dietro e sé non giova,

ma dopo sé fa le persone dotte,

 

quando dicesti: ‘Secol si rinova;

torna giustizia e primo tempo umano,

e progenie scende da ciel nova’[8].

 

Per te poeta fui, per te cristiano:

ma perché veggi mei ciò ch’io disegno,

a colorare stenderò la mano[9]:

 

Già era ’l mondo tutto quanto pregno

de la vera credenza, seminata

per li messaggi[10] de l’etterno regno;

 

e la parola tua sopra toccata

si consonava a’ nuovi predicanti;

ond’io a visitarli presi usata.

 

Vennermi poi parendo tanto santi,

che, quando Domizian li perseguette[11],

sanza mio lagrimar non fur lor pianti;

 

e mentre che di là per me si stette[12],

io li sovvenni, e i lor dritti costumi

fer dispregiare a me tutte altre sette.

 

E pria ch’io conducessi i Greci a’ fiumi

di Tebe poetando, ebb’io battesmo;

ma per paura chiuso cristian fu’mi,

 

lungamente mostrando paganesmo;

e questa tepidezza il quarto cerchio

cerchiar mi fé più che ’l quarto centesmo.

 

Tu dunque, che levato hai il coperchio

che m’ascondeva quanto bene io dico,

mentre che del salire avem soverchio,

 

dimmi dov’è Terrenzio nostro antico,

Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai:

dimmi se son dannati, e in qual vico[13]».

 

«Costoro e Persio e io e altri assai»,

rispuose il duca mio, «siam con quel Greco

che le Muse lattar più ch’altri mai,

 

nel primo cinghio del carcere cieco:

spesse fiate ragioniam del monte

che sempre ha le nutrice nostre seco.

 

Euripide v’è nosco e Antifonte,

Simonide, Agatone e altri piùe

Greci che già di lauro ornar la fronte.

 

Quivi si veggion de le genti tue

Antigone, Deifile e Argia,

e Ismene sì trista come fue.

 

Védeisi[14] quella che mostrò Langia;

èvvi la figlia di Tiresia, e Teti

e con le suore sue Deidamia».

 

Tacevansi ambedue già li poeti,

di novo attenti a riguardar dintorno,

liberi da saliri e da pareti;

 

e già le quattro ancelle eran del giorno

rimase a dietro, e la quinta era al temo[15],

drizzando pur in sù l’ardente corno,

 

quando il mio duca: «Io credo ch’a lo stremo

le destre spalle volger ne convegna,

girando il monte come far solemo».

 

Così l’usanza fu lì nostra insegna,

e prendemmo la via con men sospetto

per l’assentir di quell’anima degna.

 

Elli givan dinanzi, e io soletto

di retro, e ascoltava i lor sermoni,

ch’a poetar mi davano intelletto.

 

Ma tosto ruppe le dolci ragioni

un alber che trovammo in mezza strada[16],

con pomi a odorar soavi e buoni;

 

e come abete in alto si digrada

di ramo in ramo, così quello in giuso,

cred’io, perché persona sù non vada.

 

Dal lato onde ’l cammin nostro era chiuso,

cadea de l’alta roccia un liquor chiaro

e si spandeva per le foglie suso.

 

Li due poeti a l’alber s’appressaro;

e una voce per entro le fronde

gridò: «Di questo cibo avrete caro».

 

Poi disse: «Più pensava Maria onde

fosser le nozze orrevoli e intere,

ch’a la sua bocca, ch’or per voi risponde.

 

E le Romane antiche, per lor bere,

contente furon d’acqua; e Daniello

dispregiò cibo e acquistò savere.

 

Lo secol primo, quant’oro fu bello,

fé savorose con fame le ghiande,

e nettare con sete ogne ruscello.

 

Mele e locuste furon le vivande

che nodriro il Batista nel diserto;

per ch’elli è glorioso e tanto grande

 

quanto per lo Vangelio v’è aperto».

 

 

[1] Dal latino clamo, -are, col significato di «gridare» e con la desinenza arcaica, già vista, di 2a persona singolare in -e.

[2] Dalla preposizione latina ad, col valore di «verso, nei confronti di».

[3] Non nel significato attuale di «rimproverare, rispondere a tono», ma con quello, più tecnico ed etimologico, di «dare col becco», e quindi, metaforicamente, di «contrapporsi, respingere».

[4] Metafora doppia, e decisamente ardita: dal senso letterale di «inaridisce» a quello traslato di «si cancella» e quindi «si espia».

[5] Col valore di «accaduto, capitato».

[6] Uso metonimico dell’astratto per il concreto: la «trestizia» (tristezza) sono i due figli di Edipo e Giocasta, cioè Eteocle e Polinice, così definiti perché nati da un incesto conseguente ad un omicidio, in quanto – secondo il mito – Edipo uccise (inconsapevolmente) il padre Laio e ne sposò, altrettanto inconsapevolmente, la vedova (Freud docet…). Non solo ma il termine indica anche il doppio dolore vissuto dalla madre: i due figli, già nemici tra loro, si sono uccisi l’un l’altro.

[7] Probabilmente col valore tecnico di «toccare la corda di uno strumento» e quindi di «intonare, accompagnare il canto con la musica». Clio è la Musa della storia, qui ricordata perché il più famoso poema di Stazio (la Tebaide) è di genere epico-storico.

[8] Questi tre versi costituiscono una fedele parafrasi dei vv. 5-7 della iv egloga di Virgilio, testo su cui principalmente si fondava la credenza tardo-antica e poi medievale di un Virgilio “ante-cristiano”, tale cioè da avere avuto da Dio la Grazia della visione della redenzione futura (Virgilio morì infatti nel 19 a. C.).

[9] Metafora tratta dal linguaggio tecnico della pittura: vale «colorerò ciò che ho disegnato» e quindi «finirò il quadro», cioè «chiarirò meglio».

[10] Vale «messaggeri» e traduce letteralmente il termine apostolus, dal greco apóstolos/απόστολος, cioè «inviato, ambasciatore, messaggero».

[11] Passato remoto (detto “debole”, di contro al “forte” «perseguì», così come «aperse» ed «aprì», «coperse» e «coprì» ecc.) dal verbo «perseguire», per il più comunemente usato «perseguitò» (da «perseguitare»).

[12] Questa forma passiva impersonale («di là si stette»), con il complemento d’agente espresso da «per» («per me»), richiama però anche la formula latina per me stat («dipende da me, è nelle mie possibilità»), assumendo così il valore brachilogico di «finché io vissi ed ebbi la possibilità».

[13] Dal latino vicus («contrada, luogo»), ha qui il valore preciso di «cerchio infernale». Il suo diminutivo (viculus) assumerà poi il valore di «luogo stretto» e quindi l’odierno «vicolo».

[14] Forma sincopata per «védevisi» (rara forma di parola bisdrucciola, per la presenza delle due enclitiche vi e si), cioè «vi si vede».

[15] Come spesso nell’italiano antico e poetico (e quindi anche in Dante) abbiamo qui la forma derivata dal nominativo latino (temo), alternativa a quella proveniente dall’accusativo/ablativo «timone» < temone(m). Abbiamo, allo stesso modo, anche forme quali «virgo, imago, grando, prence» ecc.

[16] Come già in altri casi, Dante rende letteralmente il latino in media via (strata), per intendere «in mezzo alla strada»; cfr. il napoletano in miezzo o’ mare o il piemontese mità la stra, non nel senso però di «in mezzo alla strada», ma di «a meta del cammino».

 

 

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