Ruggero Focardi (1864-1934), Dante e Beatrice nel Paradiso Terrestre (1901), olio su tela

 

‘Deus, venerunt gentes’, alternando

or tre or quattro dolce salmodia,

le donne incominciaro, e lagrimando;

 

e Beatrice sospirosa e pia,

quelle ascoltava sì fatta, che poco

più a la croce si cambiò Maria.

 

Ma poi che l’altre vergini dier loco

a lei di dir, levata dritta in pè[1],

rispuose, colorata come foco:

 

‘Modicum, et non videbitis me;

et iterum, sorelle mie dilette,

modicum, et vos videbitis me’.

 

Poi le si mise innanzi tutte e sette,

e dopo sé, solo accennando, mosse

me e la donna e ’l savio che ristette.

 

Così sen giva; e non credo che fosse

lo decimo suo passo in terra posto,

quando con li occhi li occhi mi percosse;

 

e con tranquillo aspetto «Vien più tosto»,

mi disse, «tanto che, s’io parlo teco,

ad ascoltarmi tu sie ben disposto».

 

Sì com’io fui, com’io dovea, seco,

dissemi: «Frate, perché non t’attenti

a domandarmi omai venendo meco?».

 

Come a color che troppo reverenti

dinanzi a suo maggior parlando sono,

che non traggon la voce viva ai denti.

 

avvenne a me, che sanza intero suono

incominciai: «Madonna, mia bisogna

voi conoscete, e ciò ch’ad essa è buono».

 

Ed ella a me: «Da tema e da vergogna

voglio che tu omai ti disviluppe,

sì che non parli più com’om che sogna.

 

Sappi che[2] ’l vaso che ’l serpente ruppe

fu e non è; ma chi n’ha colpa, creda

che vendetta di Dio non teme suppe.

 

Non sarà tutto tempo sanza reda

l’aguglia che lasciò le penne al carro,

per che divenne mostro e poscia preda;

 

ch’io veggio certamente, e però il narro,

a darne tempo già stelle propinque[3],

secure d’ogn’intoppo e d’ogni sbarro[4],

 

nel quale un cinquecento diece e cinque,

messo di Dio, anciderà la fuia

con quel gigante che con lei delinque.

 

E forse che la mia narrazion buia,

qual Temi e Sfinge, men ti persuade,

perch’a lor modo lo ’ntelletto attuia[5];

 

ma tosto fier li fatti le Naiade[6],

che solveranno questo enigma forte

sanza danno di pecore o di biade.

 

Tu nota; e sì come da me son porte,

così queste parole segna a’ vivi

del viver ch’è un correre a la morte.

 

E aggi[7] a mente, quando tu le scrivi,

di non celar qual hai vista la pianta

ch’è or due volte dirubata quivi.

 

Qualunque ruba quella o quella schianta,

con bestemmia di fatto offende a Dio[8],

che solo a l’uso suo la creò santa.

 

Per morder[9] quella, in pena e in disio

cinquemilia anni e più l’anima prima

bramò colui che ’l morso in sé punio.

 

Dorme lo ’ngegno tuo, se non estima

per singular cagione esser eccelsa

lei tanto e sì travolta ne la cima.

 

E se stati non fossero acqua d’Elsa

li pensier vani intorno a la tua mente,

e ’l piacer loro un Piramo a la gelsa,

 

per tante[10] circostanze solamente

la giustizia di Dio, ne l’interdetto,

conosceresti a l’arbor moralmente.

 

Ma perch’io veggio te ne lo ’ntelletto

fatto di pietra e, impetrato, tinto,

sì che t’abbaglia il lume del mio detto,

 

voglio anco, e se non scritto, almen dipinto[11],

che ’l te ne porti dentro a te per quello

che si reca il bordon di palma cinto».

 

E io: «Sì come cera da suggello,

che la figura impressa non trasmuta,

segnato è or da voi lo mio cervello.

 

Ma perché tanto sovra mia veduta

vostra parola disiata vola,

che più la perde quanto più s’aiuta[12]?».

 

«Perché conoschi», disse, «quella scuola

ch’ài seguitata, e veggi sua dottrina

come può seguitar la mia parola;

 

e veggi vostra via da la divina

distar cotanto, quanto si discorda

da terra il ciel che più alto festina[13]».

 

Ond’io rispuosi lei: «Non mi ricorda

ch’i’ straniasse me già mai da voi,

né honne coscienza che rimorda».

 

«E se tu ricordar non te ne puoi»,

sorridendo rispuose, «or ti rammenta

come bevesti di Letè ancoi;

 

e se dal fummo foco s’argomenta,

cotesta oblivion chiaro conchiude

colpa ne la tua voglia altrove attenta.

 

Veramente oramai saranno nude

le mie parole, quanto converrassi

quelle scovrire a la tua vista rude».

 

E più corusco e con più lenti passi

teneva il sole il cerchio di merigge,

che qua e là, come li aspetti, fassi

 

quando s’affisser, sì come s’affigge

chi va dinanzi a gente per iscorta

se trova novitate o sue vestigge[14],

 

le sette donne al fin d’un’ombra smorta,

qual sotto foglie verdi e rami nigri

sovra suoi freddi rivi l’Alpe porta.

 

Dinanzi ad esse Eufratès e Tigri

veder mi parve uscir d’una fontana,

e, quasi amici, dipartirsi pigri.

 

«O luce, o gloria de la gente umana,

che acqua è questa che qui si dispiega

da un principio e sé da sé lontana[15]?».

 

Per cotal priego detto mi fu: «Priega

Matelda che ’l ti dica». E qui rispuose,

come fa chi da colpa si dislega,

 

la bella donna: «Questo e altre cose

dette li son per me; e son sicura

che l’acqua di Letè non gliel nascose».

 

E Beatrice: «Forse maggior cura,

che spesse volte la memoria priva,

fatt’ha la mente sua ne li occhi oscura.

 

Ma vedi Eunoè che là diriva:

menalo ad esso, e come tu se’ usa,

la tramortita sua virtù ravviva».

 

Come anima gentil, che non fa scusa,

ma fa sua voglia de la voglia altrui

tosto che è per segno fuor dischiusa;

 

così, poi che da essa preso fui,

la bella donna mossesi, e a Stazio

donnescamente disse: «Vien con lui».

 

S’io avessi, lettor, più lungo spazio

da scrivere, i’ pur cantere’ in parte

lo dolce ber che mai non m’avrìa sazio;

 

ma perché piene son tutte le carte

ordite a questa cantica seconda,

non mi lascia più ir lo fren de l’arte.

 

Io ritornai da la santissima onda

rifatto sì come piante novelle

rinnovellate di novella[16] fronda,

 

puro e disposto a salire alle stelle.

 

 

[1] Uno dei rari versi tronchi, vale a dire chiuso da una parola con l’accento sull’ultima sillaba; esso, pur essendo regolarmente endecasillabo, è costituito, secondo le regole della prosodia italiana, non da 11 ma da 10 sillabe. Per alcuni commentatori il verso tronco vorrebbe dare l’idea dell’alzarsi di scatto di Beatrice.

[2] Traduzione del latino scias quod, formula consueta nella filosofia scolastica.

[3] Da questo verso 41 fino al 45, il testo è ricco di latinismi dotti, quasi a sottolineare il carattere sacrale della profezia in essi contenuta. Abbiamo infatti «propinque» (vicine), «secure» (nel suo valore etimologico di sine cura), «messo» (mandato, da missus), «fuia» (meretrice, ma letteralmente ladra, per «fura», da fur), «delinque» (commette colpa).

[4] Deverbale dal verbo «sbarrare», meno usuale di «sbarra».

[5] Questa forma verbale (da attuiare) ha provocato, con la sua stranezza, varie interpretazioni. La prima la ricollega al pronome personale «tu», venendo dunque a significare «non si fa te» e quindi «non si adatta al tuo intelletto». Una seconda ipotesi la fa, così come il precedente fuia da fura, una forma dissimilata da «ottura», e quindi «chiude» l’intelletto, non permettendogli di capire. Similmente una terza la fa provenzalismo dal verbo aturar (impedire). L’ultima (e la più convincente) la fa derivare dal verbo, di uso toscano, «attuire» (di cui «attuiare» è forma secondaria) col valore di «attutire», e quindi «indebolire» o anche «affaticare, sfinire».

[6] L’uso di questo termine nel contesto pare avere poco (o addirittura nessun) senso, in quanto le Naiadi erano divinità minori greco-romane, nella fattispecie ninfe delle fonti e dei corsi d’acqua, senza alcun riferimento ad una loro supposta capacità di soluzione di enigmi. Ciò però ci permette un excursus sulle fonti classiche di Dante e (soprattutto) sui testi in cui egli le leggeva. Questi versi infatti derivano da un passo di Ovidio (Metamorfosi vii, vv. 759sgg.), in cui il poeta latino ci avverte che i Laiades (i Laiadi, cioè i discendenti di Laio: Edipo ed i suoi figli) possono sciogliere un enigma di cui si sta parlando; in realtà, alcuni codici medievali, tra cui evidentemente anche quello seguito da Dante, corressero il poco noto ed alquanto astruso Laiades nel più noto e consueto (ancorché assolutamente estraneo al contesto) Naiades. Di qui l’equivoco che coinvolge anche il nostro poeta.

[7] Forma arcaica per «abbi», imperativo del verbo «avere».

[8] Costruzione sintattica arcaica del verbo «offendere» col dativo.

[9] Uso dell’infinito presente con valore di passato: «per aver morso».

[10] Nel contesto «tante» potrebbe avere due valori: semplicemente «queste» oppure «singolari, eccezionali».

[11] I due termini «scritto» e «dipinto» appartengono al lessico specifico della scrittura e dell’arte pittorica e significano, rispettivamente, «ben segnato con caratteri chiari» e «appena delineato, abbozzato».

[12] Uso riflessivo del verbo «aiutare» col valore di «ingegnarsi, sforzarsi». Cfr. il proverbio «Aiutati che il ciel ti aiuta».

[13] Altro latinismo dotto (dal verbo festìno, -are) col valore di «si affretta». Troviamo tale verbo anche nel modo di dire festìna lente, cioè, con un’apparente contraddizione ossimorica, «procedi velocemente, ma con giudizio».

[14] Secondo l’uso arcaico «vestigge» (o «vestige») è il plurale del femminile singolare «vestigia», mentre nell’uso moderno adoperiamo «vestigia» come neutro e pluralia tantum (per es. «le vestigia delle antiche civiltà»).

[15] Non si tratta di un aggettivo femminile, ma del presente indicativo del verbo «lontanare» (mod. «allontanare»).

[16] Da notare la figura retorica dell’iterazione (o ripetizione): novelle, rinnovellate, novella.

 

 

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