Amos Nattini (16 marzo 1892 – 3 ottobre 1985), Paradiso canto X, 1912 – 1939, libro Paradiso

 

Guardando nel suo Figlio con l’Amore

che l’uno e l’altro etternalmente spira[1],

lo primo e ineffabile Valore

 

quanto per mente e per loco si gira

con tant’ordine fé, ch’esser non puote

sanza gustar di lui chi ciò rimira.

 

Leva dunque, lettore, a l’alte rote

meco la vista, dritto a quella parte

dove l’un moto e l’altro si percuote;

 

e lì comincia a vagheggiar ne l’arte

di quel maestro che dentro a sé l’ama,

tanto che mai da lei l’occhio non parte.

 

Vedi come da indi si dirama

l’oblico cerchio che i pianeti porta,

per sodisfare al mondo che li chiama.

 

Che se la strada lor non fosse torta,

molta virtù nel ciel sarebbe in vano,

e quasi ogne potenza qua giù morta;

 

e se dal dritto più o men lontano

fosse ’l partire, assai sarebbe manco

e giù e sù de l’ordine mondano[2].

 

Or ti riman, lettor, sovra ’l tuo banco,

dietro pensando a ciò che si preliba,

s’esser vuoi lieto assai prima che stanco.

 

Messo t’ho innanzi[3]: omai per te ti ciba;

ché a sé torce tutta la mia cura

quella materia ond’io son fatto scriba.

 

Lo ministro maggior de la natura,

che del valor del ciel lo mondo imprenta

e col suo lume il tempo ne misura,

 

con quella parte che sù si rammenta

congiunto, si girava per le spire

in che più tosto ognora s’appresenta;

 

e io era con lui; ma del salire

non m’accors’io, se non com’uom s’accorge,

anzi ’l primo pensier, del suo venire.

 

È Beatrice quella che sì scorge

di bene in meglio, sì subitamente

che l’atto suo per tempo non si sporge.

 

Quant’esser convenia da sé lucente

quel ch’era dentro al sol dov’io entra’mi,

non per color, ma per lume parvente!

 

Perch’io lo ’ngegno e l’arte e l’uso chiami,

sì nol direi che mai s’imaginasse;

ma creder puossi e di veder si brami.

 

E se le fantasie nostre son basse

a tanta altezza, non è maraviglia;

ché sopra ’l sol non fu occhio ch’andasse.

 

Tal era quivi la quarta famiglia

de l’alto Padre, che sempre la sazia,

mostrando come spira e come figlia.

 

E Beatrice cominciò: «Ringrazia,

ringrazia il Sol de li angeli, ch’a questo

sensibil t’ha levato per sua grazia».

 

Cor di mortal non fu mai sì digesto

a divozione e a rendersi a Dio

con tutto ’l suo gradir[4] cotanto presto,

 

come a quelle parole mi fec’io;

e sì tutto ’l mio amore in lui si mise,

che Beatrice eclissò ne l’oblio.

 

Non le dispiacque; ma sì se ne rise,

che lo splendor de li occhi suoi ridenti

mia mente unita in più cose divise.

 

Io vidi più folgór vivi e vincenti

far di noi centro e di sé far corona,

più dolci in voce che in vista lucenti:

 

così cinger la figlia di Latona

vedem talvolta, quando l’aere è pregno,

sì che ritenga il fil che fa la zona.

 

Ne la corte del cielo, ond’io rivegno,

si trovan molte gioie care e belle

tanto che non si posson trar del regno;

 

e ’l canto di quei lumi era di quelle;

chi non s’impenna sì che là sù voli,

dal muto aspetti quindi le novelle.

 

Poi, sì cantando, quelli ardenti soli

si fuor girati intorno a noi tre volte,

come stelle vicine a’ fermi poli,

 

donne mi parver, non da ballo sciolte,

ma che s’arrestin tacite, ascoltando

fin che le nove note hanno ricolte.

 

E dentro a l’un senti’ cominciar: «Quando

lo raggio de la grazia, onde s’accende

verace amore e che poi cresce amando,

 

multiplicato in te tanto resplende,

che ti conduce su per quella scala

u’ sanza risalir nessun discende;

 

qual ti negasse il vin de la sua fiala

per la tua sete, in libertà non fora

se non com’acqua ch’al mar non si cala[5].

 

Tu vuo’ saper di quai piante s’infiora

questa ghirlanda che ’ntorno vagheggia

la bella donna ch’al ciel t’avvalora.

 

Io fui de li agni de la santa greggia

che Domenico mena per cammino[6]

u’ ben s’impingua se non si vaneggia.

 

Questi che m’è a destra più vicino,

frate e maestro fummi, ed esso Alberto

è di Cologna, e io Thomas d’Aquino.

 

Se sì di tutti li altri esser vuo’ certo[7],

di retro al mio parlar ten vien col viso

girando su per lo beato serto.

 

Quell’altro fiammeggiare esce del riso

di Grazian, che l’uno e l’altro foro

aiutò sì che piace in paradiso.

 

L’altro ch’appresso addorna il nostro coro,

quel Pietro fu che con la poverella

offerse a Santa Chiesa suo tesoro.

 

La quinta luce, ch’è tra noi più bella,

spira di tal amor, che tutto ’l mondo[8]

là giù ne gola di saper novella:

 

entro v’è l’alta mente u’ sì profondo

saver fu messo, che, se ’l vero è vero

a veder tanto non surse il secondo.

 

Appresso vedi il lume di quel cero

che giù in carne più a dentro vide

l’angelica natura e ’l ministero.

 

Ne l’altra piccioletta luce ride

quello avvocato de’ tempi cristiani

del cui latino Augustin si provide.

 

Or se tu l’occhio de la mente trani

di luce in luce dietro a le mie lode[9],

già de l’ottava con sete rimani.

 

Per vedere ogni ben dentro vi gode

l’anima santa che ’l mondo fallace

fa manifesto a chi di lei ben ode.

 

Lo corpo ond’ella fu cacciata giace

giuso in Cieldauro; ed essa da martiro

e da essilio venne a questa pace.

 

Vedi oltre fiammeggiar l’ardente spiro

d’Isidoro, di Beda e di Riccardo,

che a considerar fu più che viro.

 

Questi onde a me ritorna il tuo riguardo,

è ’l lume d’uno spirto che ’n pensieri

gravi a morir li parve venir tardo:

 

essa è la luce etterna di Sigieri,

che, leggendo[10] nel Vico de li Strami,

silogizzò invidiosi veri».

 

Indi, come orologio che ne chiami

ne l’ora che la sposa di Dio surge

a mattinar[11] lo sposo perché l’ami,

 

che l’una parte e l’altra tira e urge,

tin tin[12] sonando con sì dolce nota,

che ’l ben disposto spirto d’amor turge[13];

 

così vid’io la gloriosa rota

muoversi e render voce a voce in tempra

e in dolcezza ch’esser non pò nota

 

se non colà dove gioir s’insempra[14].

 

[1] Come già altre volte, troviamo il verbo al singolare pur con pluralità di soggetti (l’uno e l’altro), ma qui tale particolarità sottolinea l’assoluta identità tra Padre e Figlio e, in più, il fatto che lo Spirito proceda da entrambi allo stesso modo.

[2] In Dante tale aggettivo ha normalmente il valore di «terreno, terrestre», con particolare riferimento agli uomini, che il mondo abitano.

[3] Nella lingua del tempo «mettere innanzi» vale normalmente «mettere in tavola, servire una vivanda».

[4] Qui col significato più di «gratitudine» che non di «gradimento».

[5] Figura retorica dell’adynaton, consistente nell’esprimere un qualche fatto o azione impossibile (dal greco a + dynatón, «non possibile»).

[6] I due versi esprimono, attraverso una perifrasi (Io fui de li agni de la santa greggia) ed una metafora (gregge per indicare schiera, gruppo), l’immagine dell’Ordine domenicano, a cui appartenne San Tommaso.

[7] Forma che traduce il latino certior fieri (essere informato), forma passiva di certiorem facere (informare qualcuno).

[8] Uso francesizzante di mondo per «gente» o ancora semplicemente «tutti» (tout le monde).

[9] Lode forma plurale di loda.

[10] Col valore assoluto di «insegnando», in quanto la lezione accademica, al tempo, consisteva nella lettura da parte del maestro di un testo, che veniva poi commentato.

[11] Forma popolare per «recitare mattutino»: metaforicamente, quando la chiesa (la sposa di Dio), quindi per metonimia gli ecclesiastici, si alza per recitare mattutino a Cristo (lo sposo), cioè all’alba.

[12] Esempio della figura retorica della onomatopea, consistente nel tentare di riprodurre, con termini privi di significato logico e concreto, un determinato suono, in questo caso quello dell’orologio.

[13] Latinismo, dal verbo turgeo, -ére (cfr. it. turgido), per indicare «si gonfia», e quindi «si riempie».

[14] Neologismo dantesco, costruito con in + l’avverbio sempre, per significare «diventare eterno».

 

 

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