Il Grande Scisma d’Oriente

 

Per quanto riguarda il latino cristiano (“nato”, per così dire, con le prime traduzioni bibliche in occidente, ed a Roma in particolare) possiamo notare che esso non si discosta, dal punto di vista morfologico e sintattico, da quanto abbiamo già osservato a proposito del latino tardo e volgare, da cui si svilupparono poi le lingue romanze. Alquanto differente è invece ciò che riguarda il lessico che, oltre alle trasformazioni parallele rispetto a quelle comuni a tutta la Romània (cioè i territori dell’impero romano in cui il latino per così dire “ufficiale” si veniva trasformando a poco a poco nei volgari romanzi), acquisisce – nella sua “variante” cristiana – tutta una serie di termini greci ed ebraici (di derivazione sia filosofica che religiosa i primi,  esclusivamente scritturale i secondi) che, variamente adattati alla fonetica ed alla grafia latine, entrano a far parte in pianta stabile, pur se con varie stratificazioni cronologiche, del lessico latino-cristiano.

Il latino dunque fu fin da subito la lingua ufficiale della Chiesa romana d’occidente (diverso è ovviamente il discorso per la Chiesa bizantina d’oriente, la cui lingua ufficiale era il greco) e questo sia per motivi storico-politici, in quanto il latino era la lingua ufficiale dell’impero romano d’occidente e tale quindi da essere a grandi linee compresa (seppur a livelli differenti) in tutte le terre su cui si estendeva il dominio di Roma, ma anche per una motivazione che potremmo definire “ideale”: anche quando il latino lasciò il posto ai volgari (e poi alle varie lingue) di radice romanza, divenendo quindi sempre meno comprensibile alla gente comune, tuttavia la sua condizione, accertata, di “fissità” classicheggiante (il latino scritto era rimasto immutato, o quasi, almeno dai tempi di Cesare in poi) in qualche modo concretamente rifletteva, nella realtà quotidiana, l’eternità della parola divina e l’immutabilità della sua Tradizione.

 

Vulgata pubblicata ad Anversa (1650), con l’antica fede (a sinistra), la nuova fede (a destra) e lo Spirito Santo che illumina la Sacra Scrittura.

Traduzioni

 

Per quanto riguarda le traduzioni scritturali, tra le più antiche, che potremmo definire “di servizio”, operate nelle varie comunità proto-cristiane e di cui non sempre ci è giunta testimonianza scritta, le più importanti vengono riunite per comodità sotto il titolo di Vetus latina e si collocano tra II e IV secolo. Segue poi la più importante (e completa) tra le traduzioni di Antico e Nuovo Testamento, cioè quella compiuta da San Girolamo (347-419/20), che viene comunemente divisa in due tradizioni: la Itala (di cui ci parla anche Sant’Agostino [354-430]) e la Afra. Questa traduzione ieronimiana, detta successivamente Vulgata (cioè «diffusa tra la gente»), è databile alla fine del IV secolo, ma con revisioni successive, fino a giungere alla cosiddetta Vulgata Clementina, rivista ed approvata dal concilio di Trento, in tre successive edizioni (1592, 1593, 1598).

 

Lessico

 

Come accennato sopra, il latino cristiano ed ecclesiastico ha accolto, molto più che altri linguaggi settoriali latini, svariati termini greci (come calchi e come prestiti) ed ebraici (quasi esclusivamente sotto forma di calco, cioè limitandosi ad adattare la parola ebraica alla fonetica ed alla grafia latine). Il caso forse più evidente di calco greco è, nella liturgia, la formula del «Chyrie (Christe) eleison», che ricalca appunto la formula greca Chyrie (Christe) eléeson (Χύριε, Χριστέ ελέησον), letteralmente «Signore, abbi pietà», in cui notiamo il fenomeno dello iotacismo, cioè la particolare pronuncia greca ellenistico-bizantina (rimasta nel neo-greco e da cui deriva quella latina) per cui il suono della «e» lunga (eta e dittongo ei; η/ει) e quello della «u» (upsilon/υ) venivano pronunciati come «i». Per quanto riguarda i termini ebraici, oltre ovviamente a tutti i nomi propri sia vetero che neo-testamentari, possiamo ricordare quanto meno amen (il più noto), osanna, Sabaoth, tutti giunti al latino attraverso la mediazione dei testi utilizzati da Girolamo per la sua versione latina, cioè la versione greca dell’Antico Testamento detta «dei LXX» (realizzata ad Alessandria d’Egitto nel III a. C.) o il greco neo-testamentario.

 

Pasquale Sarullo (1828-1893), Madre del Buon Consiglio

Tradizione classica nel cristianesimo (e nella lingua)

 

Per quanto riguarda invece la tradizione culturale romana gli autori cristiani tardo-antichi[1] e medioevali tendono (per salvare il meglio di tale cultura) alla sua interpretazione in chiave allegorica, vedendo cioè nei miti e negli eventi storico-culturali del mondo classico una sorta di “prefigurazione” della cristianità[2]. In tale interpretazione l’autore latino più rivisitato fu certamente Virgilio (70-19 a. C.), al quale fu applicata – come si faceva già per la Bibbia (sortes biblicae) – la tecnica delle sortes vergilianae, consistente nella lettura, ad apertura casuale di libro, di tre passi dalle sue opere, che, una volta compresi nel loro valore allegorico, avrebbero potuto dare indicazioni utili[3] al lettore.

Come grazie all’interpretazione allegorica i pensatori cristiani riuscirono a “salvare”, integrandola nel cristianesimo, buona parte della cultura classica, così l’architettura cristiana – dall’editto di Costantino (313) in poi – rielaborò molti edifici religiosi pagani, riscattandoli ed inserendoli nel nuovo culto cristiano. In tal modo, oltre ad un risparmio di materiali edilizi, si realizzava anche una sorta di “rivincita sostitutiva” del cristianesimo sul paganesimo: il nuovo vero culto sostituiva l’antico non solo negli animi, ma anche (come testimonianza concreta) nella realtà quotidiana della ritualità[4].

Ugualmente, anche la sapienza popolare riadattò – quasi come segno tangibile della vittoria della nuova religione sugli antichi culti idolatri – alcune figure di divinità che, ricevute in eredità dal mondo classico, vennero cristianizzate e, seguendo lo stesso percorso ideale e culturale utilizzato per gli edifici sacri, furono così inserite a pieno titolo nell’immaginario cultuale cristiano. Eccone alcuni esempi: Madre del buon consiglio (<Artemide aristoboúle/αριτοβούλη, «buona consigliera»), Madonna dell’aiuto (<Artemide sòteira/σώτειρα, “salvatrice”), Madonna del buon cammino (<Artemide hegemóneia ηγεμόνεια, «guida»), Madonna della vittoria (<Afrodite nichefóros/νικηφόρος, «portatrice di vittoria/vittoriosa»), Madonna della clemenza (<Afrodite elehémon/ελεήμων, «misericordiosa»), Sant’Anna assunse alcune caratteristiche cultuali di Giunone Lucina («della luce», cioè «protettrice dei parti») e infine tutte le figure di Maria presenti nelle edicole campestri sostituirono il culto di Diana/Ecate Trivia.

Infine, il latino ecclesiastico è poi stato presente (e talvolta lo è tuttora) anche nel linguaggio popolare di quei nostri Antenati che, non conoscendo il latino poiché non lo avevano studiato, lo adattavano alle loro conoscenze ed esigenze, dando così vita a formule[5] che forse ci fanno sorridere, ma anche ci commuovono nella loro ingenua ignoranza perché testimoniano sia la semplicità della vita dei nostri Avi, sia anche come la religiosità fosse per loro un elemento prezioso ed insostituibile nella concretezza quotidiana, così da andare a formare un repertorio di espressioni da cui risalta ancora oggi la loro intima pietas e la “confidenza” che i nostri maggiori, senza alcuna irriverenza ma anzi col massimo rispetto e la più profonda devozione, avevano verso Nostro Signore, Maria Vergine ed i Santi.

Ecco pochi esempi del latinorum dei nostri nonni (gli esempi sono quasi tutti piemontesi, ma di facile comprensione):

«San Giaco la Toira», letteralmente «San Giacomo la rimesta»[6]: libera interpretazione del termine «giaculatoria»;

«Santa Bisòdia», nome di Santa immaginaria: derivato da una comprensione errata della formula del Pater Noster «da nobis hodie», che diventa «dano bisodie», termine non comprensibile e quindi adattato a divenire quello di una nuova Santa (Santa Bisodia, appunto);

«Toch ant ël Nomine Patris», letteralmente «essere tocco (cioè “leso”) nel Nomine Patris»: la formula nasce dal fatto che, quando ci si fa il segno della Croce e si dice in nomine Patris, ci si tocca la fronte; vale pertanto «essere leso nella testa», cioè «essere matto”;

«Fé Gòga e Migòga», dal nome dei due re biblici di Gog e Magog: vale «fare bisboccia», mentre la variante «Andé a Gòga e Migòga» vale «andare in un posto lontano e sconosciuto»;

«Reitemp», non una formula rituale, ma una situazione: era il suono caratteristico delle campane che, in campagna, annunciavano l’arrivo di un temporale (<«ob reum tempus», «a causa del tempo cattivo»);

«Fé a salvum me fac», espressione che utilizza un versetto del Salmo VII: letteralmente vale «fare a “rendimi salvo”» e significa «senza spendere»;

in italiano abbiamo «Essere in catinora», cioè «essere alla fine»: deriva dalla corruzione di «nunc et in hora», poiché tale versetto si trova alla fine dell’Ave Maria;

termine invece entrato nell’uso comune non esclusivamente popolare è «repulisti» (che si trova nel Praefatio della Messa: «quare me repulisti», «perché mi hai scacciato»), ma che, incrociandosi col termine italiano familiare «pulire» (e ancor più il suo passato remoto: «pulisti»), ha assunto il valore di «pulizia fatta a fondo», anche in senso traslato («Il nuovo direttore ha fatto un repulisti in quell’ufficio…»).

Non dal latino sacro-ecclesiastico, ma da quello – diciamo così – “curiale” provengono:

«Essere all’ablativo» (o anche «all’ablativo assoluto»), «essere in fondo/alla fine» (in genere in senso economico): deriva dal fatto che l’ablativo è l’ultimo dei casi della declinazione latina;

«Busillis», nel senso di situazione strana, difficile o incomprensibile («Qui sta il busillis»), assurda quanto una parola sconosciuta perché inesistente (busillis, appunto), nata dalla errata comprensione della frase in diebus illis («in quei giorni»), che diventa «in die busillis»;

Abbiamo poi, per concludere, una serie di formule sì popolari, ma testimoniate da due scrittori quali il milanese Carlo Porta (1775-1821) ed il romano Giuseppe Gioacchino Belli (1791-1863):

«Puta», dall’imperativo latino puta («pensa»), col valore di «metti, immagina, figurati» (Porta);

«Transiatt», dal congiuntivo transeat («passi»): «sia pure» (Porta);

«In primi e Antonia» (< in primis et ante omnia): «prima di tutto» (Belli);

«Domminecovati» (< Domine, quo vadis): così nel Belli un popolano storpia il nome della chiesa omonima;

«San Bruto»: Santo ovviamente immaginario il cui nome viene fatto dal Belli derivare dalla formula «ex abrupto» («all’improvviso»), romanescamente pronunciato con ogni probabilità «csabrutto»;

«Percorato» (< perquiratur, «si ricerchi»): è il nome con cui nella Roma del Belli era conosciuta la perquisizione, dal fatto che il mandato iniziava appunto con la forma Perquiratur… («Si ricerchi…»).

 

Andrea Mantegna (1431-1506), Madonna della Vittoria (1496)

 

[1] Famoso è l’episodio, narratoci dall’autore stesso (Epistulae, XXII, 30 Ad Eustochium), del sogno di San Girolamo, in cui, egli racconta, un angelo apparsogli durante il sonno lo accusò di non essere un buon cristiano, ma in realtà un “ciceroniano”, cioè un estimatore della cultura classica, per il suo eccessivo entusiasmo per l’aspetto formale delle opere degli scrittori antichi (mentiris: ciceronianus es, non christianus; «sei un bugiardo: un ciceroniano sei, non un cristiano»).

[2] Una tale interpretazione, che vede tra i suoi primi sostenitori i grandi padri del secolo IV, sarà poi ripresa in età medioevale da scrittori come Dante (1265-1321), che ne faranno uno dei pilastri del proprio universo culturale (oltre alla Commedia, ovviamente, tale interpretazione è presente in larga misura anche nel Convivio).

[3] Per l’importanza della figura e dell’opera di Virgilio nei secoli dell’età di mezzo si può ancora consultare con profitto D. Comparetti, Virgilio nel Medioevo, La Nuova Italia, Firenze 1941.

[4] Gli esempi sono molti, ma il più famoso è costituito dalla chiesa romana di Santa Maria sopra la Minerva, che – come testimonia il suo stesso nome – fu edificata su di un tempio di Minerva (ad aedem Minervae), dea della sapienza.

[5] Oltre alla memoria personale, uno strumento di conoscenza di molte di queste espressioni è costituito da G. L. Beccaria, Sicuterat. Il latino di chi non lo sa: Bibbia e liturgia nell’italiano e nei dialetti, Garzanti, Milano 2002.

[6] Il verbo toiré (letteralmente «girare, rimestare, rimescolare») ha anche un valore traslato di “pasticciare, organizzare qualcosa in modo non del tutto chiaro, avere le mani in pasta in qualcosa”.

 

 

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