Il 30 ottobre il Martirologio Romano recita così: «Nella cittadina di Dolinka vicino a Karaganda nel Kazakistan, beato Alessio Zaryckyj, sacerdote e martire, che, deportato sotto un regime ostile a Dio in un campo di prigionia, nel combattimento per la fede conquistò la vita eterna». Un figlio dell’Ucraina, nato a Leopoli nel 1912 da una famiglia cattolica. Aveva un solo desiderio nel cuore il giovanissimo Alessio: farsi sacerdote. Cresceva e studiava, puntando deciso alla meta: il Santo Altare. Nella cattedrale della sua città, nel 1936, a ventiquattro anni, venne ordinato.
Stalin stava facendo della Russia e dell’Europa orientale fino alla Siberia un’immensa prigione, dove i cattolici erano i primi ad essere perseguitati, ed i preti, considerati pericolosi per il regime comunista, dovevano essere i primi a sparire.

 

 

Padre Alessio era un vero innamorato di Gesù ed alimentava un dirompente spirito di apostolato, uno zelo instancabile per le anime, una dedizione senza limiti al suo ministero. Sempre disponibile, senza mai pensare a se stesso, con un’indole mite che avvicinava tutti, una singolare comprensione per le persone: il vero stile del buon pastore.

Nella sua diocesi gli vennero affidate alcune comunità: perseguitati sì, ma mai abbattuti, animati nella fede in Gesù, dall’esempio dei loro pastori e dei loro martiri. Padre Alessio si preoccupava di donare una catechesi essenziale, attingendo al Vangelo ed al magistero della Chiesa: Gesù al centro di tutto, la fedeltà a Lui, la fuga dal peccato e la vita in grazia di Dio, lo spirito di fortezza per testimoniare Gesù anche davanti alla morte, il desiderio del Paradiso.

Grazie a lui, i suoi fedeli si confessavano almeno una volta al mese e, moltissimi di loro, ricevevano la Santa Comunione ogni giorno. La sua prima preoccupazione, pur sapendo di rischiare il carcere e la vita, era che tutti potessero confessarsi e ricevere spesso l’Eucaristia. Per undici anni tenuto d’occhio e braccato, quasi fosse un brigante, dalla polizia del regime comunista ateo e omicida.
Nel 1948, parroco in Ucraina, venne arrestato a causa della sua fedeltà alla Chiesa Cattolica. Le autorità comuniste gli proposero di diventare vescovo ortodosso, separandosi dal Papa di Roma e così avrebbe avuto vita più facile. Padre Alessio rifiutò in modo aspro: «Separarmi dal Papa è tradire il Vangelo di Cristo!». Ai suoi parrocchiani, prima di avviarsi al carcere, raccomandò: «Non tradite mai la fede dei nostri padri».

Tutti percepivano il grande vuoto da lui lasciato; come sacerdote greco-cattolico non si era limitato al rito orientale, ma per amore dei suoi fedeli cattolici-romani, aveva imparato con naturalezza anche la celebrazione della Santa Messa in latino nel rito romano. Dal carcere scriveva lettere ai suoi cari e ai suoi fedeli. Al padre anziano: «Ogni giorno e ogni ora dobbiamo offrire tutto a Gesù sofferente che portò la sua croce sul Calvario per mostrarci come si arriva alla vita eterna. Prega molto. La preghiera è la nostra più grande forza». A un suo fratello sposato con figli: «“Confessatevi più volte l’anno, amate il Santo Sacrificio della Messa e allora avrete Dio nella vostra anima. Chi ha Dio nell’anima, ha tutto. Chi non ha Dio nella sua anima, non possiede nulla, anche se fosse padrone del mondo. Questo è il mio raggio di luce, il pensiero più alto della mia vita».

Quello che soffrì in carcere, nelle mani di quei mostri, solo Dio lo sa: pregava e soffriva anche per i suoi persecutori. Un’unica certezza: «Gesù, il mio Gesù c’è, mi è vicino e mi ama». Alla morte di Stalin, nel marzo 1953, e poi nel 1956, in seguito al XX congresso del PCUS, sembrò allentarsi la ferrea morsa della dittatura comunista che pretendeva di annientare la Chiesa Cattolica. Padre Alessio uscì di carcere e subito riprese il suo apostolato, sempre tenuto d’occhio però dalla polizia, con suo enorme rischio.
Prima della fine del 1956, mentre Krusciov faceva invadere con i carri armati e schiacciava nel sangue l’Ungheria, Padre Alessio fu costretto all’esilio a Karaganda nel Kazakistan. Da tutti venne accolto come Gesù in persona ed i fedeli lo chiamarono presto «il vagabondo di Dio». Intraprese infatti viaggi pastorali di migliaia di chilometri attraverso il Kazakistan, grande nove volte l’Italia. Per far visita ai cattolici, si spinse fino in Siberia; nessuno lo fermò, né il clima micidiale né il controllo della polizia. Diceva: «Ma mi vuoi dire, che cosa non si fa per Gesù?».

 

 

In segreto, nel 1957, venne nominato amministratore apostolico per il Kazakistan e l’Asia centrale dall’Arcivescovo metropolita ucraino Josyf Slipyi, futuro cardinale, che per vent’anni soffrì l’indicibile nei gulag della Siberia. Nei suoi lunghi viaggi, Padre Alessio si fermò dove sapeva esserci comunità di cattolici per amministrare i sacramenti a diverse famiglie fino nei villaggi più sperduti. Nei medesimi anni, si recò più volte presso quei cattolici tedeschi che dalle terre del Volga e del mar Nero erano stati deportati da Stalin tra gli Urali e internati in povere baracche. Maria Schneider, madre dell’attuale vescovo ausiliare di Karaganda, monsignor Athanasius Schneider, ricordava: «Nel gennaio 1958, nella città di Krasnokamsk vicino a Perm nei monti Urali, all’improvviso arrivò Padre Alessio, proveniente dal suo esilio in Kazakistan. Si adoperava affinché il maggior numero possibile di fedeli fosse preparato per ricevere Gesù Eucaristico nella Santa Comunione. Perciò si disponeva ad ascoltare le confessioni dei fedeli di giorno e di notte, senza dormine e senza mangiare. I fedeli lo sollecitavano dicendogli: “Padre, deve mangiare e dormire!”. Lui rispondeva: “Non posso perché la polizia mi può arrestare da un momento all’altro, e tante persone resterebbero senza confessione, quindi senza Comunione Eucaristica”. Dopo che tutti si furono confessati, Padre Alessio cominciò la S. Messa. Improvvisamente risuonò la voce: “La polizia è vicina”. Quella volta, poté sfuggire alla polizia grazie all’aiuto di Maria Schneider, la quale continua a narrare: “Dopo un anno, ritornò a Krasnokamsk. Questa volta, poté celebrare la Santa Messa e dare la Comunione ai fedeli” (da Athanasius Schneider, Dominus est, Libreria Editrice Vaticana 2008).

Ancora una volta riprese il suo apostolato di sacerdote itinerante, senza fissa dimora, soprattutto in Kazakistan. Testimonia suor Anastasia Bium: «Nel 1961, avevo 21 anni e incontrai per la prima volta Padre Alessio: il primo giovane prete che vedevo e mi impressionò per il suo aspetto gioioso, la sua indole gaia e il suo sorriso sereno. Tutto questo era nuovo per me, perché i sacerdoti che avevo conosciuto fino a allora erano segnati dalla persecuzione e dalle sofferenze. Padre Alessio confessava fino a tarda notte e a volte, dopo la Santa Messa, mia madre lo invitava a casa e noi ci confessavamo da lui nell’unica stanza che era tutta la nostra abitazione. Poi celebrava la Messa, tutto assorto in Dio, spesso alle 4 del mattino. Riusciva a dire Verità e fatti molto seri in un modo amabile. Non parlava mai di sé, dei terribili anni passati in prigione e delle torture subite. Non si sarebbe detto che avesse subito tante sofferenze fisiche e morali e che patisse allora forti dolori allo stomaco. Era sempre spiato e perseguitato. Donava tutto ciò al Signore e incoraggiava anche noi a soffrire e unire la nostra povertà e le nostre prove alle sofferenze di Gesù. Nei suoi spostamenti, portava sempre con sé il SS.mo Sacramento per poter dare la S. Comunione ai malati e agli agonizzanti, dopo averli confessati».
Padre Alessio era in tutto un vero sacerdote, figlio di Maria Santissima, e con gioia predicava la vita purissima della Vergine Madre di Dio, come modello per la vita di ogni credente. Era solito dire: «Come Maria, dobbiamo essere dei gigli di amore e di purezza per Gesù. Sì, dobbiamo fiorire davanti a Gesù come dei candidi gigli, in un luminoso candore».
«Ho impressa nella mia mente – conclude suor Anastasia – l’ultima sua visita, durante cui egli ci disse con aspetto serio: “Oggi è l’ultima volta che sono con voi, poi mi porteranno di nuovo in prigione”. Dopo la Santa Messa, ricevemmo la sua benedizione, e le sue parole di addio furono come un testamento per la nostra famiglia: “Regolate la vostra vita in modo che in futuro potremo ritrovarci tutti nel Cuore di Gesù per glorificare Dio per tutta l’eternità».
Nell’aprile 1962, Padre Alessio venne arrestato a tradimento dalla polizia segreta e messo nel campo di concentramento di Dolinka presso Karaganda, dove tra terribili sofferenze si avviò alla fine. Una volta, alcune donne di grande fede e coraggio, avvicinatesi al filo spinato del campo, riuscirono a vederlo in una scena atroce. Le guardie, dopo averlo picchiato brutalmente, lo calarono in una buca profonda, per poi tirarlo fuori con delle corde, grondante di sangue. Le donne piansero, impotenti ad aiutarlo, ma lui, vedendole, esclamò: «Non piangete. Questa è la via della croce, la passione di Gesù!». Un giorno poté far uscire dal carcere una breve lettera su cui aveva scritto ai suoi fedeli: «La Madonna mi ha fatto visita e mi ha detto: caro figlio mio, ancora un po’ di sofferenza. Verrò presto a prenderti con me».

Dopo tanti maltrattamenti e umiliazioni, Padre Alessio ottenne la palma del martirio «ex aerumnis carceris», cioè a causa delle torture subite in carcere, il 30 ottobre 1963. L’indomani, vigilia della festa dei Santi, quando il becchino stava per dargli sepoltura in totale solitudine, udì dei canti bellissimi e, voltandosi, vide una «giovane donna», vestita di bianco, che seguiva il povero carretto su cui sta la salma martoriata, e canta inni di ineffabile dolcezza e solennità. Il becchino si domandò tra sé come avesse fatto ad entrare nel campo, avrebbe voluto chiederglielo, ma non osò. Quando tutto fu compiuto, la donna non c’era più ed egli comprese: Maria Santissima era venuta a prendere il suo figlio sacerdote e martire della fede, martire per l’Eucaristia.

Il 27 maggio 2001 Papa Giovanni Paolo II a Leopoli beatificò Padre Alessio Zarytsky. Nel 2007 monsignor Schneider ha consacrato a Karaganda la prima chiesa in onore del beato Alessio, indossando anche la cotta a lui appartenuta e regalatagli da suo fratello Ivan Zarytsky, tuttora vivente. «Davvero un santo eucaristico – afferma nel libro citato mons. Schneider – che poté educare anime eucaristiche, fiori cresciuti nel buio e nel deserto della clandestinità, rendendo la Chiesa veramente viva».

 

 

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2 commenti su “Il Beato Padre Alessio: «Non tradite mai la fede dei nostri padri». Morì torturato dai sovietici, oggi una chiesa a Karaganda a lui intitolata”

  1. Grazie per questa meravigliosa storia di un vero Santo di cui non avevo mai sentito parlare, un balsamo in questi tempi martoriati, un esempio di come ci si deve comportare nella persecuzione e in mezzo all’odIo senza alzare la voce senza polemizzare ma pregando anche per i nostri nemici come ci ha insegnato Nostro Signore Gesù Cristo.

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