In conspéctu divinæ maiestátis tuæ

rubrica di Cristina Siccardi

 

La rivoluzione comunista, come abbiamo ricordato la scorsa settimana, sterminò la famiglia Romanov, composta dall’Imperatore Nikolaj Aleksandrovič, dalla consorte, l’Imperatrice Aleksandra Fëdorovna e dai loro amati cinque figli – Ol’ga, Tat’jana, Marija, Anastasija, Aleksej – tutti canonizzati dalla Chiesa ortodossa. Tutte le testimonianze concordano nel fatto che fede, contegno, sopportazione, profondo amore per la famiglia e perdono per gli aguzzini furono le manifestazioni dimostrate da ogni Romanov durante la cattura, la deportazione e la prigionia.

In questo appuntamento con la rubrica dedicata ai santi della nobiltà, che divenne oggetto di cruento odio da parte dei giacobini prima e dei bolscevichi dopo, passando anche per una cultura ostracista liberale e “democratica” che oggi non fa più memoria delle personalità che hanno tessuto l’Europa Cristiana, ci occuperemo dei profili dei giovani martiri Romanov.

Dopo il massacro dei Romanov, dei quali per lungo tempo non si conoscevano i connotati e i loro corpi non erano identificati, iniziarono a presentarsi diverse persone che affermavano, profittando dell’accaduto, di appartenere all’ex casa imperiale russa, mettendo in luce la controversa questione dell’omicidio, la dubbia veridicità dell’accaduto ed alimentando la curiosità intorno a quello che per molto tempo fu un mistero.

Test del DNA effettuati su corpi ritrovati nel 1991 nel bosco di Koptiaki, presso Ekaterinburg, identificarono i Romanov e il loro personale. Mancavano, però, i resti del giovane erede al trono Aleksej e di una sorella (Marija o Anastasija); ma nel 2007, nella regione degli Urali, nelle vicinanze di Koptiaki, in un luogo simile a quello descritto nelle memorie del comandante bolscevico della carneficina, Jakov Jurovskij, vennero ritrovati due scheletri parzialmente bruciati insieme a pallottole e boccette di acido solforico, usato per occultare i cadaveri. Gli esami del DNA, conclusi e resi pubblici nel 2008, hanno confermato che i resti rinvenuti erano quelli di Aleksej e di Marija, chiudendo così per sempre la possibilità che qualche membro della famiglia imperiale fosse riuscito a scappare dal massacro di Ekaterinburg.

Era l’alba del 17 luglio 1918. Davanti al comandante Jurovskij, in una stanza al seminterrato di un palazzo di Ekaterinburg, la famiglia Romanov eseguiva le istruzioni con diligenza e stupore per una foto di gruppo richiesta a quell’ ora, perché, disse Jurovskij, a Mosca correva voce che loro fossero fuggiti (cfr. Edvard Radzinskij, L’ultimo zar. Vita e morte di Nicola II, Dalai Editore, 2001). Oltre allo Zar e alla Zarina, alle quattro figlie e all’erede maschio, c’erano anche il medico di famiglia, una cameriera, un cuoco e un lacchè. Presero tutti posto e quando la scena fu pronta, il bolscevico Jurovskij disse «La vostra vita è finita». Estrasse la pistola mentre si spalancò la porta, dietro alla quale, in piedi e in ginocchio, i militari si posizionarono al tiro. La mattanza ebbe inizio.

 

Granduchessa Ol’ga Nikolaevna Romanova

Nacque a Carskoe Selo il 15 novembre 1895, morì trucidata ad Ekaterinburg il 17 luglio 1918 con la famiglia. Era la figlia maggiore dello Zar Nikolaj Aleksandrovič e di Aleksandra Fëdorovna Romanova. Il titolo russo di Ol’ga era «Sua Altezza Imperiale, la Granprincipessa Ol’ga Nikolaevna» e tale titolo aveva una valenza maggiore rispetto a quello delle altre principesse europee. In famiglia era chiamata Oliška o Olya.

Lo Zar lascia scritto sul suo diario: «Un giorno che mai dimenticherò. Alle 21 sentii l’uggiolare di un bambino e tutti abbiamo avuto un grande sollievo. Con una preghiera chiamammo la bimba spedita da Dio Ol’ga, cioè Santa. Lei è una grande bambina di 4.5 chili e alta 55 cm. Io non posso credere proprio che è veramente la nostra bimba! Dio che felicità! Non sembra nata ora perché è talmente grande con una testa piena di capelli».

Ol’ga era molto legata alla sorella Tat’jana: occupavano la stessa stanza e vestivano in modo similare. Le due sorelle erano chiamate «la coppia grande»; mentre Marija e Anastasija erano «la coppia piccola». Usavano indossare abiti di merletto bianco o colorato, per l’inverno cappotti lunghi e raffinati, per la primavera vestiti alla marinara e per l’estate, vestiti bianchi, fluenti o semplici camicie e gonne. Ol’ga era di animo compassionevole, cristianamente caritatevole, sincera e talvolta mesta. Intelligente e volenterosa, amava l’onestà e la franchezza. Amava i gatti e la sua preferita era Vaska. Era semplice, talvolta un po’ irascibile; occhi blu e profondi e aveva molti capelli biondi.

Per lei i genitori presero in considerazione possibili unioni matrimoniali con il granduca Dmitrij Pavlovič Romanov, il principe Carol di Romania, il principe Edoardo, figlio più grande di Giorgio V d’Inghilterra e il principe Aleksandr di Serbia. Tuttavia Ol’ga avrebbe preferito sposarsi con un russo e rimanere nella propria patria.

Nel 1911 Ol’ga e Tat’jana testimoniarono a Kiev per l’assassinio del primo ministro Pëtr Stolypin. Tre anni dopo, durante la prima guerra mondiale, prestarono servizio volontario nella Croce Rossa, insieme alla madre, all’ospedale di Carskoe Selo. Non idonea ad essere infermiera, quell’ambiente così doloroso e cruento le causò un pesante esaurimento nervoso, perciò il 19 ottobre 1915 le fu assegnato un lavoro d’ufficio e le furono praticate iniezioni di arsenico, allora considerati trattamenti contro la depressione e i disturbi nervosi.

La rovinosa conoscenza della madre con Grigorij Efimovič Rasputin (1869-1916), al quale affidò il destino della sua famiglia, fu fatale per tutti i componenti. Anche Ol’ga e le sorelle si affezionarono al contadino siberiano. Rasputin, oltre che dare speranze alla famiglia imperiale circa una possibile guarigione dell’erede al trono, malato di emofilia trasmessagli dalla madre, pareva offrire scenari di concreta idealità russa. Egli, semplice figlio delle campagne, rappresentava ciò che Nikolaj e Aleksandra avevano sempre desiderato: contatto diretto con il popolo russo, senza intermediazioni di etichetta e convenzioni sociali. Con il trascorrere del tempo il mefistofelico Rasputin acquisì un’incredibile influenza sulla mistica zarina, offrendo consigli non solo “medici”, ma finanche etici (uomo amorale e vizioso) e politici.

Nel dicembre del 1916 un complotto di giovani aristocratici, fra i quali il Granduca Dmitrij Pavlovič, assassinò Rasputin, facendo scempio del corpo e gettandolo nella Neva. L’auspicio era quello di porre un freno, invano, al discredito in cui caduta la coppia imperiale presso il governo e il Paese.

Ol’ga fu l’unica, all’interno della famiglia, a comprendere che cosa stava per accadere. Nel leggere sulla stampa la negativa immagine dei genitori rimase scioccata. «Lei era di natura una pensatrice», ricorderà il figlio del medico dei Romanov, Gleb Botkin, «e capì la situazione generale meglio degli altri membri».

La famiglia reale fu arrestata durante la rivoluzione del 1917 e fu imprigionata in varie residenze, prima nella loro casa a Carskoe Selo, poi nelle regge private di Tobol’sk e infine ad Ekaterinburg, in Siberia. In questo periodo tutte le figlie contrassero il morbillo e ad Ol’ga venne la peritonite; mentre a Tat’jana si ruppe un timpano per il forte mal di testa e Marija dovette respirare con una bombola di ossigeno. Per il gran numero di farmaci perdettero molti dei loro lunghi capelli, così la madre decise il taglio.

Ol’ga amava la letteratura, leggeva molto e trovò conforto nella fede in Dio e nell’amore per la sua famiglia, come d’altra parte le sue sorelle e il fratello. Con sua madre, con la quale ebbe un rapporto non sempre facile, scrisse una poesia. Inoltre trovò conforto nell’ Aiglon di Edmond Rostand, un dramma in sei atti, pubblicato nel 1900, sulla vita del figlio di Napoleone, il quale rimase sempre fedele al padre deposto fino alla fine dei suoi giorni e nel quale Ol’ga vide riflessa la sua devozione all’amato padre.

I Romanov furono separati nell’aprile 1918 quando i bolscevichi trasferirono i genitori e Marija ad Ekaterinburg, mentre Aleksej, Ol’ga, Tat’jana e Anastasja rimasero indietro a causa di una forte emorragia del fratello avuta in seguito ad una caduta dalle scale mentre giocava su una slitta. L’imperatrice scelse Marija ad accompagnarla perché Ol’ga era molto depressa e Tat’jana doveva occuparsi di Aleksej. Nikolaj diede a Ol’ga una piccola rivoltella che lei celò in uno stivale a Carskoe Selo e a Tobol’sk. Il colonnello Eugenio Kobylynsky, comprensivo carceriere, la supplicò di cedere la sua rivoltella prima che lei, le sue sorelle e il fratello venissero trasferiti ad Ekaterinburg: a malincuore Ol’ga consegnò l’arma.

Nel maggio del 1918 la nave Rus ricongiunse  Ol’ga, Tat’jana, Anastasja e Aleksej ai genitori e alla sorella Marija, trasportandoli da Tobolsk ad Ekaterinburg. Prima di partire, Ol’ga e le sorelle cucirono nei corpetti i loro gioielli per sottrarli ai bolscevichi. Ma quella notte le guardie impedirono alle ragazze di chiudere le porte delle camere da letto a chiave e furono molestate dai carcerieri. Il loro tutore inglese Sydney Gibbes ricordò sempre le grida delle granduchesse e la sua incapacità di proteggerle.

Il carceriere Aleksander Strekotin racconterà  nelle sue memorie che  Ol’ga  era «pallida, magra e sembrava malata». Passeggiava poco nel giardino e trascorreva la maggior parte del tempo prendendosi cura del fratello. Un’altra guardia riportò che le rare volte in cui Ol’ga si tratteneva in giardino rimaneva immobile fissando tristemente in lontananza un punto imprecisato.

Il 14 luglio 1918 un prete locale celebrò una Messa privata per loro. Ol’ga aveva ventidue anni quando fu assassinata con i suoi cari nella palazzina Ipatiev a Ekaterinburg, la notte del 17 luglio 1918. L’assassinio fu compiuto da un commando di undici uomini della Čeka (la maggioranza dei quali ex-prigionieri di guerra austro-ungarici) sotto la guida di Jakov Jurovskij. Secondo un racconto dei testimoni, Ol’ga guardò Tat’jana morire prima che gli assassini la designassero come bersaglio.

 

Granduchessa Tat’jana Nikolaevna Romanova

Nacque a Peterhof, sul Mar Baltico il 10 giugno 1897. Ha rappresentato, con il fratello e le sorelle, l’ultima generazione della discendenza dei Romanov. Come era accaduto per la primogenita, lo Zar, che amava scrivere diari – aveva iniziato a 14 anni e terminerà tre giorni prima di morire – registrò così l’evento della nascita:

«Il secondo, luminoso, felice giorno per la nostra famiglia: alle 10:40 della mattina il Signore ci ha benedetto con una figlia – Tatiana. La povera Alix [la zarina ndr] ha sofferto tutta la notte senza chiudere occhio, e alle 8:00 è scesa nella camera di mamma. Grazie a Dio è stato tutto veloce e tranquillo […] Tatiana pesa 83/4 libbre ed è alta 54 centimetri. La nostra più grande [Ol’ga, di un anno e mezzo ndr] è davvero buffa con lei».

Tat’jana crebbe secondo l’educazione vittoriana che la madre stessa aveva ricevuto. Condivideva la camera con la sorella maggiore Ol’ga, nel palazzo di Alessandro di Carskoe Selo, che la coppia imperiale aveva scelto quale propria residenza e arredato con gusto borghese. Le camere delle granduchesse, in linea con l’arredamento del resto della casa, erano sobrie e i muri erano tappezzati di fotografie e oggetti personali.

Dedicava molte ore di studio al giorno insieme ad Ol’ga, con la quale condivideva anche abiti e oggetti personali, nonché la familiarità nei confronti del personale di servizio. Esse ricevevano una mancia di due rubli a settimana, che utilizzavano per piccoli regali ad amici e personale di palazzo o per piccole spese personali. Tat’jana era molto legata sia al padre che alla madre.

Quando si scoprì che Aleksej era affetto da emofilia, Tat’jana mantenne il segreto con le sorelle e divenne fra le più premurose infermiere del fratello. Per la sua spiccata propensione al misticismo, Tat’jana, come la madre, credette fermamente allo starec Rasputin ed era sicura che fosse l’unico che riuscisse ad alleviare la malattia Aleksej.

Soprannominata “Tanya”, “Tatya”, “Tatianochka” o “Tanushka”, fu un’adolescente alta, snella, dai capelli scuri e ramati, occhi grigi e dal carattere molto riservato. Dotata del forte carattere della madre, come lei, era religiosa, amava i bambini e la cura della casa. Nelle pause dai compiti o dalle faccende domestiche che la madre le affidava, lei amava sfogliare qualche rivista di moda.

Anja Virubova, amica della Zarina residente a Carskoe Selo, visitata spesso dalla famiglia Romanov, scrisse di lei: «[…] Era una perfetta incarnazione della madre. Alta e slanciata rispetto alle sorelle, aveva dei leggeri e raffinati tratti e le gentili e riservate maniere dei nonni inglesi. Ingenua e comprensiva, circondava le sue più piccole sorelle ed il fratello di uno spirito così protettivo che loro, scherzando, la soprannominarono “la governante”».

Comune a Tat’jana, come anche alle sue sorelle e al fratello, era la totale noncuranza per la sua posizione: cresciuti a contatto con domestici, dame di compagnia, precettori e ufficiali, il nucleo familiare dello Zar aveva trasformato costoro da mero personale di servizio in veri e propri compagni di gioco e di svago.

Ancora la testimone Anja Vyrubova scrisse:

«Di tutte le granduchesse, Tat’jana era la più popolare e penso anche la più amata dai genitori. […] Amava la società e desiderava pateticamente degli amici. Ma per queste prestigiose ma sfortunate ragazze degli amici erano molto difficili da trovare».

Ancora adolescente, le venne assegnato simbolicamente, con il grado di colonnello onorario, un reggimento di Ussari della guardia, il Vosnesenskij. Durante la prima guerra mondiale entrò nella Croce Rossa e lavorò come infermiera negli ospedali militari. Durante la prigionia a Tobol’sk, Tat’jana aiutò i genitori a gestire la casa e la famiglia, mostrando grande coraggio e forza d’animo. Nell’aprile del 1918 i bolscevichi trasferirono i Romanov a Ekaterinburg, dove Tat’jana fu bersaglio degli apprezzamenti e delle persecuzioni dei carcerieri e per questo fu fortemente traumatizzata e perse peso.

Da quanto si desume dal diario di Aleksandra Fëdorovna, Tat’jana trascorse l’ultimo pomeriggio di vita in compagnia della madre, leggendo dei passi biblici. Aveva ventun anni quando venne uccisa con la sua famiglia, nel seminterrato della palazzina Ipatev di Ekaterinburg, sotto il fuoco della Čeka di Jakov Jurovskij. I membri del plotone d’esecuzione raccontano che le sorelle Tat’jana e Ol’ga morirono abbracciate l’una all’altra, rannicchiate in un angolo.

 

Granduchessa Marija Nikolaevna Romanova

Nacque a Peterhof il 26 giugno 1899 e fu trucidata ad Ekaterinburg il 17 luglio 1918. Nota come Marie e Mashka, era la terza figlia dello Zar Nikolaj II di Russia e della Zarina Aleksandra Fëdorovna.

Marija trascorse tutta la vita alla corte russa, in compagnia delle sue sorelle. Da piccola era la più tonda delle quattro e a volte era oggetto di ironia da parte delle altre tre. I suoi grandi occhi blu erano soprannominati i «piattini di Marija». Divideva la sua stanza con Anastasija, che divenne presto la sua più stretta confidente, ma, essendo quest’ultima più vivace e dominante, visse nella sua ombra.

Tranquilla e disciplinata, da ragazza si invaghì di alcuni giovani, fra cui un non meglio identificato giovane ufficiale russo, che ebbe tuttavia occasione di frequentare solo saltuariamente, con il tacito consenso dei genitori. Come per tutti i Romanov, la sua vita cambiò drasticamente dopo l’abdicazione del padre, cui seguirono gli arresti domiciliari a Carskoe Selo, vicino a Pietrogrado, e in seguito la prigionia in Siberia e infine la morte.

Marija, come le sue sorelle, era particolarmente interessata alla vita delle persone comuni. Durante la sua prigionia a Tobol’sk ed Ekaterinburg, era solita fare domande ai soldati circa la loro famiglia. Amava i bambini e durante la prigionia disse alla sorella minore di voler sposare un soldato russo e di desiderare venti bambini.

Fu uccisa all’età di diciannove anni con tutta la sua famiglia nello scantinato della palazzina Ipat’ev ad Ekaterinburg. L’esecuzione venne eseguita da un commando della Čeka agli ordini del commissario bolscevico Jakov Jurovskij.

 

Granduchessa Anastasija Nikolaevna Romanova

Nacque a Peterhof il 18 giugno 1901. Era la quartogenita degli Zar di tutte le Russie. I genitori, quando venne alla luce, erano piuttosto contrariati di avere una quarta figlia femmina; tuttavia, per celebrarne la nascita, l’Imperatore concesse l’amnistia a tutti gli studenti che erano stati incarcerati per aver partecipato ai moti di protesta di San Pietroburgo e Mosca l’inverno precedente. Proprio da questo fatto  proviene il nome Anastasija, che significa «colei che rompe le catene», ma anche «risurrezione» (termine più volte ripreso nella questione della sua presunta sopravvivenza all’esecuzione della sua famiglia). I suoi soprannomi erano: Malenkaya, che significa «quella piccola» o «shvibzik», ovvero «monella». Infatti era di temperamento allegro e impertinente, la più vivace dell’intimo nucleo familiare di Nikolaj II. Molto legata al padre, al quale somigliava nei lineamenti del volto e nel carattere, aveva occhi azzurri e capelli color biondo ramato. Una governante, Margaretta Eagar, la descrisse come la bambina più carismatica che avesse mai visto.

Come gli altri figli dell’Imperatore, studiò in casa. La formazione iniziò all’età di otto anni e comprendeva le lingue francese, inglese e tedesca, storia, geografia, legge di Dio, scienza, arte, grammatica (che non sopportava), aritmetica, musica, danza. Come le sue sorelle fu allevata nel modo più sobrio e umile possibile. Per esempio, dormivano con brandine prive di cuscini, facevano un bagno freddo la mattina e uno caldo la sera, dove aggiungevano qualche goccia di profumo Coty, il preferito di Anastasia era quello alle violette. Se da piccole erano lavate con dei secchi dalla servitù, da grandi dovevano fare da sole. Le proprie camere erano personalmente messe in ordine. Quando non erano occupate, ricamavano oggetti da vendere in beneficenza. La domenica si vestivano elegantemente per i riti liturgici; mentre indossavano un abbigliamento speciale per giocare a palla con la loro zia, la duchessa Ol’ga, sorella di Nikolaj II. Anastasia era particolarmente cara alla zia, che dopo la sua morte dichiarò che le sembrava di sentire ancora la sua risata nella stanza.

Anastasia era cresciuta come una bambina vivace ed energica, acuta e brillante, come hanno confermato i suoi tutori Pierre Gilliard e Sydney Gibbes: non era particolarmente interessata alle lezioni, ma era intelligente e sapeva coprire le lacune con la recitazione. Era l’unica, come raccontano le testimonianze, a far sorridere le riservate sorelle maggiori Ol’ga e Tat’jana. Era però anche dispettosa: faceva scherzi ai servitori, a volte alzava le mani con i compagni di gioco e una volta tirò una palla di neve con un sasso all’interno alla sorella Tat’jana.

Cagionevole di salute, era affetta da dolori alla schiena ed era portatrice del gene dell’emofilia, con conseguenti disturbi della coagulazione del sangue. Insieme a Maria formava la «coppia piccola» e come la «coppia grande», formata dalle due sorelle maggiori, condividevano stanza, vestiti e confidenze. Crescendo, comunque, la coesione fra le quattro sorelle, si fece più intensa.

Anche Anastasija fu ingannata e spiritualmente rapita da Rasputin, al quale scrisse anche delle lettere. Quando venne dichiarata la guerra pianse. Durante la guerra una parte del palazzo imperiale fu adibito ad ospedale, dove trovarono ricovero i feriti. La Zarina e le figlie fecero da infermiere, mentre Anastasija e Marija, troppo giovani, divennero patrone dell’ospedale stesso: offrivano il proprio denaro per comprare medicine; leggevano ad alta voce per i feriti; lavoravano a maglia per loro; giocavano con loro a carte e dama; scrivevano sotto dettatura le loro lettere per la famiglia; cucivano indumenti, bende e fasciature. E a malincuore, con Marija, si allontanava perché richiamate allo studio.

Nel 1916 Anastasija scrisse: «Oggi ero seduta accanto a un nostro soldato, gli ho insegnato a leggere e gli è piaciuto molto […] Ha cominciato ad imparare a leggere e a scrivere qui in ospedale. Due sono morti in un incidente e ieri eravamo sedute accanto a loro».

 

Aleksej Nikolaevič Romanov

Nacque a Peterhof il 12 agosto 1904. È stato l’ultimo erede al trono dell’Impero russo, primo maschio e ultimogenito dello zar Nikolaj II e della zarina Aleksandra Fëdorovna Romanova, dopo le sorelle Ol’ga, Tat’jana, Marija e Anastasija.

Aleksej era il centro di questa famiglia profondamente unita; il centro e il fuoco di tutte le speranze e gli affetti di ogni componente. Le sue sorelle lo adoravano. Era l’orgoglio e la gioia dei suoi genitori. Affetto da emofilia, trasmessagli dalla madre, quando stava bene, raccontano i testimoni, il palazzo si trasformava.

Chiamato affettuosamente dei suoi genitori e dalle sorelle «Baby» o «Aljoša», la madre cercò di alleviare le sue sofferenze con l’aiuto, pubblicamente contestato, dello starec siberiano Rasputin. Per evitare che Aleksej si ferisse cadendo, e quindi morisse a causa della malattia, i genitori fecero imbottire con piumini tutta la sua stanza.

Durante la prima guerra mondiale, visse con il padre presso le sedi dell’esercito, a Mogilëv. Nel mese di marzo del 1917, Nikolaj II abdicò a favore del fratello minore, Michele II , che regnò per un giorno solo, in quanto prevedeva che, se il figlio fosse stato proclamato sovrano (solo dal 1912 la malattia del ragazzo era di dominio pubblico), sarebbe stato separato dalla famiglia, per la quale prevedeva l’esilio. Nell’agosto dello stesso anno Aleksej  fu confinato con i congiunti a Tobol’sk. Il 30 aprile 1918 i Romanov furono deportati a Ekaterinburg, nella Casa Ipat’ev, dove dimorarono 78 giorni. Nella notte tra il 16 e il 17 luglio vennero fucilati, insieme alla servitù, dalla pattuglia del commissario bolscevico Jakov Jurovskij.

Nel 2000 è stato canonizzato come martire dalla Chiesa ortodossa russa. Aleksej è tumulato, accanto ai genitori e alle sorelle, nella cappella di Santa Caterina Martire della Cattedrale dei Santi Pietro e Paolo a San Pietroburgo.

 

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