Marco Terenzio Varrone “Reatino ” (116-27 a.C.)

 

I) Grammatici latini

 

Quelle che noi definiamo le “regole” della grammatica della lingua latina (detta “classica”, cioè tra il I sec. a. C. ed il I d. C.) sono state desunte dallo studio delle opere degli scrittori più importanti del periodo (Cicerone in primis, come autore, ed il trattato retorico De oratore, tra le sue opere), mentre quanto di “teorico” noi conosciamo della lingua latina e dei suoi principali fenomeni grammaticali (i cosiddetti studi “meta-linguistici”, cioè la lingua che “parla” di sé e dei suoi fenomeni) lo apprendiamo dalla lettura delle opere dei grammatici latini, le cui testimonianze scritte ci portano almeno al I sec. a. C. per giungere fino agli ultimi secoli dell’Impero (IV/V d. C.)[1], mentre per gli anni successivi dobbiamo già parlare di grammatici medievali (e non più romani).

Il primo personaggio che noi sappiamo avere, a Roma, trattato di questioni teoriche relative al linguaggio ed alla grammatica fu il filosofo greco Cratete di Mallo (II sec. a. C)[2], appartenente alla scuola stoica di Pergamo (in Asia minore), la quale, opponendosi alla peripatetica scuola di Alessandria, sosteneva, nelle questioni grammaticali, il valore della “anomalia linguistica”* di contro alla “analogia”[3], che sarà – circa un secolo dopo – seguita da Giulio Cesare e da Publio Terenzio Varrone, detto “reatino”.

Dobbiamo dunque arrivare alla seconda metà del I sec. a. C. per avere delle testimonianze scritte di autori di grammatica e linguistica: i già citati Giulio Cesare (proprio l’uomo politico e generale, che si interessava anche di problemi grammaticali)[4] e Terenzio Varrone, bibliotecario ed erudito, autore, tra le altre innumerevoli sue opere, anche di un De lingua latina, di cui ci rimangono solamente estratti e frammenti, interessanti in particolare per i suoi tentativi (empirici più che scientifici) di etimologie di vocaboli latini[5]. Arriviamo così a Valerio Probo (I sec. d. C.)[6], ed a Pompeo Festo (II sec. d. C.) e l’epitome da Verrio Flacco (età di Augusto), poi a Quintiliano (Institutio Oratoria; I/II sec. d. C.) ed a Svetonio (col suo De grammaticis et rhetoribus; II sec. d. C.) ed Aulo Gellio (Noctes Atticae; età degli Antonini; II d. C.). Più tardi sono Nonio Marcello (IV sec.; De compendiosa doctrina), Macrobio (V sec.; Saturnalia), Marziano Capella (V sec.; De nuptiis Mercuri et Philologiae). A questi ultimi possiamo ancora aggiungere i commentatori (IV/V secolo) di Virgilio, che si occuparono anche, partendo appunto dalle opere del mantovano, di questioni linguistiche e grammaticali: Servio e Donato, autore anche di un fortunato testo di grammatica[7].

 

II) Origini del latino e sua parentela con altre lingue italiche o parlate in Italia in età romana[8]

 

Come si è già ampiamente visto, il latino appartiene al ramo europeo occidentale della famiglia delle lingue indoeuropee (o ariane), ramo detto delle “lingue kentum[9]. Esso è poi inserito nelle lingue del gruppo italico, insieme con il falisco, il prenestino e l’osco-umbro, insieme ad altre “minori” (in realtà tali solamente perché presentano un minor numero di testimonianze scritte).

Un problema che agita ancora gli studiosi è se si possa parlare di una ipotetica lingua indo-europea italica “comune”, da cui deriverebbero, se non tutte, almeno gran parte delle lingue dell’Italia antica. La questione è ancora sub iudice, ma tuttavia non pregiudica il nostro discorso in questa sede.

Ad un certo punto una parlata latina specifica di una città (Roma) prese il sopravvento su tutte le altre e quindi, partendo da motivazioni principalmente economiche e politico-militari, divenne la più importante (e poi l’unica) tra le lingue italiche, acquisendo tuttavia in sé alcune caratteristiche (soprattutto morfologiche e lessicali, ma anche fonetiche e sintattiche) delle altre lingue, caratteristiche che poi divennero a pieno titolo parte sostanziale della lingua della Roma repubblicana e poi imperiale, a tal punto da farne parte in modo imprescindibile e da passare, almeno alcune di esse, anche alle lingue che dal latino/romano sono derivate, cioè le moderne lingue romanze (o neo-latine).

Ovviamente i prestiti più importanti alla lingua latina letteraria (quella che noi meglio possiamo studiare, avendone moltissime e varie – anche diacroniche – testimonianze) sono stati lasciati o dalle lingue culturalmente più evolute (etrusco e greco) o da lingue “specializzate” in ambiti semantici poco noti ai romani, ma necessari per definire termini usati nella vita quotidiana (lingue celtiche, specie in ambito militare e della terminologia animale). Vediamone alcuni esempi.

Dall’etrusco[10] deriva la tradizione romana dei tria nomina (praenomem, nomen e cognomen: e. g. Marco Tullio Cicerone); durante la fase monarchica etrusca (cfr. nota 10) abbiamo esempi nella onomastica e nella toponomastica: dalla famiglia dei Tarquini alla rupe Tarpeia, termini che sono entrambi dalla radice etrusca, in trascrizione sabina, Tarkw-; poi il vocabolo persona (< φersu; col valore di “maschera teatrale”) e moltissimi altri termini del lessico specialistico del teatro (oltre a persona anche histrio, “attore”; cfr. la testimonianza dello storico Tito Livio) e dell’arte divinatoria (haruspex, augur), oltre a buona parte dell’idronimia di origine indoeuropea (Tebris > Tiberis).

Dal greco (la lingua che di più e più a lungo influenzò quella latina) abbiamo sia prestiti che calchi[11]. Tra i primi ricordiamo κυπάρισσος/kupàrissos > cupressus (o cy/ipressus), per la quale si pone anche il problema della ùpsilon greca, trascritta in latino ora u ora y (o anche i), oppure πορφύρα/porphύra > purpura o ancora φιλοσοφία > philosóphia; tra i secondi ricordiamo il caso di πτώσις/ptòsis > casus (della declinazione).

Sempre a proposito del rapporto greco/latino possiamo ancora segnalare che la declinazione greca (3 declinazioni con 5/6 casi) si è ampliata in latino (5 declinazioni con 6/8 casi)[12]; alcune preposizioni latine (tranne pochissimi casi pressoché eccezionali) possono reggere solamente due casi (accusativo e ablativo), mentre alcune greche ne reggono fino a tre (genitivo, dativo, accusativo). Infine, per quanto riguarda la coniugazione verbale, ricordiamo alcune differenze sostanziali: in latino le coniugazioni sono 4 (ridotte poi a 3 in italiano), mentre in greco sono solo 2 (in -ω e in -μι), ma con molte classi al loro interno; tuttavia ciò che differenzia in particolare le due lingue sul piano verbale è la questione dell’“aspetto” verbale: temporale in latino, percettivo in greco.

Da una lingua di famiglia celtica, il gallico, sono infine transitati in latino prestiti quali raeda (carro), lancea (lancia), bracae (pantaloni), oltre a quelli di parecchi animali da fatica ed alla presenza di molti toponimi, specie nell’Italia settentrionale.

 

III) Alfabeto e pronuncia[13]

 

a) alfabeto

 

L’alfabeto latino, derivato da quello greco occidentale (di Cuma, secondo Th. Mommsen [1817-1903]), a sua volta ricavato da quello semitico (fenicio), e da quello etrusco, venne fissato intorno al I a. C. Tra i due alfabeti, tuttavia, emergono alcune differenze: nessuna differenza grafica in latino si ha sia tra “e” che tra “o” breve e lungo; per cui la Η (“eta” maiuscola greca) fu dai latini usata per H/h; la lettera greca Χ (chi, cioè il suono aspirato della ch) suona x (ics) e non chi; non esiste la lettera Ψ (psi), anche se troviamo il grafema doppio ps-; non troviamo le consonanti aspirate (ΘΦΧ), trascritte quindi con grafemi doppi (Th, Ph, Ch); la Υ (ùpsilon) veniva trascritta sia u che y che i, la Ζ non esisteva ed era trascritta con s– o –ss– (es.: i verbi in –ιζω > -isso). L’influsso etrusco sul Lazio (ma anche sull’Italia sia settentrionale che meridionale), e quindi anche sul suo alfabeto, è evidente nell’uso delle velari sorde e sonore (allo stesso modo C e G: Cneo/Gneo, Caio/Gaio…) e nell’uso di C/K/Q (Ci-Ce/Ka-Ko-Ku-Cons./Qu-Qo). Tale alfabeto rimase pressoché inalterato fino al medio-evo cristiano, anche se l’imperatore Claudio (41-54) tentò alcune riforme ortografiche[14], cadute però nell’oblio dopo la sua morte.

Inizialmente si usavano solamente le lettere maiuscole (cfr. le iscrizioni arcaiche, dal VI sec.), solo in seguito anche le minuscole (V valeva, nel maiuscolo sia V che U, e allo stesso modo u, nel minuscolo, rappresentava sia u che v).

 

b) pronuncia

 

1) in età romana

 

Una delle caratteristiche più evidenti della pronuncia romana (e da noi moderni non riproducibile) era la differenza nella riproduzione della “quantità” dei suoni vocalici (vocali lunghe e vocali brevi; caratteristica già del greco), che permetteva non solo la differenziazione del suono, ma anche (e ben più importante) la distinzione o tra parole diverse o tra casi o tempi verbali differenti, ma tutti con la stessa forma grafica. Alcuni esempi:

 

Forma quantità valore traduzione forma quantità valore traduzione
levis e breve leggero levis

(>laevis)

e lunga liscio,

levigato

legit e breve presente indicativo egli legge legit e lunga perfetto indicativo egli lesse
fortuna a breve nominativo la sorte fortuna a lunga ablativo con la sorte

 

A differenza del greco in latino vale la “bipartizione”, cioè per determinare la posizione dell’accento si guarda la penultima sillaba (legge detta del “trisillabismo”, cfr. Cicerone, Orator 173), mentre in greco si deve guardare l’ultima.

 

Penultima sillaba Accento
Lunga Sulla penultima
Breve Sulla terzultima

 

Fenomeno della “baritonesi”: in latino, a differenza dell’italiano (e del greco), non esistono parole con l’accento sull’ultima sillaba (dette “tronche” o “ossitone”), tranne quelle poche originate da troncamento (illùc < illuce).

A differenza dell’italiano, le enclitiche (per es.: -que) fanno spostare l’accento tonico sulla sillaba successiva (es.: intélligens > intelligénsque); in italiano questo fenomeno non è obbligatoriamente presente (es.: leva/lévalo/lévatelo).

 

2) in età moderna

 

In genere il latino è pronunciato, fin dal medio-evo, in modi diversi dai parlanti lingue moderne differenti (sono le cosiddette pronunzie “nazionali”)[15]. In Italia fu adottata la cosiddetta “pronuncia romana” o “ecclesiastica” o ancora “italiana”, ma da alcuni anni a questa parte (all’incirca dopo la seconda guerra mondiale) studiosi tedeschi e anglofoni hanno sostenuto la superiorità della pronunzia “classica” o restituta o renovata.

Le principali differenze tra le due pronunce sono presentate nello schema sottostante

 

Grafia scolastica Pronunzia “classica” Pronunzia italiana
ae ae e
oe oe e
y ü i
v u v
vu uo vu
h h muta
ch kh c
ph ph f
th th t
ti + vocale ti zi
ce ke ce
ci ki ci
ge ghe ge
gi ghi gi
quu kwo kuu
-gn- nn ñ
gn- ghn ñ

 

[1] Tutte le opere esistenti di grammatici latini (fino al sec. VII) sono state raccolte e pubblicate dal filologo tedesco Heinrich Keil (1822-1894), nella sua edizione nota come GLK (Gramatici Latini Keili), in 7 volumi (Leipzig; 1855-1880).

[2] Di questo pensatore, purtroppo, non abbiamo testi originali (andati perduti), ma solamente testimonianze indirette (e anche parecchio successive) da parte di scrittori romani.

[3] Semplificando al massimo grado, l’analogia sosteneva che i fenomeni linguistici procedono per somiglianza (analogia, appunto), mentre l’anomalia, al contrario, sosteneva l’assoluta libertà (e quindi l’irregolarità) delle leggi grammaticali e linguistiche.

[4] Autore di un trattato De analogia; perduto tranne un breve frammento, in cui si invitava ad evitare i neologismi e le parole rare e difficili “tamquam scopulos” (“come degli scogli” nella navigazione).

[5] Famosa è la sua etimologia di lucus (“radura in un bosco sacro”) a non lucendo, cioè lucus si definisce così per il fatto “di non avere luce”; in realtà l’etimologia corretta è esattamente l’opposto: lucus deriva proprio da lux (luce) perché è la radura al centro di un bosco (sacro) in cui la luce del giorno trapela.

[6] Sotto il suo nome ci è giunta anche un’opera (in realtà apocrifa), nota come Appendix Probi (del III/IV o, secondo altri, del V/VI secolo): un elenco, rinvenuto in un codice conservato nell’abbazia di Bobbio, di 227 volgarismi da condannare.

[7] A tal punto fortunato che il termine “Donato” servì metonimicamente ad indicare, ancora fino agli inizi del secolo XIX, il libro di grammatica.

[8] Per approfondire tale argomento si può vedere F. Stolz-A. Debrunner-W. P. Schmid, Storia della lingua latina; Bologna (Pàtron) 19733.

[9] Contrapposto al gruppo “satam” (orientale), a seconda del diverso consonantismo/vocalismo con cui si presenta la parola esprimente il concetto numerale di 100.

[10] Non dimentichiamo che gli influssi etruschi sul latino furono dovuti, oltre che alla vicinanza geografica, anche – e soprattutto – al fatto che la “colonia” di abitanti di etnia etrusca fu molto importante ed influente già dalla tarda età monarchica, a tal punto da esprimere tre rappresentanti di una sua famiglia (i Tarquini) come ultimi re nella serie (tradizionale) dei re di Roma: Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio detto “il Superbo”. Ancora in età augustea  molti erano i discendenti di insigni famiglie etrusche, tra i quali (ce lo ricorda il poeta Orazio) l’amico, suo e di Ottaviano, Mecenate, appartenente alla gens Cilnia, erede dei lucumoni (magistrati) di Arezzo.

[11] In linguistica si definisce “prestito” (o “imprestito”) la parola che passa da una lingua ad un’altra “di peso”, col solo adattamento alla fonetica della lingua di arrivo (es.: dal greco φιλοσοφία al latino philosóphia); si dice invece calco quando un’espressione presente in una lingua viene “ricalcata” in un’altra, diversa nei termini ma uguale nel significato (es.: l’inglese week-end che diventa l’italiano “fine-settimana”).

[12] Ricordando inizialmente come il nominativo ed il vocativo (1° e 5° caso in entrambe le lingue) in realtà non siano veri e propri casi, vediamo la questione del caso ablativo: sparito in greco, in cui esisteva però un caso locativo in seguito scomparso tranne che per pochi “relitti” morfologici, rimasto invece in latino, ma avendo anche assorbito altri due casi scomparsi, il locativo (per cui vale lo stesso discorso che per il greco) e lo strumentale.

 [13] Anche per questo argomento si può suggerire la possibilità di approfondimento ricorrendo ad A. Traina, L’alfabeto e la pronunzia del latino; Bologna (Pàtron) 19734.

[14] Testimonianze di questa tentata riforma le abbiamo sia in Tacito (Annales, passim) che in Svetonio (Vita Claudii) e, con tono sarcastico-parodistico, in Seneca (Apokolokyntosis divi Claudii).

[15] Per esempio i tedeschi tendevano a pronunciare deus come teus ed i francesi quamquam come camcam. Famoso è poi l’episodio in cui il re di Francia Luigi XVIII, avendo esortato i suoi ministri con la formula latina macte animo (“coraggio, state di buon animo”) fu da loro inteso, a causa della sua pronuncia “alla francese”, come se li avesse apostrofati con la frase offensiva “marchez animaux”.

 

 

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