A Cana di Galilea, Nostro Signore Gesù Cristo, nel contesto di una festa di nozze, compì il suo primo miracolo, rendendo così tangibile la sua attenzione alla realtà del matrimonio, che egli intende elevare alla dignità di sacramento. La famiglia diviene una cellula essenziale che edifica la Chiesa. Nei secoli non poche coppie di sposi, non poche intere famiglie hanno testimoniato queste verità evangeliche, anche sino a pagare con il proprio sangue la loro fedeltà. Non solamente nei tempi antichi, nel cristianesimo degli albori, ma anche nelle epoche moderna e contemporanea. Troviamo infatti varie coppie di sposi tra i candidati agli altari martirizzati nella rivoluzione francese, nella guerra civile spagnola, nell’Unione Sovietica. Anche intere famiglie hanno subito il martirio: i Rugamba in Africa, gli Ulma in Europa. Di quest’ultima siamo ad occuparci, in quanto è in fase avanzata la causa che presto porterà alla beatificazione.

Era il 24 marzo 1944 quando nel villaggio di Markowa, presso Podkarpackie in Polonia, un’intera famiglia veniva sterminata. Quella mattina, la polizia tedesca irruppe nella loro abitazione e, dopo aver ucciso gli otto ebrei ospitati, passò ai padroni di casa e ai loro bambini: Stanisława, di 8 anni; Barbara, di 6; Władysław, di 5; Franciszek, di 4; Antoni, di 3; Maria, di un anno e mezzo. La coppia stava aspettando un settimo figlio.

Józef Ulma e sua moglie Wiktoria Niemczak sono stati ribattezzati «i samaritani di Markowa», dal nome del loro villaggio, anche perché, nella Bibbia che fu trovata in casa loro, vi erano sottolineati in rosso proprio alcuni versetti della parabola del buon samaritano, nel Vangelo secondo Luca. Appare, tuttavia, ingiusto, o almeno riduttivo, definirli così. Il personaggio di evangelica memoria, infatti, oltre ad aver vinto il secolare pregiudizio ed essere sceso dalla propria cavalcatura, aveva rimesso di suo, oltre al tempo, soltanto l’olio e il vino utilizzati per la medicazione e i due denari dati all’albergatore, mentre i novelli “samaritani” polacchi misero in gioco la loro stessa vita.

Prima della seconda guerra mondiale, Markowa era un vivace villaggio agricolo, profondamente cattolico e intraprendente, dove viveva anche un centinaio di ebrei. Qui si sperimentavano nuove coltivazioni e nuove tecniche agrarie, in cui eccelleva Józef Ulma, classe 1900, abile frutticoltore e appassionato apicoltore, che coltivava anche interessi culturali ed era attivissimo nel circolo della Gioventù Cattolica. Divorava libri e coltiva anche l’hobby della fotografia. Grazie a quest’ultima sua passione oggi disponiamo di un’ottima documentazione fotografica della sua famiglia.

Conobbe Wiktoria Niemczak (nata nel 1912), della quale si innamorò e che sposò nel 1935. Nacquero sei figli: Stanisława (detta Stasia), il 18 luglio 1936; Barbara (detta Basia), il 6 ottobre 1937; Władysław (detto Wladzio), nato il 5 dicembre 1938; Franciszek (detto Franuś), nato il 3 aprile 1940; Antoni (detto Antoś), nato il 6 giugno 1941; Maria (detta Marysia), nata il 16 settembre 1942.

Quando ebbe inizio la sistematica deportazione verso i campi di concentramento degli ebrei presenti sul territorio polacco, riuscirono a salvarsi solo quelli che si fecero ospitare e nascondere dai vicini di casa: le ricerche in questi ultimi anni stanno facendo emergere episodi di autentico eroismo di almeno seimila polacchi, che misero a rischio la loro vita per  nascondere e salvare gli ebrei, malgrado i tedeschi minacciassero di giustiziare chiunque desse loro copertura od ospitalità.

Anche a Markowa si continuava ad esercitare questa grande opera di carità cristiana verso gli ebrei. I coniugi Ulma in casa loro nascosero non una, ma ben otto persone, approfittando di abitare lontano dal centro abitato e quindi, almeno teoricamente, meno esposti alle perquisizioni. Si presume che a fare la spia possa essere stato il poliziotto di origine ucraina

 Włodzimierz Leś, che per lungo tempo aveva riscosso il “pizzo” da una delle famiglie ebree ospitate dai coniugi Ulma, al punto da riuscire in pochi mesi a succhiarne l’intera proprietà, salvo poi rivelarne ai superiori il nascondiglio, quando questa risultò nell’impossibilità di continuare a pagare.

Fu così che, la mattina del 24 marzo 1944, i nazisti circondarono la casa degli Ulma e riuscirono con facilità a catturare gli otto ebrei in essa ospitati, giustiziati tutti con un colpo alla nuca. Venne poi il turno dei padroni di casa, colpevoli di aver dato loro ospitalità: Józef e Wiktoria vennero crivellati di colpi sulla porta di casa, davanti ai loro bambini e a molti testimoni costretti ad assistere all’esecuzione e per i quali deve servire come monito. Il pianto disperato dei sei figli infastidì non poco i nazisti, che non esitarono a sterminarli tutti.

«Vi abbiamo tolto il fastidio di dover pensare a loro» dissero in tono beffardo agli atterriti compaesani, che in una manciata di minuti si erano visti sterminare sotto i loro occhi ben sedici persone; anzi, diciassette per l’esattezza, perché Wiktoria era al settimo mese della sua settima gravidanza.

Sepolti nel luogo dell’eccidio dai compaesani, costretti a scavare le fosse, dieci mesi dopo vennero esumati di nascosto ed a rischio di rappresaglie per dare loro più degna sepoltura nel cimitero parrocchiale di Markowa: in tale occasione si scoprì quindi che la creatura era quasi nata.

Józef e Wiktoria Ulma, nel 1995, vennero riconosciuti «Giusti tra le Nazioni». Nel 2003 la diocesi di Przemyśl ne iniziò il processo di beatificazione, includendoli nel gruppo inizialmente composto da 122 martiri polacchi della II guerra mondiale, capeggiati dal sacerdote Henryk Szuman. Nel corso della fase diocesana, fu deciso di aggiungere i sei bambini, a motivo della fede dei genitori. Il processo dei 122 potenziali martiri si è concluso il 24 maggio 2011 nella diocesi di Pelplin.
Nel marzo 2017, la Congregazione delle Cause dei Santi ha acconsentito alla richiesta di monsignor Adam Szal, arcivescovo di Przemyśl, nel cui territorio sono vissuti e morti gli Ulma, e ha autorizzato lo scorporo della loro causa da quella collettiva. Il loro cammino verso gli altari è quindi diventato autonomo, in attesa che sia certo quanto in molti, non solo in Polonia ormai, ritengono «che questa famiglia abbia in modo eccezionale testimoniato la Carità fino al martirio».

Una famiglia sugli altari sarà presto segno di speranza in questa epoca in cui la famiglia è sotto attacco fuori e dentro la Chiesa, segno di come solo salendo con Cristo sul Calvario si può vivere il sacramento del matrimonio.

 

 

 

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